lo cunto de li cunti

garroneNapoli, si diceva a proposito del “Bestiario napoletano” che sembra imparentato con il nuovo stupefacente film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti, tratto dal seicentesco volume di Giambattista Basile, napoletano appunto e primo scrittore che raccolse le fiabe popolari in Europa. Perché bestie o meglio mostri popolano fiumi, grotte, ma anche splendidi palazzi che non hanno avuto bisogno di essere ricostruiti negli studios come in USA, perché sono veri castelli, come Sammezzano o Casteldelmonte, la cui struttura metafisica offre significati che il cinema fantasy si può solo sognare.

“Meraviglioso!” si esclama alla fine del film, un po’ tutti. Perché è il “meraviglioso” della fiaba e del cinema e della complessità del racconto (e della psiche che vi si riflette) che il film di Garrone riesce a regalarci, grazie a una fotografia che accentua la vividezza dei contrasti, ai costumi seicenteschi e all’impianto pittorico che attinge a piene mani dall’arte, dai Preraffaelliti giù fino a Velasquez, grazie soprattutto alla circolarità del racconto che inizia con la morte-sacrificale di un re per terminare con l’incoronazione di una giovane regina, divenuta tale per aver lottato e vinto sull’orco che la teneva prigioniera.

Giovinezza e decadenza, armonia e caos, unità e duplicità, amore e morte, si sa che nella fiaba i temi mitici e archetipici si intrecciano e si evidenziano, e in questo film troviamo terribilmente attuali: perché chi si fa scarnificare la faccia per essere giovane, chi fa di tutto per avere un figlio, chi s’illude che l’amore risolva tutto, e chi infine deve combattere la funambolica battaglia per non finire nell’abisso, ed essere riconosciuto per ciò che è, ebbene, siamo noi. Con in più un’indicazione precisa: sia la donna a essere regina. E’ proprio vero che, come titola nel suo breve saggio Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi” (ma di questo ne riparleremo)

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