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Archivio mensile:ottobre 2015

ishiguroL’ultimo libro di Kazuo Ishiguro è bellissimo. Raramente si incontra una scrittura ammaliante, che sa recuperare la narrazione della leggenda attraverso la sensibilità contemporanea e che, senza usare le solite tecniche narrative ormai assai abusate, sa condurre il lettore per mano attraverso un percorso lento e magico, simbolico e letterario, dove le citazioni di celebri romanzi sono inseriti con sapienza, come ingredienti che arricchiscono una ricetta segreta e la rendono unica.

Intanto, la sfida: un fantasy per adulti, per gente di una certa età, che ha come protagonista una coppia anziana che parte per la sua personale “quest” e cioè la ricerca di un figlio che si è trasferito lontano. Nel viaggio i due anziani gentili incontrano Galvano, nipote e cavaliere di re Artù ormai invecchiato e simile a un vetusto don Chisciotte; s’imbattono in un ragazzino sfuggito alla furia superstiziosa di un villaggio e in un guerriero che ha la missione di uccidere il drago femmina Querig, colpevole di aver creato con il suo fiato magico una nebbia che rende immemori, e che impedisce di ricordare anche ciò che è successo il giorno prima.

Il tema della memoria, caro a Ishiguro, qui ci offre una nuova questione. E cioè se sia davvero così fondamentale e necessario serbare il ricordo che ingenera e alimenta odi, conflitti, guerre, per rancori e incapacità di superare il male ricevuto o inferto. Quando il guerriero ucciderà il drago che crea la nebbia, il Gigante della storia sarà disseppellito e produrrà nuovi lutti. Eppure, questa è la giustizia umana, che ha bisogno di risarcimento al male per costruire una pace non anestetizzata.

scrittriceA volte mi chiedono se è verosimile che Mia, la protagonista di “Voglio fare la scrittrice” (e dei due successivi Voglio fare la giornalista e Voglio fare l’innamorata, pubblicati da De Agostini) scriva in modo così appropriato, sia così matura e profonda, benché abbia all’inizio tredici e in seguito quindici anni.

Certo, facile dire che siamo in campo letterario e non per strada. Ma aggiungo anche che ho il piacere di avere lettrici che sanno scrivere bene, che leggono molto, recensiscono, addirittura hanno un proprio blog o scrivono in blog collettivi. A chi non ci credesse, ecco qua il messaggio che mi ha inviato Sofia:

Salve Paola,
Sono una 13enne che divora i libri. Sul serio, penso che non ci sia niente di meglio ( infatti ho anche un sito, volandoconilibri.wordpress.com) ! E devo dirle che i suoi li ho proprio adorati. Ha uno stile fantastico, e le sue storie ancor di più. Mi è piaciuta più di tutte la serie di Mia, perchè anch’io condivido pienamente il sogno di diventare scrittrice o giornalista. Cosa ci potrà mai essere di meglio che il donare sogni attraverso le parole scritte su carta?
Io, che ho continuatamente nuove idee per libri ( e che mi cimento subito a scrivere, anche se non ritengo pronti ad essere pubblicati) seguo SEMPRE le regole per la scrittura che ha seminato nei libri di Mia.
Posso chiederle una cosa? Che metodo usa per scrivere? Scusi, ma ci tengo molto ad avere il parere degli “esperti” 🙂
La saluto…e grazie per il suo tempo. 🙂

Cara Sofia, il mio metodo è quello della ricerca e della documentazione accurata. Lo insegno ai miei allievi. Cioè a partire da un’idea, bisogna documentarsi su ambientazione, soggetti, richiami, particolari. Bisogna intervistare chi sa tutto di un certo tema che affrontiamo, e andare in biblioteca a cercare fonti. E’ importante per me ancorare il mio lavoro a dati precisi, certi, che mi permettono di rendere una storia credibile, viva, e non banale. Tra l’altro, è un metodo giornalistico: non a caso Mia prova anche a fare la giornalista. Grazie mille cara Sofia, e complimenti per il blog!

martianA quanto sembra, The Martian (in italiano “Il sopravvissuto”) di Ridley Scott non è molto garbato alla critica. Ora, io sono di parte perché ho sempre amato i film di Ridley Scott che considero un regista notevole, uno dei più importanti a cavallo dei due secoli. Perché bisogna pur ricordare cosa ha fatto questo artista della cinepresa e cioè film di fantascienza stupendi come Blade Runner e Alien, oltre a pellicole memorabili come I duellanti, Thelma & Louise e persino Il gladiatore, film che ci mostra quel che fanno normalmente i cineasti soprattutto americani (anche se Scott è inglese) e cioè realizzare film sontuosi con molta libertà dalla verità storica a favore della spettacolarità della visione e della tensione narrativa.

Perciò, sì, a me è piaciuto molto The Martian. Magari la storia è un po’ la solita (abbandono di un poveretto nello spazio o in un pianeta, tutti derivati dal naufragio settecentesco di Robinson Crusoe in un’isola che non era ancora dei famosi), ma è, come si dice, “fatta bene”. C’è intanto una consapevolezza di tipo razionale e scientifico e nessun abbandono escatologico, che in un epoca di fondamentalismi religiosi e di rifiuto di teorie come l’evoluzionismo  non è poco. C’è un richiamo forte agli anni Settanta in cui Scott si è formato e che hanno segnato decenni con la creatività, la fiducia nella scienza e nei viaggi spaziali, e il senso di solidarietà a un gruppo (così, l’astronauta solo guarda vecchi film di Happy Days, esplode la musica di “Life on Mars” di David Bowie, e l’astronave tipo Odissea nello Spazio torna indietro a riprendere il compagno abbandonato, perché così fa una compagnia che oltretutto ha usato un nome tratto dal Signore degli Anelli).

Finisce bene, ovviamente. Ma ci fa pensare molto al fatto che bisogna fare appello alle nostre conoscenze, alle competenze, alla matematica e alla fisica per sopravvivere e forse vivere nel futuro, in questo o in altri mondi.

bibliogardenQuesta è la lettura in Italia, oggi: un affare da bambini e ragazzi, un po’ come la musica pop, che si ascolta da adolescenti e poi mai più e si resta a rinvangare vecchie glorie, senza incuriosirsi mai di quel che c’è dopo, senza aggiornarsi mai, vanagloriandosi di un tempo antico che, si sa, è sempre migliore.

Ecco i dati, riportati dall’amica Loredana Lipperini nel suo blog di cui riporto la parte numerica:

A Francoforte sono stati ricordati anche i dati Istat sulla lettura, secondo i quali  chi non legge neppure un libro, sempre nel 2014, è il 58.6% degli italiani. Nel particolare. Il 39,1% di tutti i professionisti e dirigenti italiani non legge. Il 25,1 di tutti i laureati italiani non legge. Significa che circa il 40% dei professionisti, dirigenti e manager italiani non legge. Significa quasi la metà. Significa che la classe dirigente, per larga parte, non legge – attenzione- neanche UN libro l’anno. E quel quarto di laureati che ugualmente non legge neanche UN libro l’anno va messo a confronto con le stesse percentuali di altri paesi. Ovvero: in Spagna i laureati non lettori sono 8,3 e i dirigenti il 17. In Francia il 9 i laureati, i dirigenti e professionisti il 17.

Ora: come si fa a disegnare case e ponti e piazze e forse biblioteche senza mai leggere nemmeno un libro, per esempio di poesia che tanto può ispirare architetti, consolare medici, far sognare banchieri o ingegneri? O di sociologia, per capire magari dove siamo, di archeologia per sapere chi eravamo? Ma anche per non essere brutali, prosaici, non rimanere nella dimensione univoca della materialità presente, contingente, trasformando la contingenza in unica triste condizione del vivere sociale e personale?

Meno male che ancora i bambini un po’ leggono, se hanno la preziosa fortuna d’incontrare una maestra che legge le fiabe, racconta le storie. E anche i ragazzi, se il caso mette loro sulla strada una brava prof, un bravo prof che li illumina con libri che li accompagneranno per tutta la vita. Quei prof che ho il privilegio di conoscere nei miei viaggi per l’Italia disastrata da ignoranza e incuria, indifferenza e avidità, quei prof salvano la nostra cultura, la nostra inventiva e la nostra capacità di raccontarci e relazionarci. Un pugno di prof ci salva dal perderci nel bosco dell’insensatezza.

recalcatiMassimo Recalcati doveva arrivare a parlarci della madre, dopo aver molto scandagliato la figura del padre così cambiata negli ultimi anni. Ed ecco perciò “Le mani della madre” (Feltrinelli), un saggio che come gli altri libri di Recalcati si legge volentieri, si comprende, e ci aiuta a riflettere molto sulle trasformazioni e sull’immanenza di figure e simboli, sulla realtà contemporanea e soprattutto su noi stessi.

Perché siamo tutti genitori. Di figli comunque adottati, biologici o no, se si è d’accordo con la tesi di Recalcati sulla genitorialità come scelta, atto consapevole e atto di adozione di una vita, di una persona, e soprattutto di un desiderio.  Nel caso della madre, figura indiscussa d’amore e accoglienza, la riflessione per Recalcati è assai più sfidante, perché siamo tutti d’accordo che il ruolo di madre protettiva e totalmente proiettata sui figli della società paternalistica è evaporata come la figura del padre-padrone, ma a questa si è sostituita un’immagine sentimentale e mistificata della madre “holding”, che tutto contiene e accetta, spesso sola con il figlio, insostituibile: un modello molto americano che ritroviamo in quasi tutti i film e molta letteratura (che Recalcati ricorda o racconta, accanto a casi clinici).

Ma questa madre è una trappola, è una madre narcisistica che non riesce a separarsi né a permettere la separazione, costringendo i figli nel loro ruolo di figli, da godere come fanciulli, sentiti e vissuti come ragione di vita, sostituti del partner, oggetti fortemente voluti, come oggetti di consumo.

L’eredità della madre, ci dice Recalcati, riguarda la trasmissione del sentimento della vita. La madre indubbiamente dà la vita, ma non la possiede: ai figli lascia il diritto di esistere, di stare nel mondo con un forte senso della vita.

 

repubblicaimmaginazioneImagine, immagina che non ci siano paesi, cantava Lennon nel secolo scorso, facendo appello alla facoltà che ci permette di superare barriere e pregiudizi, divieti, obblighi e tradizioni, cioè l’immaginazione. E “La Repubblica dell’immaginazione” (Adelphi, 2015) s’intitola l’ultimo libro di Azar Nafisi, scrittrice iraniana diventata cittadina americana, e docente di letteratura angloamericana (della sua esperienza di insegnante sotto il regime degli Ayatollah scrisse nel bellissimo “Leggere Lolita a Teheran”, 2004).

Così quest’ultimo libro è frutto della sua esperienza di insegnante e scrittrice non più in un paese dominato dal fondamentalismo religioso, ma nel propagandato faro delle libertà e dei diritti, ovverosia negli Stati Uniti dove è talmente tutto libero che leggere diventa scontato, anzi banale, anzi trascurabile, così si perde sia il diritto di leggere che l’impegno di formare un gusto letterario, di esercitare la riflessione, di ricordare non tanto la Storia quanto la memoria letteraria. In più, trascurando la lettura e la letteratura, si perde l’insostituibile capacità di immedesimarsi attraverso le storie e la comprensione reciproca che la narrativa è in grado di innescare facilmente.

Nafisi perciò intraprende un percorso nei classici della letteratura americana: Huck Finn, il vagabondo, l’antieroe, il ragazzo che scardina la pedagogia letteraria perché alla fine del suo viaggio non è diventato migliore, non è cambiato, dunque non ha fatto quel che ogni ragazzo in un romanzo di formazione dovrebbe fare: crescere e adeguarsi alla società in cui vive.

Mescolando biografia personale, con l’accoglienza negli USA, il rapporto con l’amica d’infanzia Farah che la spinge a scrivere, i ricordi di ragazza, Nafisi analizza Babbitt di S.Lewis e Il cuore è un cacciatore solitario, di Carson McCullers, come specchi della società americana in cui vive e che sembra non aver più bisogno di libri né di scrittori, né di letteratura.

Mi sono spesso chiesta” dice quasi alla fine del libro “se questo attacco alla letteratura da molti considerata inutile o irrilevante non sia il riflesso del desiderio di sbarazzarci di tutto quel che per noi è doloroso o ripugnante, che non si adegua alle nostre regole, che non semplifica la vita e non ricade nella nostra sfera di potere o di controllo. In un certo senso, rifiutare la letteratura equivale a rifiutare il dolore e quel dilemma chiamato vita.”

Già.