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Archivio mensile:maggio 2015

youthStroncato da Goffredo Fofi, di sicuro Sorrentino non se la prenderà troppo a male se questo acclamato capolavoro “Youth” non ha convinto granché né la giuria di Cannes (pazienza, si sa i Cohen sono strambi) né il pubblico. Sono andata ieri sera a vedere il film in una sala semideserta, ma tant’è: anche Fellini era incensato dalla critica e non particolarmente amato dal grande pubblico, quella bestia volgare che adora i film di cassetta o commedie consolanti…

Però reincarnarsi in Fellini è impresa ardua: altro che levitazione di un bonzo! Ci vuole altro sguardo, altra sensibilità e magari una concessione ai temi della contemporaneità che non sono più, credo, la pura focalizzazione su un uomo bianco, artista, depresso, che sia in crisi artistica come Harvey Keitel in cerca di un finale aiutato da ben cinque menti giovani, oppure autopensionato come il compositore Michael Caine truccato come Servillo e con in testa una serie di cappelli a cono di vari colori, come Peter Sellers nella Pantera Rosa.

Un talento come Sorrentino potrebbe dirci moltissimo su di noi, sull’oggi e sulla “Gioventù” come Fellini seppe fare in film bellissimi, melanconici, profondi. Se “La grande bellezza” poteva essere la nuova “Dolce vita”, questo Youth di sicuro è un pallido riflesso di Otto e mezzo, che peccato! Una tale alta qualità delle immagini, un cast divistico per ritornare su concetti già espressi – e meglio – sull’arte, sulla musica, sulla decadenza. Magari è solo un film di passaggio, mica sempre si può fare capolavori.

 

ChildrenAct_Vintage“Mozzafiato” come strilla la copertina non si può dire, di questo “The children act”, ultimo romanzo di Ian McEwan. Ma interessante, coinvolgente e profondo: questi aggettivi ci sembrano i più appropriati. Anche perché non è semplice la materia che tratta lo scrittore, una materia legale imperniata sulla tutela dei bambini secondo il “Children Act” inglese, stabilito nel 1989 per la protezione e la cura dei bambini, con o senza i genitori che sono responsabili del suo benessere.

Ma si tratta di un romanzo e non di una cronaca o di un saggio, perciò la protagonista è una giudice (dal curioso nome di Fiona Maye, quasi come la famosa campionessa del mondo di atletica Fiona May) che si occupa dei casi di minorenni.  E il libro si apre in mezzo a una tempesta coniugale, con il marito che fa la valigia e se ne va per poter vivere in tutta libertà una “storia” con una donna ovviamente più giovane. Non molto originale, si direbbe, se non che la faccenda interessante è che il marito chiede quasi una sorta di permesso di avere un’avventura senza però separarsi, perché i vantaggi del matrimonio sono superiori ai rischi di una separazione definitiva. A questo punto, si pensa che la moglie, giudice e donna indipendente, lo butti fuori a calci, invece…

Eh, ci vuole proprio un tocco da maestro a capire come sono complesse le storie umane e le fragilità di persone anche apparentemente salde come rocce, magari chiamate a giudicare comportamenti altrui e a decidere di destini grazie all’applicazione di leggi idealmente giuste, ma che possono portare a conseguenze incontrollabili e anche drammatiche. Come il caso che tocca a Fiona: decidere se un ragazzo appartenente ai testimoni di Geova debba essere sottoposto a una trasfusione oppure no, come vorrebbero i genitori e la comunità religiosa.

La mia piccola notazione è che un romanzo del genere, con tutte le sue lunghe descrizioni sui procedimenti giudiziari e sulle specifiche legali, nel nostro paese avrebbe fatto rizzare i capelli agli editor, pronti con le cesoie a tagliare senza pietà passaggi che “annoiano” i lettori già abbastanza distratti. Invece, gli inglesi hanno pubblicato così com’era, lasciando a noi lettori il compito di saltare le pagine, se vogliamo. In italiano il libro s’intitola La ballata di Adam Henry.

garroneNapoli, si diceva a proposito del “Bestiario napoletano” che sembra imparentato con il nuovo stupefacente film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti, tratto dal seicentesco volume di Giambattista Basile, napoletano appunto e primo scrittore che raccolse le fiabe popolari in Europa. Perché bestie o meglio mostri popolano fiumi, grotte, ma anche splendidi palazzi che non hanno avuto bisogno di essere ricostruiti negli studios come in USA, perché sono veri castelli, come Sammezzano o Casteldelmonte, la cui struttura metafisica offre significati che il cinema fantasy si può solo sognare.

“Meraviglioso!” si esclama alla fine del film, un po’ tutti. Perché è il “meraviglioso” della fiaba e del cinema e della complessità del racconto (e della psiche che vi si riflette) che il film di Garrone riesce a regalarci, grazie a una fotografia che accentua la vividezza dei contrasti, ai costumi seicenteschi e all’impianto pittorico che attinge a piene mani dall’arte, dai Preraffaelliti giù fino a Velasquez, grazie soprattutto alla circolarità del racconto che inizia con la morte-sacrificale di un re per terminare con l’incoronazione di una giovane regina, divenuta tale per aver lottato e vinto sull’orco che la teneva prigioniera.

Giovinezza e decadenza, armonia e caos, unità e duplicità, amore e morte, si sa che nella fiaba i temi mitici e archetipici si intrecciano e si evidenziano, e in questo film troviamo terribilmente attuali: perché chi si fa scarnificare la faccia per essere giovane, chi fa di tutto per avere un figlio, chi s’illude che l’amore risolva tutto, e chi infine deve combattere la funambolica battaglia per non finire nell’abisso, ed essere riconosciuto per ciò che è, ebbene, siamo noi. Con in più un’indicazione precisa: sia la donna a essere regina. E’ proprio vero che, come titola nel suo breve saggio Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi” (ma di questo ne riparleremo)