pianosa

pianosaC’è da stupirsi che un paese, il mio paese, dove la cultura e la letteratura sono considerati passatempi da élite, dove la logica è rimasta quella del campanile, del sospetto e dell’astio nei confronti dell’alieno, chiunque esso sia, c’è da stupirsi che ad ogni ondata di rifugiati si strilli di cacciarli altrove, quanto meno lontano dagli stabilimenti balneari o dai centri cittadini, ma anche dalle periferie? Ma sì, come ho sentito dire ieri: tutti su un’isola, anzi su quell’isola, Pianosa, ex carcere di massima sicurezza, che potrebbe aspirare a divenire la nuova Ellis Island. E che è? Dicono in tanti, che in questo paese, il mio paese, non ricordano o non sanno, perché la storia non l’hanno studiata, o non hanno studiato quella storia lì, l’Ottocento e il Novecento della grande migrazione italiana.

Ma anche se qualcosina avessero studiato, sono altri tempi, che diamine! Se non che, saranno anche altri tempi, ma l’impreparazione, lo shock, la paura e le reazioni sono sempre gli stessi, forse pure peggio. Un paese, il mio paese, di oltre sessanta milioni di abitanti, trema e impazzisce davanti a decine di migliaia di persone. Propone di mandarli sparsi “sul territorio”, come fossero cani o gatti da adottare, quando sappiamo bene, lo sa chi ha viaggiato e chi ha cercato lavoro all’estero, che chi scappa e cerca un posto, ha bisogno di una città e non di borghetti in mezzo ai boschi, ha bisogno di strutture di prima accoglienza, di informazioni, di percorsi d’integrazione protetti, di scuole dove mandare i bambini, di lavoro, e magari di gente che appartiene alla propria cultura d’origine o al proprio paese. Non lo facciamo anche noi italiani, quando andiamo altrove?

Un paese, il mio paese, che si è arricchito senza migliorare culturalmente e psicologicamente, che ha un deficit pauroso nelle scienze, è tra gli ultimi in Europa per la lettura, ha la più pericolosa e infiltrata criminalità organizzata, al punto che deve tenere sotto scorta persino uno scrittore, non ha mai debellato il razzismo, l’antisemitismo, e l’odio dei nordisti verso i sudisti, un paese che ancora discrimina le donne, incoraggiandole a essere dipendenti e succubi, che le donne le offende ogni giorno, che disconosce ogni differenza e la perseguita, questo paese dice di avere un problema di migranti per non guardare, non affrontare, non avviarsi a trovare almeno qualche rimedio, qualche risposta a quei suoi interni, incistati problemi di disuguaglianza, ignoranza e arretratezza sociale, che ne fanno un paese sempre più povero e cattivo.

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3 commenti
  1. Leggere, riflettere, considerare: quello che non viene fatto in questo paese per me

  2. Cristina ha detto:

    Non sono d’accordo che il nostro è un paese sempre più cattivo. Forse più povero se non cambia qualcosa e speriamo che accada presto. Certamente è un popolo in crisi, ma cattivo no. A volte tanto studio si affianca ad altrettanta ignoranza, il nostro Salvini ha fatto il liceo classico è laureato e tutto il resto, conosco ormai fior di professori muniti di sapienza che di sapienza fanno poco uso. Secondo me, se vogliamo analizzare il problema distogliendo per un attimo lo sguardo dalla vera tragedia di un sistema politico e economico che ha il potere di portare i popoli alla distruzione, credo possa essere interessante riflettere sul cosa è successo a questo bel popolo negli ultimi trent’anni. Personalmente credo che il grande danno derivi dalla fascinazione per il denaro dalla corsa per averne sempre di più e in qualunque modo, credo che questa lotta abbia condotto al più crudele individualismo con il conseguente amore per il consumismo. Sempre più importanti sono le cose, rispetto alle persone, sempre più seducente l’avere, l’apparire, piuttosto che l’essere. Il sogno rivolto fuori anzichè dentro e soprattutto un sogno senza cuore e senza altruismo, dunque arido, triste, destinato a bruciare presto come i facili piaceri. Mi piace pensare che il mio popolo in realtà non sia stato sempre così e che potrebbe tornar fuori ciò che è stato proprio in uno momento come questo di grossa crisi. E penso subito ai nostri nonni, a mia nonna che aveva un cuore grande che conteneva tutte le persone del paese che avevano meno di lei e di cui lei si faceva carico con il poco che aveva, questa era la voce di un Italia ignorante ma dal cuore grande, questo è quello che preferisco sentire e su cui voglio lavorare ogni giorno, voglio sentire la voce del cuore, anche in ciò che leggo.

  3. Elena ha detto:

    Ci sono stata due anni fa e l’ho trovata stupenda!

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