Un affare da ragazzi

bibliogardenQuesta è la lettura in Italia, oggi: un affare da bambini e ragazzi, un po’ come la musica pop, che si ascolta da adolescenti e poi mai più e si resta a rinvangare vecchie glorie, senza incuriosirsi mai di quel che c’è dopo, senza aggiornarsi mai, vanagloriandosi di un tempo antico che, si sa, è sempre migliore.

Ecco i dati, riportati dall’amica Loredana Lipperini nel suo blog di cui riporto la parte numerica:

A Francoforte sono stati ricordati anche i dati Istat sulla lettura, secondo i quali  chi non legge neppure un libro, sempre nel 2014, è il 58.6% degli italiani. Nel particolare. Il 39,1% di tutti i professionisti e dirigenti italiani non legge. Il 25,1 di tutti i laureati italiani non legge. Significa che circa il 40% dei professionisti, dirigenti e manager italiani non legge. Significa quasi la metà. Significa che la classe dirigente, per larga parte, non legge – attenzione- neanche UN libro l’anno. E quel quarto di laureati che ugualmente non legge neanche UN libro l’anno va messo a confronto con le stesse percentuali di altri paesi. Ovvero: in Spagna i laureati non lettori sono 8,3 e i dirigenti il 17. In Francia il 9 i laureati, i dirigenti e professionisti il 17.

Ora: come si fa a disegnare case e ponti e piazze e forse biblioteche senza mai leggere nemmeno un libro, per esempio di poesia che tanto può ispirare architetti, consolare medici, far sognare banchieri o ingegneri? O di sociologia, per capire magari dove siamo, di archeologia per sapere chi eravamo? Ma anche per non essere brutali, prosaici, non rimanere nella dimensione univoca della materialità presente, contingente, trasformando la contingenza in unica triste condizione del vivere sociale e personale?

Meno male che ancora i bambini un po’ leggono, se hanno la preziosa fortuna d’incontrare una maestra che legge le fiabe, racconta le storie. E anche i ragazzi, se il caso mette loro sulla strada una brava prof, un bravo prof che li illumina con libri che li accompagneranno per tutta la vita. Quei prof che ho il privilegio di conoscere nei miei viaggi per l’Italia disastrata da ignoranza e incuria, indifferenza e avidità, quei prof salvano la nostra cultura, la nostra inventiva e la nostra capacità di raccontarci e relazionarci. Un pugno di prof ci salva dal perderci nel bosco dell’insensatezza.

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2 commenti
  1. Gabriele85 ha detto:

    Complimenti per l’articolo, trovo affascinante accostare numeri e letteratura, dirigenti e laureati (quindi professionisti e si spera futuri tali) e libri. Sono d’accordo con ElenaElle, ma solo in parte. Secondo me leggere è faticoso, ma non per forza è utile. Leggere può portare a un nulla di fatto, ma anche a una delusione, sviluppa lo spirito critico, ma non vale ad aumentare la propria “social-ità”, spesso e poi è un esperienza solitaria e la solitudine spaventa! Io credo che lo scarto italiano (come bene sottolinea Loredana quando parla di “campagne di lettura romantico-idealistiche”) è da ricercare nel fatto che si parla ancora troppo superficialmente della lettura. Leggere è atto di DISOBBEDIENZA. Proprio perchè può non servire, può essere una perdita di tempo, di soldi, di “hashtag”, news abbiamo il dovere di farlo. Leggere è necessario: smonta gli stereotipi, è “virale”. La lettura non è solo “a scuola”, la lettura è “diversa” (figurata, recitata, tra le righe, in luoghi tra i più disparati: al cesso, a letto, sul tram, a tavola, condivisa).E’ necessario fare “fatica” non solo nel prendere in mano un libro all’anno, ma reinventandosi, provando attività nuove, amando, sovvertendo le logiche, partendo da sè.

    • Grazie Gabriele, è molto bello quel che scrivi, lo condivido in pieno!

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