imagine

repubblicaimmaginazioneImagine, immagina che non ci siano paesi, cantava Lennon nel secolo scorso, facendo appello alla facoltà che ci permette di superare barriere e pregiudizi, divieti, obblighi e tradizioni, cioè l’immaginazione. E “La Repubblica dell’immaginazione” (Adelphi, 2015) s’intitola l’ultimo libro di Azar Nafisi, scrittrice iraniana diventata cittadina americana, e docente di letteratura angloamericana (della sua esperienza di insegnante sotto il regime degli Ayatollah scrisse nel bellissimo “Leggere Lolita a Teheran”, 2004).

Così quest’ultimo libro è frutto della sua esperienza di insegnante e scrittrice non più in un paese dominato dal fondamentalismo religioso, ma nel propagandato faro delle libertà e dei diritti, ovverosia negli Stati Uniti dove è talmente tutto libero che leggere diventa scontato, anzi banale, anzi trascurabile, così si perde sia il diritto di leggere che l’impegno di formare un gusto letterario, di esercitare la riflessione, di ricordare non tanto la Storia quanto la memoria letteraria. In più, trascurando la lettura e la letteratura, si perde l’insostituibile capacità di immedesimarsi attraverso le storie e la comprensione reciproca che la narrativa è in grado di innescare facilmente.

Nafisi perciò intraprende un percorso nei classici della letteratura americana: Huck Finn, il vagabondo, l’antieroe, il ragazzo che scardina la pedagogia letteraria perché alla fine del suo viaggio non è diventato migliore, non è cambiato, dunque non ha fatto quel che ogni ragazzo in un romanzo di formazione dovrebbe fare: crescere e adeguarsi alla società in cui vive.

Mescolando biografia personale, con l’accoglienza negli USA, il rapporto con l’amica d’infanzia Farah che la spinge a scrivere, i ricordi di ragazza, Nafisi analizza Babbitt di S.Lewis e Il cuore è un cacciatore solitario, di Carson McCullers, come specchi della società americana in cui vive e che sembra non aver più bisogno di libri né di scrittori, né di letteratura.

Mi sono spesso chiesta” dice quasi alla fine del libro “se questo attacco alla letteratura da molti considerata inutile o irrilevante non sia il riflesso del desiderio di sbarazzarci di tutto quel che per noi è doloroso o ripugnante, che non si adegua alle nostre regole, che non semplifica la vita e non ricade nella nostra sfera di potere o di controllo. In un certo senso, rifiutare la letteratura equivale a rifiutare il dolore e quel dilemma chiamato vita.”

Già.

 

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