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Archivio mensile:gennaio 2015

vanstratenNon è facile incontrare, in un romanzo italiano, un bibliotecario come protagonista e io narrante. Capita spesso nella letteratura americana, per ragazzi e adulti, forse per la consuetudine del pubblico (e degli scrittori) con le biblioteche e con queste figure professionali. Così, è interessante che Giorgio van Straten scelga proprio un bibliotecario, il dottor Capecchi, per ricostruire una storia che risale all’ultima guerra e che serba un mistero e naturalmente un grande amore interrotto di conseguenza al mistero e alla guerra nel suo “Storia d’amore in tempo di guerra” (Mondadori).

Titolo da romanzo novecentesco, da Pratolini o Morante, il romanzo sfiora il Novecento postbellico italiano, lo accenna attraverso la figura di un anziano uomo politico che fu uomo di massimo potere e figura chiave dei governi della seconda metà del secolo. Viene subito da pensare ad Andreotti (anche perché è diventata figura emblematica anche per giovani registi come Pif), ma quella mistificazione “cristiana” che giustificava una gestione politica carica di misteri e ombre, compromessi e patti oscuri, era condivisa da una generazione, più che caratteristica di un solo uomo.

A quell’uomo ormai vecchio e disabile, ancora reticente, si alterna la voce fresca, vitale, e dalla memoria brillante, di una donna ebrea che visse negli ultimi anni di guerra e durante i rastrellamenti nazisti di Roma, una giovanile e appassionante storia d’amore con un ragazzo che scomparve, e di cui non si è più saputo nulle per decenni, finché il bibliotecario Capecchi, uomo melanconico e un po’ frustrato, suo malgrado si trova a risolvere il mistero.

Un romanzo del genere si presta bene a suscitare interrogativi, ad approfondire pagine ancora oscure della nostra storia. Lo faremo venerdì alle 17 a Massa Marittima, nella biblioteca Badii, insieme a Giorgio van Straten.

 

 

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GiudaCi sono scrittori che riescono a coniugare comunicazione e letteratura, popolarità e contenuti complessi, grazie al tocco magico della loro narrazione che non scende a patti con la volgarità commerciale, ma sa attraversare il muro di quella volgarità nelle crepe che ancora l’arte riesce a scavare, e arriva a commuovere e far riflettere i lettori che ancora cercano – e hanno bisogno – di una buona letteratura.

E’ il caso di Amos Oz, lo scrittore israeliano che racconta con leggerezza e lentezza, e che in questo suo ultimo libro, lo stupendo “Giuda” (Feltrinelli, traduzione magnifica di Elena Lowenthal)) colloca i suoi personaggi nel 1959, a una decina d’anni dalla fondazione dello stato d’Israele, per ritrovare le radici di quel male che nel tempo si è ipertrofizzato e atrofizzato, quella frattura tra due popoli divenuta abisso e oggi esibita nel muro che divide Israele dai territori palestinesi, costringendo migliaia di persone ad attraversare ogni giorno una frontiera blindata.

Ma Oz non racconta soltanto del suo paese e della sua genesi, ricordando la discussione tra parti diverse, tra chi voleva uno stato a tutti i costi e chi non voleva alcuno stato, racconta una storia più antica, che da una frattura fece scaturire un’altra religione, potentissima e avversa all’ebraismo in cui era nata e cioè il cristianesimo. Lo racconta dal punto di vista di Giuda, il traditore, mostrato come il discepolo più colto, più ricco, il più scettico e infine il più convinto, il sostenitore più acceso, il maggior credente. Naturalmente questa storia, che è un’interpretazione, è raccontata attraverso una tesi di laurea che non sarà mai discussa, perché il protagonista si perde nella sua storia personale, in un amore impossibile e in un paese che sta nascendo espandendosi nel deserto.

Dicono tutti che oggi il thriller è il genere che racconta l’allegoria sociale della contemporaneità. Può darsi. Però non basta l’allegoria, ci vuole il tocco magistrale di un mago come Oz.

gonegirl6L’amore bugiardo  è un titolo sentimentale che non rende merito a un film (di David Fincher) piuttosto concentrato a sviluppare il tema dell’apparenza e dell’esibizione, cioè le ossessioni di oggi. Tutto è spettacolo, anche l’amore e ancor di più la coppia, che comincia la sua personale narrazione esibita con le foto, i selfie, oggi postati su Fb e su altri magari più patinati social, e poi le varie sessioni foto-filmiche dei viaggi, le foto intime e infine il massimo tripudio rappresentato dal matrimonio che oggi è sfarzoso o non si fa.

Certo, il film (in origine Gone girl, come il titolo del libro che io non sono riuscita a leggere trovandolo poco interessante come thriller) è anche un thriller alla Hitchcock come acutamente ci spiegano i critici come Pacilio e Grosoli della rivista Gli spietati. Bionda fredda e inquietante la protagonista che ricorda le attrici care a Hitchcock come Tippi Hendren, atmosfere cupe e dialoghi artefatti, ambiguità che gelano ogni sentimento e ogni possibile verità: sono gli ingredienti cari al buon vecchio maestro, che il regista Fincher sa dosare, inserendoli nel gioco ossessivo della modernità e cioè l’esibizione e la visibilità di fronte a un occhio sterminato, quello del pubblico televisivo onnipresente (c’è un televisore dappertutto, così quando Ben Affleck parla in una trasmissione televisiva, parla anche alla moglie che lo guarda, e che guarda proprio quella trasmissione come tutta l’America sta facendo in quel momento).

E dunque? Ha ragione Marco Grosoli: “questa meticolosa manipolazione dello spettatore nei suoi meandri narrativi, tutto questo sapiente convincerlo che tale personaggio è innocente e talaltro colpevole per poi ribaltare al momento giusto le carte in tavola, è obbligata a coesistere col fatto che lo spettatore in ultima analisi non viene portato da nessuna parte.” Se non nel fatto che stiamo assistendo a un gioco d’intelligenza (Mastermind, che Affleck ha in mano all’inizio del film), perfido, che butta all’aria il concetto tanto idealizzato e vuoto dell’amore romantico.

 

sniperPer cadere nella seducente trappola del film di Clint Eastwood, American sniper, bisogna anzitutto bersi le due favolette che già ci furono propinate nel 2001 per sferrare l’attacco all’Iraq: la prima è che la guerra in Iraq serviva a combattere il terrorismo internazionale (per la menzogna che l’Iraq nascondeva armi atomiche il primo ministro inglese Tony Blair perse il posto), la seconda è che c’è una guerra che bisogna pur combattere, per difendere se stessi, il proprio paese e varie altre ciance retoriche.

Con la sospensione della credulità così avviata, si sta due ore a seguire la parabola del brav’uomo Chris Kyle, texano semplice e di buon cuore, che va alla guerra perché vuol dare una mano a proteggere l’America e anche i suoi commilitoni. i Navy Seal, cioè gli addestratissimi militi del corpo speciale della marina. Il brav’uomo è un cecchino dall’occhio di falco che uccidendo donne e bambini perfidissimi, che nascondono granate, salva i marines in perlustrazione in città diroccate e ancora abitate da infidi cittadini iraqeni (ma perché non se ne vanno dal campo di battaglia, cioè da casa loro?). A tal punto sente il suo dovere di cane pastore, che Kyle torna tre volte in Iraq per varie campagne e alla fine uccide anche un cecchino nemico, il malefico siriano campione olimpico asservito alla diabolica causa degli islamici.

Bene. E se invece avessimo ribaltato la visione? Se quel cecchino siriano fosse stato il protagonista, quello che cerca di dare una mano in un paese devastato e assediato, rastrellato da corpi di un esercito invasore? Per carità, il punto di vista è americano, e io non ci vedo nessuna denuncia sull’assurdità della guerra, tutt’altro. Ne esce rafforzata l’idea cavalleresca di un paese che combatte per proteggersi e lo fa con regole e persino buon cuore, contro la brutalità insensata di spietati “macellai” che trapano i bambini. Ma attenzione, è solo propaganda, è seduzione, è finzione. Quando il buon cecchino americano ha sotto tiro quello che dovrebbe essere il secondo bambino da uccidere, ed esita e infine non lo colpisce perché il piccolo lascia cadere il bazooka che ha tentato di impugnare, bene, questo non è scrupolo paterno, ma esigenza di copione: la regola degli studios è che due bambini in uno stesso film non possono morire.

 

bigeyesChe noia Big eyes! Come gli occhioni delle figurine tetre e patetiche della pittrice Keane, il film di Tim Burton è abbastanza piatto, e si limita a una specie di biografia patetica dell’artista manipolata dal marito che peraltro rese celebri queste illustrazioni di bambine e bambini con gli occhi grandi, tanto da rendere ricchissimo se stesso e la consorte sfruttata.

Almeno Burton avesse affondato un po’ le sue unghie in questo ritratto melenso, ispirandosi magari a Cappuccetto Rosso: che occhi grandi che hai e che bocca grande… per mangiarti meglio! Invece niente, si limita a tratteggiare una tipica fiaba americana con tanto di happy end, e cioè la separazione dal marito profittatore dell’artista nascosta e la plateale dimostrazione che l’autrice era lei, dipingendo in piena aula giudiziaria una faccetta con gli occhioni.

Magari Burton ha voluto omaggiare la tipica produzione anni ’60 americana: la pittrice somiglia a Marilyn Monroe, e anche un po’ a Doris Day, e il processo sembra una puntata di Perry Mason, peraltro mostrato in tivvù. E dire che di spunti ce ne sarebbero stati, per fare un film appena un po’ più sostanzioso, anche solo indagando un fenomeno commerciale che precedette quello planetario di Hallo Kitty.

imitation gameThe imitation game, il gioco dell’imitazione: bel titolo per il film di Morten Tyldum che ricorda la vicenda della decrittazione dei codici segreti durante la seconda guerra mondiale e la geniale figura (ignota ai più) di Alan Turing, il matematico che seppe costruire una macchina in grado di espugnare il formidabile apparecchio per i codici Enigma, in mano ai tedeschi.

Perché sì, è un film storico che rende grazie a questa pagina sconosciuta e anche poco onorevole dell’Inghilterra puritana e omofoba, stretta in regole ferree, dove al primo posto si collocava la disciplina militare, quando per vincere la guerra ci volle, unita alla forza, intelligenza, creatività e intuizione, una risorsa di un pensiero che “pensa” e si comporta in modo differente da quello comune. Perciò è un film sui comportamenti sociali, sull’imitazione del socialmente accettabile che è una strategia di sopravvivenza per chi non è omologabile, ed è un film sulla difficoltà di adattamento di un’intelligenza acuta e fredda, che non sa dialogare con l’emozione né con la socializzazione umana. Magnifico Benedict Cumberbatch che si cala nei panni del brillante matematico con i suoi occhi freddi e la sua espressione smarrita, che fatica a comprendere le relazioni umane.

La guerra sullo sfondo sembra quei resoconti di cronaca che ci arrivano ancora oggi in casa dalle tivù, piatta per quanto orrenda, e non sfiora il gruppo di scienziati che seguono dati statistici o strategici per limitare i danni, non insospettire il nemico, e in parte orientarlo verso obiettivi precisi. Anche questa è “imitazione” della guerra che i soldati combattono e che i civili soffrono, che distrugge mezzo mondo.

Alan Turing ebbe l’intuizione di una macchina in grado di elaborare dati da sola, in pratica immaginò il computer. Ma poiché non era bravo nell’imitation game sociale, fu condannato per omosessualità e morì a quarant’anni nel 1951, riabilitato solo due anni fa dalla regina. Se fosse vissuto, chissà se avremmo avuto portatili con il simbolo di una mela morsicata.