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Archivio mensile:febbraio 2015

boyhood locSiamo qui, in questo mondo, a sperimentare. Nessuno ha un’idea precisa, sceglie direzioni, e può darsi che sbagli non una ma cento volte, come in un bosco dove non si riesce ad orientarsi. “Stiamo improvvisando” dice il papà di Mason, protagonista di “Boyhood”, il film “non-film” girato da Richard Linklater in dodici anni con lo stesso cast che in parte cresceva (i ragazzini), in parte invecchiava (gli adulti). Grande progetto, riuscito e acclamato, per un falso documentario sulla crescita.

Il senso del film, scritto via via che si girava nel corso degli anni, mi pare un po’ questo: che la vita si fa vivendola, soprattutto in tempi dove non c’è più un’ideologia o una religione a determinare le azioni collettive e personali. E in un’epoca in cui sono saltate anche le barriere generazionali, così la vita che fa un ragazzo non è poi dissimile da quella che fa suo padre: si beve, si suona, si vede amici, ci si veste in modo simile, si usa lo stesso linguaggio, e ci si pone le stesse domande (“Ma qual è il senso?” “Il senso di cosa?”). La differenza è in quella parola che tutti ripetono come un mantra: la responsabilità. Quando si è adulti si dovrebbe essere responsabili di noi stessi e magari degli altri, per esempio dei nostri figli, ma non è un obbligo, piuttosto una scelta.

Diciamo che a me questo film ha messo tristezza: non c’è gioia, né spensieratezza nell’infanzia e nell’adolescenza di bambini sballottati qua e là, con un padre biologico lontano e uno putativo ubriacone e violento, con una mamma che deve cavarsela da sola, con molta forza e coraggio. La famiglia è quella naturale di base, madre e figli, il resto sono variabili. Ci sono anni che passano in attesa di crescere, di levarsi di casa, iniziare la propria esistenza, liberarsi dal bullismo e dalle ragazze insensibili, dagli adulti che non comprendono ma controllano. Sperando di trovare un percorso proprio, indicato dal talento o da chissà cosa, dentro questo bosco ignoto che è la vita.

SELMA-posterSarò sincera: pensavo che Selma, il film che racconta una battaglia fondamentale della lunga, faticosa e tragica strada del riconoscimento dei diritti di base per gli afro-americani, fosse il solito polpettone agiografico . Pensavo cioè a un film abbastanza retorico e senza mezzi toni: un po’ lo è, con i bianchi razzisti, sprezzanti, orrendi, brutali (d’altra parte i razzisti erano appunto tutti bianchi) e i neri generosi, buoni, gentili, comprensivi e lungimiranti, ma va bene così.

E’ difficilissimo raccontare un personaggio come Martin Luther King senza farne un santo (e il film riesce a renderlo umano, con fragilità e dubbi), e quasi impossibile non creare le contrapposizioni tra buoni e cattivi. Anzi, la regista Ava DuVernay riesce almeno a mostrarci il giochino degli interessi politici che stanno dietro alle grandi battaglie sociali.

Di certo, un film così almeno può raccontare cosa è successo nell’arco di vent’anni a chi è giovane e crede che il mondo occidentale e quello americano in particolare sia sempre stato beneficiato da diritti di uguaglianza e magari non sa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile un Presidente americano di colore. In sala, alcuni ragazzi americani apparivano visibilmente scioccati.

FallaciMa cos’è questa pazzia italiana di distruggere, di sprecare, di far male, anche quando ci sono già storie scritte e personaggi perfetti per fare dei buoni film? Ieri sera ho visto dieci minuti della fiction su Oriana Fallaci e mi sono prima disgustata e poi infuriata. Ma come? Forse la giornalista italiana più famosa nel mondo, una delle rarissime donne che osò sfidare questa professione tutta al maschile negli anni ’50 e ’60, che ha scritto libri importanti, osando persino proporre il proprio punto di vista molto personale benché quei libri fossero frutto di reportage, diventa una mezza isterica, non si capisce bene mossa da cosa, con viaggi nel mondo che appaiono come tanti siparietti, come se la storia si potesse riassumere col Bignami.

puccini-fallaciNon parliamo poi dell’interpretazione della povera Vittoria Puccini. Con tutti gli artisti geniali del trucco e dei capelli, della moda e della scenografia che abbiamo, italiani prestati ai massimi film inglesi e americani, per la povera Puccini trucco e parrucco peggio che in “Tale e quale”, dove peraltro c’è un po’ più di sforzo, quanto meno quei visagisti non avrebbero fatto questa finta vecchia inguardabile. Troppo bambola per avere l’intensità espressiva e anche la grinta di una giornalista di altri tempi, la Puccini parla fiorentino da anziana con effetto Pieraccioni mentre da giovane si esprime in italiano. Non convince né commuove, ci mancherebbe! Piange solo la devota assistente dentro il film, tanto per comunicare che sì, quella di Oriana è stata una vita drammatica.

Ma si vede che questo è quanto si vuole nelle fiction italiane: la povertà, la pochezza, la superficialità, in modo che lo spettatore non capisca nulla, né del contesto degli anni ’60 e ’70 italiani, né di quello mondiale con le guerre, le rivoluzioni, le dittature che probabilmente molti non sanno perché non le hanno studiate e altri a malapena ricordano, tanto chi se ne importa? Resta una donna brusca, antipatica, aggressiva, che non si capisce come mai riesce ad arrivare da tutti i capi di Stato, forse perché strepita, come nei nostri talk show. Che fosse brava, competente, informata, e coraggiosa non è dato sapere, tanto chi mai oggi leggerà quel libro meraviglioso, commuovente, che è “Un uomo”? E chi andrà a cercare “Lettera a un bambino mai nato”, o “Niente e così sia”, libri che hanno accompagnato la nostra adolescenza? Nessuno, grazie a questo pasticcio dove non c’è nemmeno l’ombra della donna che scrisse: “sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terreste.”

birdmanI supereroi sono eterni, ma i poveri attori che in anni fulgidi della loro carriera li interpretano sono destinati a diventare vecchi, rugosi, un po’ spelacchiati e cercano il riscatto di un talento che hanno piegato alla celebrità e alla macchina per soldi delle megaproduzioni. Così ironizza il bravissimo Inarritu nel suo ottimo “Birdman” che poi sarebbe una parodia di “Batman” tanto più che l’interprete principale è Michael Keaton che negli anni ’90 interpretò i primi due Batman diretti da Tim Burton. Da allora, supereroi a iosa sugli schermi, non se ne può quasi più, e il cinema sembra tutto colonizzato da questi blockbuster che attirano e narcotizzano il pubblico con dosi massicce di azione, battaglie, lotte mortali e pure un po’ di psicologismo spiccio su lati oscuri e lotte interiori del supereroe medesimo.

Allora il film di Inarritu, girato prevalentemente dentro l’angusto spazio di un teatro di Broadway, diventa la riflessione sul mestiere dell’attore e sul suo naturale e inappagabile narcisismo, sulla sua inestinguibile sete di essere approvato e ammirato, più che amato. Quanto ad amare, lasciamo perdere: marito pessimo e padre fallito, il nostro protagonista deve almeno mostrarsi eccelso sul palco, per il quale ha ceduto tutta la vita e pure i soldi.

Girato con un ritmo che toglie il respiro, rutilante come il rollio di sottofondo della batteria che poi si vedrà in una scena, diventando di colpo non musica extratestuale, ma diegetica. nel gioco continuo che il regista ci offre tra finzione e verità, dentro un film che gioca con i ruoli degli attori e delle loro stesse interpretazioni, e cioè Keaton-Batman, Edward Norton un po’ alter ego di Hulk un po’ Fight Club, e la ragazzina tossica Emma Stone, fidanzatina di Spiderman, il film non ci offre un finale, non è lì per farci la morale né dire cos’è meglio, cos’è più cultura. Ci mostra invece come si può fare un film di grande effetto senza effetti speciali e mostri intergalattici, ci ricorda che il teatro è la vera palestra degli attori, benché sia frequentato da poche centinaia di persone rispetto allo sterminato popolo del web a cui basta vedere uno in mutande per cliccare “like”. Ma come dice Keaton a un certo punto: miliardi di mosche mangiano la merda, ma non vuol dire che è buona.