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Archivio mensile:novembre 2015

Grand PlaceControllo se il passaporto non sia scaduto. Perché negli ultimi tempi, io che viaggio soprattutto in Europa, non mi serviva e ora va rispolverato, non sia mai che al gate mi respingano perché esibisco la misera, poco sicura, carta d’identità.

Così, dopo l’euforia di poter viaggiare senza frontiere vent’anni fa, e con il perdurante entusiasmo di essere cittadini di una Europa federalista, ora torniamo a rinchiuderci nei gusci antichi. La festa è durata soltanto vent’anni, siamo pronti a ritornare alle barriere, alle dogane, alle linee che delimitano nazioni, popoli e culture, perché come insegnano altri paesi circondati da muri e fili spinati e soprattutto check point con i militari armati di mitra, la sicurezza è più importante della libertà e dell’idea utopistica, che si è dimostrata fallace e poco apprezzata dai cittadini dei diversi paesi, di una comunità aperta, tollerante, mista e cosmopolita, tutti termini odiatissimi da ogni genere di dittatura, da ogni esercito del mondo e dai venditori di armi legali e illegali.

Queste immagini di Bruxelles sotto assedio militare mi fanno piangere il cuore. La Grand Place, dove stazionano le camionette, è il cuore della capitale, è una delle piazze più belle che ci siano, si può passarci la giornata seduti in uno dei locali, e d’estate diventa un enorme salotto all’aperto che nella settimana di Ferragosto sfodera un tappeto di fiori sull’intero pavimento. Ma per amare Bruxelles e commuoversi a vederla presidiata, bisogna esserci andati, bisogna sapere che è la capitale dell’Unione Europea e bisogna ancora sentire che l’Unione Europea esiste e che ne facciamo parte. Ma in questi giorni quel che è esploso e sembra agonizzante nei nostri paesi e nei nostri pensieri è questo senso di appartenenza, quell’idea di cittadinanza che era diventata realtà e che, anziché svilupparsi, è naufragata a causa di una gestione economica nefasta, nell’abbandono della cultura comune, nella fragilità dell’unione, nella paura che ci rende debolissimi e quindi più esposti e più disposti a cedere sui diritti e sulle nostre troppo comode libertà.

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francofoniaIn una sala strapiena di gente accorsa anche per solidarietà con la Francia, ho visto in anteprima Francofonia di Sokurov. Il film si basa su un’idea bellissima, sul Museo del Louvre, luogo dell’identità non solo francese, ma occidentale, occupato durante l’invasione nazista. Potrebbe essere di massima attualità per la metafora della salvezza di patrimoni culturali e identitari, e sa donarci anche momenti notevoli, ma è una straordinaria occasione sprecata.

Perché risulta noioso, e la mente, invece che essere sfidata in riflessioni sull’arte e la cultura, la memoria, l’unicità della rappresentazione umana così come si è costruita in millenni nella cultura occidentale, tende a distrarsi, a sfuggire.

Sarà la voce fuori campo che filosofeggia in modo un po’ lugubre, sarà questo assemblare il falso documentario d’epoca con veri spezzoni dell’occupazione nazista di Parigi e con un girato nel Museo dove il fantasma di Napoleone si aggira nelle sale a ricordarci che il patrimonio artistico si fonda anche su furti di opere durante la guerra. Insomma, alla fine il film sembra che non finisca mai e quando si accendono le luci in sala ci si stupisce che sia passata soltanto un’ora e mezza.

Che peccato! Perché domandarsi a cosa servono i musei, e ricordare che uno stato “ha bisogno di musei” per l’identità, il valore della storia e della memoria, dell’arte, della bellezza e del sublime, che la cultura occidentale si fonda sul ritratto, sul guardare l’altro e riconoscersi anche attraverso secoli, sarebbero pietre miliari. Come bella è l’idea del cargo in un mare tempestoso, che perde i container con i tesori d’arte. Però non basta mettere insieme idee e concetti per realizzare un bel film, bisogna saper tenere la barra o si rischia di perdere i pezzi e affondare.

 

spectreAndare a vedere l’ultimo film dell’infinita serie Bond è come farsi raccontare una fiaba, quindi sospendiamo la credulità, ci mancherebbe. Lasciamoci invece trascinare dalla fantasmagorica sarabanda in giro per il mondo, partendo da Città del Messico durante la Festa dei Morti, per finire a Londra, passando dalle montagne austriache e dal Marocco. Insomma, 007 è un po’ meno giramondo di una volta, ma finisce sempre in location tipo top ten di Booking, ed è sempre più “stylish”, tant’è che ormai le Bond Girl sono attrici-modelle e sanno camminare verso la macchina da presa con falcata da passerella. Da qui si capisce l’entusiasmo degli stilisti.

Sam Mendes, il regista, era più convincente in Skyfall e soprattutto poteva contare su un eccezionale Javier Bardem, oltre che la solita magnifica Judy Dench, a giocare le parti di doppio nella versione madre-figlio; qui lo psicologismo sfugge un po’ di mano, sembra quello da magazine, perciò si gioca sulla relazione conflittuale tra fratelli e si conta su Christopher Waltz come doppio di Bond. Ma appunto, è tutto molto all’acqua di rose perché si deve arrivare a un pubblico enorme e frastagliato e consumista e soprattutto ormai avvezzo più alla pubblicità che ai film (figurarsi quelli d’autore). Infatti, con la passeggiata notturna di Monica Bellucci in una villa romana con sottofondo di musica d’opera, ci si aspetterebbe di veder comparire il logo e lo slogan di Dolce e Gabbana.

Roboante e pieno di effetti, come si deve, a me questo Bond non è sembrato un granché, mi ha fatto però ridere molto soprattutto per gli effetti da videogioco di inseguimenti in Roma deserta (!) e per la celebre sortita da catastrofi di quest’uomo inespressivo come un manichino, a cui neanche una bomba fa un plissé. Poi, arrivo a casa e ho l’impressione che il film non sia mani finito: bombe a Parigi, disperazione e orrore. Una folle organizzazione che guida gli attentati. Allora, se avesse dato meno occhio alla moda e più alla cronaca, forse Mendes poteva pure  realizzare un film emozionante, farci venire brividi, e offrirci un doppio fantasmatico e incisivo della nostra drammatica realtà.

zorroSorpresa e commossa di essere nella cinquina finale del nuovo Premio Strega per la letteratura per ragazzi. Sorpresa perché il romanzo è “Zorro nella neve”, pubblicato da un editore piccolo (ma di grande spessore: Il Castoro) sorpresa perché non sono un’esordiente. Ormai sono vent’anni che scrivo per questo genere letterario, nella marginalità a cui è sempre sottoposto pur avendo regalato capolavori letterari oltre che successi planetari, e non nel passato, ma anche adesso. Dopo vent’anni so che tutto si conquista con grande impegno e fatica, e che ricomincio da capo con ogni libro, perché a differenza dei libri per gli adulti, il mio pubblico è volatile, cresce e se ne va.

Sono felice e commossa perché sono in compagnia di autori che, come me, lavorano e faticano da vent’anni. Li conosco, li apprezzo, li considero compagni di viaggio, sono stata con loro in collane editoriali, li ho incontrati nei Festival e nei premi, con alcuni sono diventata amica. E’ stato bello ricevere oggi l’sms di Francesco D’Adamo che si complimentava con me, anche lui finalista del Premio. Siamo stati spesso insieme nei premi, a volte ho vinto io, a volte ha vinto lui. Ho sempre letto con piacere i suoi libri (qui troverete le recensioni), apprezzo il suo stile. Posso dire la stessa cosa degli altri finalisti: Beatrice Masini, compagna di scrittura in un’antologia (Parole Fuori), Vichi De Marchi, che ho conosciuto quindici anni fa, Chiara Carminati, di cui ho sempre letto le bellissime poesie. Oggi noi scrittori italiani costituiamo una buona e nutrita squadra che sa inventare e scrivere buone storie, con impegno, fatica, e con piacere, soprattutto mantenendo un buon livello, buone idee e onestà letteraria anche alla dura prova del tempo, credendo nella letteratura anche quando sembra che nessuno ci creda più.

Nella sezione bambini c’è Susanna Tamaro, la più famosa scrittrice italiana, che ha sempre pubblicato anche per i bambini e i ragazzi. Anche con Susanna ci siamo conosciute, scritte, lette reciprocamente. Credo che questi aspetti, l’amicizia e la stima tra scrittori, siano molto poco conosciuti dal pubblico, abituato alle rivalità e invidie di altri campi, abituato alle sfide calcistiche. Ma la letteratura spinge a leggere gli altri per imparare, insegna ad apprezzare le buone storie, a migliorarsi attraverso il miglioramento degli altri. Credo che spinga anche a sentirsi fieri di appartenerle, di avere l’onore di scrivere letteratura italiana contemporanea. Per ragazzi, per bambini, perché si meritano una buona scrittura, una lingua non banale e riduttiva, ma ricca e complessa nella sua necessaria semplicità.