il mago oz

GiudaCi sono scrittori che riescono a coniugare comunicazione e letteratura, popolarità e contenuti complessi, grazie al tocco magico della loro narrazione che non scende a patti con la volgarità commerciale, ma sa attraversare il muro di quella volgarità nelle crepe che ancora l’arte riesce a scavare, e arriva a commuovere e far riflettere i lettori che ancora cercano – e hanno bisogno – di una buona letteratura.

E’ il caso di Amos Oz, lo scrittore israeliano che racconta con leggerezza e lentezza, e che in questo suo ultimo libro, lo stupendo “Giuda” (Feltrinelli, traduzione magnifica di Elena Lowenthal)) colloca i suoi personaggi nel 1959, a una decina d’anni dalla fondazione dello stato d’Israele, per ritrovare le radici di quel male che nel tempo si è ipertrofizzato e atrofizzato, quella frattura tra due popoli divenuta abisso e oggi esibita nel muro che divide Israele dai territori palestinesi, costringendo migliaia di persone ad attraversare ogni giorno una frontiera blindata.

Ma Oz non racconta soltanto del suo paese e della sua genesi, ricordando la discussione tra parti diverse, tra chi voleva uno stato a tutti i costi e chi non voleva alcuno stato, racconta una storia più antica, che da una frattura fece scaturire un’altra religione, potentissima e avversa all’ebraismo in cui era nata e cioè il cristianesimo. Lo racconta dal punto di vista di Giuda, il traditore, mostrato come il discepolo più colto, più ricco, il più scettico e infine il più convinto, il sostenitore più acceso, il maggior credente. Naturalmente questa storia, che è un’interpretazione, è raccontata attraverso una tesi di laurea che non sarà mai discussa, perché il protagonista si perde nella sua storia personale, in un amore impossibile e in un paese che sta nascendo espandendosi nel deserto.

Dicono tutti che oggi il thriller è il genere che racconta l’allegoria sociale della contemporaneità. Può darsi. Però non basta l’allegoria, ci vuole il tocco magistrale di un mago come Oz.

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