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Archivio mensile:marzo 2015

latinloverCarino, divertente, girato con piacere, in mezzo a un gruppo di attrici amiche e con la passione di chi ama il cinema da sempre, di chi nel cinema ci è nata. Questo è Latin Lover di Cristina Comencini, la nostra regista più importante, una delle più acute osservatrici e testimoni del cambiamento femminile che ha saputo raccontarci in film commuoventi, spesso negli interni dove le donne si muovono e si riuniscono più degli uomini che non a caso hanno sempre scelto l’on the road e gli esterni per raccontarsi.

Questo film ha un tocco leggero, il tocco di una grazia rappresentata dalla bellissima Virna Lisi, brava, giovane nei suoi quasi ottant’anni, che ci ha lasciati con questa sua ennesima interpretazione di madre comprensiva, accogliente, con quel sorriso stupendo che l’ha resa famosa in un mondo cinematografico che non esiste più e che Comencini ci racconta attraverso il grande Seduttore, questa figura che assomma i massimi attori italiani dello scorso secolo come Gassman (soprattutto), Mastroianni, Volonté, attori meravigliosi guidati da registi che inventarono generi, rinnovarono il cinema, fecero dell’Italia un grande e sfaccettato teatro di posa per storie potenti e semplici, in cui tutti sapevano riconoscersi, che tutti amavano.

Ma poi, oggi quella magica figura ideale di uomo bellissimo, narcisista e grande seduttore non incanta più le donne che pretendono non un “vero uomo” egoista e solitario, ma un uomo “vero” che ci capisca, condivida con noi la vita con le sue difficoltà e non solo l’apparenza, che sia amico e compagno attento, disposto con ironia anche a stare un po’ discosto, se è il caso, come fa il gentile Neri Marcorè. In ogni caso anziane, giovani e meno giovani, madri o single, le donne sanno stare insieme per solidarietà, amicizia, per condivisione o per compassione. L’uomo antico, benché circondato da un harem, resta solo con la sua controfigura: come Narciso, con il suo specchio.

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cenerentolaSapete cosa ci vuole per essere felici e realizzare i propri desideri? Essere gentili e avere coraggio. Ecco qua un utilissimo messaggio per le bambine e le ragazze, per affrontare una vita che ha bisogno oggi di ben altro, a meno che non siano figlie di qualche potente che le imponga. D’altra parte, siamo tornati indietro di sessant’anni con un film come quello propinato da un ex attore shakespeariano ora votato alla fantasy, Kenneth Branagh.

La meraviglia del suo film ha un nome e un cognome: lo scenografo Dante Ferretti che rende pittorica la scena, e il film ha l’allure impressionista che lo sorregge, per non parlare di costumi sontuosi e un’attrice divina come la Blanchett che sembra uscita da un quadro di Tamara de Lempicka. Per il resto, è un peccato che le fiabe non siano più rilette dall’originale, ma dalla trasposizione a cartoni animati, così oggi c’è una sola fonte: l’industria Disney.

Bellissimi gli effetti e poi, caspita che cambiamento! Cinderella conosce prima il principe, quindi sceglie, come si deve a una donna emancipata del secondo millennio. Ma un po’ del graffiante sarcasmo di Perrault resta nell’abito che fa il monaco per entrare nei palazzi reali senza nome né invito né presentazioni. Poi che c’entra: se sei bella e buona, ti dicono da sempre, puoi sposare un re e anche, volendo, una bestia.

 

imm-1Leggiamo Massimo Recalcati che ci parla della passione e del desiderio come strumenti educativi, vorremmo una scuola più ricca e stimolante per i nostri figli, e se un professore osa alzare la voce, se uno si permette di affibbiare un brutto voto, siamo pronti a discutere (qualcuno anche in toni prepotenti), poi tutti a osannare Whiplash di Damien Chazelle. Ovvero la solita storia del talento che esce e si affina grazie al sadismo di un insegnante perfezionista e vessatorio.

Si potrà dire che è vero, che era così nel passato, quando sono esplosi geni, ed è vero anche nel presente, quando genitori crudelissimi sottopongono i bambini a prove disumane e ne fanno campioni di tennis o di altro. Ma è anche vero che nel passato c’era bisogno di soldatini, e le società militariste con educatori dalla frusta in mano hanno portato guerre catastrofiche, e tutt’ora le producono.

A vedere questo film mi sono irritata, perché c’è sempre l’idea che l’arte passi attraverso una forma di martirio (il sangue, il sudore, l’infelicità, la solitudine) e che ti ripaghi con una specie di estasi finale. Di positivo c’è che si mostra una strada assai faticosa a chi forse pensa che suonare sia un hobby e che per raggiungere un certo grado di “grandezza” bisogna dire addio agli amici, all’amore, alla vita normale. Ma ci sono tantissimi esempi che contrastano questa visione eroica e cupa: i quattro ragazzi di Liverpool si divertivano un sacco, per esempio.

 

 

rastrellieraSiamo sempre di più in bici e stiamo sempre a sentire i grandi utili discorsi sull’importanza delle scelte ecologiche, poi uno va al Teatro dell’Opera di Firenze inaugurato lo scorso anno, un progetto faraonico, e appunto moderno, dove t’immagini ci siano rastrelliere perfette e trovi quelle solite belle idee da architetti evidentemente usi ad andare in macchina: delle lastre di ghisa con fessure in cui infilare la bici che… non ci sta! Cade!

Non solo: tutti i ciclisti sanno che la rastrelliera serve per NON FARSI RUBARE la bici, e non per sistemarla in un posto carino, dunque bisogna allucchettarla alla rastrelliera. Ma qui, nel modulo di ghisa fatto tipo tasti del pianoforte (forse era questa l’idea), non c’è verso di agganciare il lucchetto. Morale: le bici tutte attaccate ai pali della segnaletica, come ai vecchi tempi.

 

mrmercedesEbbene sì: incollata alle pagine di Mr Mercedes di Stephen King, che come al solito ti agguanta e non ti molla fino alla fine. Magari non sarà il maestro dell’horror di un tempo, come lamentano molti critici soprattutto italiani, però io mi dico due cose: la prima è che uno scrittore ha il diritto e magari anche il dovere di sperimentare al di fuori del suo campo che, nel caso di King, ha inventato. Se poi decide di costruire una detective story sul filone della vecchia “scuola” Hard Boiled, e cioè i romanzi di Chandler o Hadley Chase, a me va benissimo. Anche perché quel genere con King si rinnova, per esempio s’inseriscono le nuove tecnologie e l’uso assassino che se ne può fare. La seconda cosa che mi dico è che se un romanzo è buono, riesce a catturati, ti tiene desto e interessato, io non farei tanto il paragone con il resto della produzione di un autore peraltro prolificissimo.

In più, in questo romanzo d’investigazione su un assassino che massacra gente in coda per cercare un lavoro travolgendola con una Mercedes, c’è quella riflessione interessante sui linguaggi contemporanei offerta in modo semplice ed efficace: l'”Ebonics” parlato da Jerome, il ragazzo afro-americano bravissimo a usare la rete, i tic linguistici del killer, il linguaggio poliziesco, le espressioni di oggi, legate all’uso dei cellulari e della rete, e la capacità di rendere, proprio attraverso il linguaggio, molto vivi e credibili i personaggi. Qualcosa che molti autori, pure famosi, non sanno fare, anche se promettono sfumature di vario colore.