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Archivio mensile:giugno 2015

invisibiliCon l’estate, gli anziani restano spesso in città, se sono fortunati in belle case con aria condizionata e la figura tutta italiana della “badante”, altrimenti in piccoli e soffocanti mono o bilocali, con l’unico svago del supermarket, dove approfittare anche di un po’ di fresco.  Figli e nipoti, se ci sono, probabilmente non hanno tempo né voglia di occuparsi di persone fragili e un po’ lamentose, figurarsi portarsele in vacanza, come faceva mia mamma (santa) con un vecchio zio.

Eppure qualche giovane che osserva e comprende molto bene gli anziani c’è. Per esempio il simpatico Fabio Bartolomei che scrive questa divertente storia di anziani irriducibili, La banda degli invisibili (e/o) in cui Angelo, ex partigiano, Filippo, Ettore, Osvaldo decidono di rapire nientemeno che Berlusconi, capo del governo nel momento in cui è stato scritto il libro e anziano pure lui, ma del tipo “diversamente anziano”.

Com’era prevedibile, l’azione fallisce e i nostri eroi sono subito acciuffati dalla polizia. “Ma come vi è venuto in mente?” chiede il commissario, incredulo e comprensivo. “Volevamo solo che ci chiedesse scusa” risponde Angelo. Scusa di aver sperperato un patrimonio messo insieme con fatica e sacrifici da signori come Angelo e gli altri: un patrimonio chiamato “Paese di cui andare orgogliosi”, una frase che purtroppo tutti si piccano di ripetere a sproposito.

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lobsterThe Lobster (l’aragosta) è una mazzata di quelle che si andavano a vedere negli anni tristanzuoli della mia giovinezza, cioè in quei Settanta dello scorso secolo, anni creativi, pieni di film impegnati che finivano rigorosamente male, se non erano addirittura incomprensibili perché servivano per discutere molto. Ho come il sospetto che il regista greco Lanthimos sia un po’ fuori tempo, con questa storia fantascientifica e grottesca di una società dittatoriale tipo 1984 di Orwell dove o si è in coppia o si viene trasformati in animali, ma anche per chi fugge e decide di fare il solitario, ovviamente nel bosco e a rischio della propria vita, ha regole durissime perché alla fine nell’umanità tutto è controllo e strutturalizzazione. Mah. Certo, per carità, l’idea è anche interessante, lo cantavano anche gli U2, I can’t live with or without you, ma diventa un film interminabile, tetro, con un cast di divi che, essendo star hollywoodiane, probabilmente credono di interpretare il capolavoro di un regista intellettuale. A volte si rimpiange di sdegnare le iperproduzioni commerciali come Jurassic World: non è che il risultato di aver visto una cavolata sia tanto diverso.

pianosaC’è da stupirsi che un paese, il mio paese, dove la cultura e la letteratura sono considerati passatempi da élite, dove la logica è rimasta quella del campanile, del sospetto e dell’astio nei confronti dell’alieno, chiunque esso sia, c’è da stupirsi che ad ogni ondata di rifugiati si strilli di cacciarli altrove, quanto meno lontano dagli stabilimenti balneari o dai centri cittadini, ma anche dalle periferie? Ma sì, come ho sentito dire ieri: tutti su un’isola, anzi su quell’isola, Pianosa, ex carcere di massima sicurezza, che potrebbe aspirare a divenire la nuova Ellis Island. E che è? Dicono in tanti, che in questo paese, il mio paese, non ricordano o non sanno, perché la storia non l’hanno studiata, o non hanno studiato quella storia lì, l’Ottocento e il Novecento della grande migrazione italiana.

Ma anche se qualcosina avessero studiato, sono altri tempi, che diamine! Se non che, saranno anche altri tempi, ma l’impreparazione, lo shock, la paura e le reazioni sono sempre gli stessi, forse pure peggio. Un paese, il mio paese, di oltre sessanta milioni di abitanti, trema e impazzisce davanti a decine di migliaia di persone. Propone di mandarli sparsi “sul territorio”, come fossero cani o gatti da adottare, quando sappiamo bene, lo sa chi ha viaggiato e chi ha cercato lavoro all’estero, che chi scappa e cerca un posto, ha bisogno di una città e non di borghetti in mezzo ai boschi, ha bisogno di strutture di prima accoglienza, di informazioni, di percorsi d’integrazione protetti, di scuole dove mandare i bambini, di lavoro, e magari di gente che appartiene alla propria cultura d’origine o al proprio paese. Non lo facciamo anche noi italiani, quando andiamo altrove?

Un paese, il mio paese, che si è arricchito senza migliorare culturalmente e psicologicamente, che ha un deficit pauroso nelle scienze, è tra gli ultimi in Europa per la lettura, ha la più pericolosa e infiltrata criminalità organizzata, al punto che deve tenere sotto scorta persino uno scrittore, non ha mai debellato il razzismo, l’antisemitismo, e l’odio dei nordisti verso i sudisti, un paese che ancora discrimina le donne, incoraggiandole a essere dipendenti e succubi, che le donne le offende ogni giorno, che disconosce ogni differenza e la perseguita, questo paese dice di avere un problema di migranti per non guardare, non affrontare, non avviarsi a trovare almeno qualche rimedio, qualche risposta a quei suoi interni, incistati problemi di disuguaglianza, ignoranza e arretratezza sociale, che ne fanno un paese sempre più povero e cattivo.

godhelpVolete un buon libro moderno, una buona letteratura che ci dica qualcosa di oggi, di noi? Questo è il libro: God help the Child, non so quando sarà pubblicato in italiano e ringrazio la tenacia di continuare a studiare l’inglese anche soltanto per poter leggere romanzi come questi. Lo ha scritto una signora che sa il fatto suo, una donna ultraottantenne che sa dirci più e meglio di qualsiasi esordiente che magari, per non sbagliare, per guadagnare, per essere famosa presto e subito, si butta su generi più lucrosi,quelli che si dicono contemporanei e parlano di lupi mannari, roba d’altri tempi.

imgres-2Lei no. Lei, Toni Morrison, va dritta al punto, non teme di affrontare non uno ma diversi temi scabrosi: la molestia pedofila, la trascuratezza e l’incapacità dei genitori, il pregiudizio razziale, l’odio razziale, la paura razziale sul colore della pelle. E lo fa da maestra (premio Nobel 1993): il colore nerissimo terrorizza anche chi è afroamericano, ma che magari ha sfumature meno intense, non ha pelle che sembra una notte buia, e di fronte alla stessa figlia prova repulsione, mai tenerezza, né amore.

Certo, la bambina cresce, anzi, nella società mutata della multiculturalità la sua nerezza diventa affascinante, soprattutto se evidenziata da consigli di un bravo stilista, e può addirittura farle scalare i gradini di un’azienda di prodotti di bellezza, perché oggi “black is the new black” e vende.

Ma un romanzo contemporaneo non è una semplice fiaba sul genere della mia “Black Snowwhite”. Così a questa storia s’intrecciano quelle degli altri personaggi, tutti collegati dalla pedofilia che sfiora o distrugge i bambini, e gli adulti se sono genitori o insegnanti, e non è detto che siano indenni dal pericolo i figli di famiglie amorose e attente, che parlano con i figli e li incoraggiano e forse non li mettono sufficientemente in guardia dal male, dall’orrore.

Non mi vergogno a dire che mi sono molto commossa a leggere questo romanzo superbo, moderno, incalzante, che sa mostrare i diversi e complementari punti di vista, che ci sorprende e ci fa riflettere profondamente. Che dopo una lunga e tenera descrizione di due giovani che stanno per avere un bambino e sognano per lui tutto il bene possibile, senza errori, senza distrazioni, chiude con un secco: “Così credevano”, perché l’educazione è anche un atto di fiducia, di speranza e un po’ di presunzione.

misachefuoriCome si chiama qualcuno che ha perso un figlio? Non c’è una parola non solo in italiano, ma neppure in altre lingua. Bisogna risalire alla Bibbia per trovare, in ebraico la parola “av shakul” al maschile e “em shakula” al femminile, da “shakul” perdere un figlio. Dice bene Concita De Gregorio, in questo piccolo, commuovente, tremendo libro “Mi sa che fuori è proimavera” (Feltrinelli, appena uscito): la morte di un figlio è “la misura aurea del dolore”, perché inconcepibile, innaturale, il più orrendo dei dolori, che immaginiamo insuperabile, anzi, non lo immaginiamo proprio, di solito lo rimuoviamo.

Così, è davvero emblematica la storia di Irina Lucidi, “em shakula” di due bellissime gemelle di sei anni, sottratte dal marito una mattina e scomparse, e non è stato nemmeno possibile sapere se e come sono morte, perché il padre si è suicidato: un fatto terribile di cronaca di cinque anni fa. Lui era svizzero tedesco, e forse questo fatto, che fosse svizzero e non di altra minacciosa origine, di qualche paese in odor di terrorismo, ha rallentato se non addirittura scoraggiato le indagini. In più Irina invece è italiana e in Svizzera un’italiana non è proprio come gli altri.

Dunque: non si tratta solo di ricostruire uno di quei fattacci di cronaca nera, si tratta di andare anche a scandagliare pregiudizi, negligenze, stereotipi, di vedere come infine una persona può continuare a vivere, perché “di dolore non si muore”, e fondare coraggiosamente un’Associazione per la ricerca dei bambini svizzeri scomparsi (www.missingchildren.ch), andare avanti, credere nell’amore e nella vita. Un libro difficile da leggere, ma da leggere d’un fiato, per riflettere, per interrogarsi sulle relazioni umane.

il-piccolo-principe_3037Arriva l’estate e torna inesorabile in classifica Il piccolo Principe, accanto a libri sulla fisica o sull’intestino, a indicare che la gente sembra voler capire meglio le cose, anche interiori.

Sinceramente, non riesco a gioire della presenza di un classico che potrebbe vendere le sue poche migliaia di copie l’anno e non apparire come un best seller, segno di un consiglio di lettura offerto a bambini e ragazzi di tutte le età, perché questo libretto è considerato poetico e fruibile per tutti.

L’ho sempre trovato, invece, una lettura per grandi, per adulti. Ho notato che i bambini restano perplessi, ma di fronte ad un genitore che commosso chiede: “Ti è piaciuto? E’ bello, vero?” I piccoli annuiscono. Certo, sì. Bellissimo, il principino solo che alleva una rosa, il principino che vive su un pianeta piccino picciò, poveretto, si vede che la poesia parla di cose lontane e incomprensibili, di cose che fanno piangere i grandi. Si vede che la letteratura è questo: un racconto astratto, una visione della morte e della solitudine, una traduzione infantile della filosofia escatologica, e soprattutto piace perché chi ha raccontato la storia era un pilota francese caduto nel deserto, come un santo antico.

Con questo, so che potrei sollevare l’ira di milioni di Piccoliprincipofili. Ma oso, tanto so che il mio blog lo seguono poche e sufficientemente ironiche persone.

adichieNon faccio che sentirmi dire che le ragazze sono più brave in tutto. Sono più studiose, più disciplinate, più motivate, perciò eccellono negli studi, nei master. Sono scienziate molto serie, determinate. Sono artiste che affilano con pazienza il loro talento. Sono migliori dei loro coetanei maschi che sbruffoneggiano e poltriscono e se anche gli viene offerta una specializzazione universitaria alle Hawaii, rifiutano, magari dicendo che il surf non è il loro sport preferito.

E allora, com’è che restiamo così poche a lavorare, a dirigere le aziende, gli ospedali, i teatri, i laboratori di ricerca, le facoltà? Corriamo come treni per sfracellarci prima contro il muro della formidabile fortezza del lavoro e della formazione costruita tutta su modello maschile e molto ben presidiata da uomini che preferiscono stare in ambiente da caserma vecchio stampo, quando si era solo tra uomini (veri).

Però quella caserma non va bene nemmeno ai giovani. Ecco perché la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nel suo breve pamphlet “Dovremmo essere tutti femministi” (Einaudi, agilissima lettura di meno di 50 pagine, non si dica che non si ha tempo…) esorta a incontrarsi e allearsi ed essere femministi: gli uomini oltre che le donne, e magari queste ultime riprendano il termine femminista senza considerarlo antico o esagerato, in un mondo dove le donne sono assai maltrattate, non solo nei paesi meno avanzati, ma anche in quelli civili e carichi di leggi contro le discriminazioni di genere, perché la prassi, l’abitudine, la routine, gli schemi mentali, superano ogni legge e impediscono persino di vedere non solo la discriminazione, ma persino la sopraffazione.