crescere

boyhood locSiamo qui, in questo mondo, a sperimentare. Nessuno ha un’idea precisa, sceglie direzioni, e può darsi che sbagli non una ma cento volte, come in un bosco dove non si riesce ad orientarsi. “Stiamo improvvisando” dice il papà di Mason, protagonista di “Boyhood”, il film “non-film” girato da Richard Linklater in dodici anni con lo stesso cast che in parte cresceva (i ragazzini), in parte invecchiava (gli adulti). Grande progetto, riuscito e acclamato, per un falso documentario sulla crescita.

Il senso del film, scritto via via che si girava nel corso degli anni, mi pare un po’ questo: che la vita si fa vivendola, soprattutto in tempi dove non c’è più un’ideologia o una religione a determinare le azioni collettive e personali. E in un’epoca in cui sono saltate anche le barriere generazionali, così la vita che fa un ragazzo non è poi dissimile da quella che fa suo padre: si beve, si suona, si vede amici, ci si veste in modo simile, si usa lo stesso linguaggio, e ci si pone le stesse domande (“Ma qual è il senso?” “Il senso di cosa?”). La differenza è in quella parola che tutti ripetono come un mantra: la responsabilità. Quando si è adulti si dovrebbe essere responsabili di noi stessi e magari degli altri, per esempio dei nostri figli, ma non è un obbligo, piuttosto una scelta.

Diciamo che a me questo film ha messo tristezza: non c’è gioia, né spensieratezza nell’infanzia e nell’adolescenza di bambini sballottati qua e là, con un padre biologico lontano e uno putativo ubriacone e violento, con una mamma che deve cavarsela da sola, con molta forza e coraggio. La famiglia è quella naturale di base, madre e figli, il resto sono variabili. Ci sono anni che passano in attesa di crescere, di levarsi di casa, iniziare la propria esistenza, liberarsi dal bullismo e dalle ragazze insensibili, dagli adulti che non comprendono ma controllano. Sperando di trovare un percorso proprio, indicato dal talento o da chissà cosa, dentro questo bosco ignoto che è la vita.

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