Zalone oltre l’invidia

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Francesco Costa / AC-Costa al Cinema

 

 


 

immQUO VADO? regia: Gennaro Nunziante; sceneggiatura: Checco Zalone e Gennaro Nunziante; direttore della fotografia: Vittorio Omodei Zorini; scenografia: Valerio Girasole e Alessandro Vannucci; costumi: Francesca Casciello; montaggio: Pietro Morana; produzione: Pietro Valsecchi; durata: 83’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Checco Zalone (Checco), Eleonora Giovanardi (Valeria), Sonia Bergamasco (dottoressa Sironi), Maurizio Micheli (Peppino), Ludovica Modugno (Caterina), Lino Banfi (senatore Binetto).

In Italia, nel dopoguerra, il cinema era di sinistra. Dopo la levigata fatuità dei Telefoni Bianchi e le fanfaronate patriottiche del Ventennio, dalle rovine d’Italia sono emersi formidabili artisti in grado di raccontare, sia in chiave di commedia che di dramma, storie forti che si sarebbero incise nella memoria collettiva. Le classi sociali si riflettevano l’una nell’altra, per quanto oggi sembri incredibile, e raffinati intellettuali (Luchino Visconti, Alberto Moravia, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini, Roberto Rossellini e altri) non si vergognavano a impiegare per i loro film stupende facce, scovate nei ceti popolari o nei concorsi di bellezza (Anna Magnani, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, Lucia Bosè, Renato Salvatori), e tanto fervore faceva fioccare sul cinema italiano consensi universali e premi Oscar a catinelle (4 a De Sica, 4 a Fellini, uno alla Magnani, due alla Loren e via di seguito): ci si proponeva al resto del mondo con la serenità di chi è fiero del proprio talento.

Tutto era apertura, spasso, elaborazione del dolore. Chi poteva prevedere che, con gli anni, la sinistra italiana sarebbe diventata una casta arcigna e snob che, allontanando gradatamente la gente dalle sale cinematografiche, avrebbe prodotto un cinema quasi pornografico, nel senso che riduce gli spettatori a guardoni delle vicissitudini personali, lutti inclusi, di registi acerbi e musoni? Dove sono finite la verve, la fantasia e il rigore di un cinema imitato in tutto il pianeta? Al suo posto crescono la cultura del disprezzo, un malriposto senso di superiorità, una strisciante misoginia, attrici monocordi e simili a una segretaria di Zurigo, fiumi di analisi e di elogi per film che, pur sostenuti da compiacenti conduttori televisivi, ammiccano a un ristretto giro di amici. E il pubblico? Quello vero, s’intende, che non puoi portare al cinema se non hai qualcosa da offrirgli? Sparito dalle sale o attirato dai filmoni hollywoodiani come le falene dai fari quando non preferisce al cinema una pizza e una birra in lieta compagnia. E considerato, per giunta, cretino e fascista perché in questo bizzarro paese accade che sia ritenuta di sinistra una borghesia avvinta ai propri privilegi e di destra chi non sa come arrivare alla fine del mese.

Alla luce di tali degenerazioni è ovvio che un film capace di attirare al botteghino milioni di persone sia tacciato di qualunquismo, parolina magica usata spesso a sproposito, e figuratevi il putiferio che si scatena all’irrompere sulla scena di un tal Checco Zalone il cui ultimo film, Quo Vado?, incassa in soli sette giorni una cifra che si avvicina rapidamente ai 50 milioni di euro. La crociata prende il via, molti critici starnazzano indignati, c’è chi istiga gli spettatori a uscire dal cinema mezz’ora prima della fine (ma non è più pratico restare a casa?) per farsi rimborsare i soldi del biglietto. In campo editoriale si ricorda qualcosa di simile quando il folgorante successo del romanzo Va’ dove ti porta il cuore espose la sua autrice, Susanna Tamaro, a un terremoto di critiche e insulti. La verità è che l’invidia è una pianta che cresce in troppi giardini.

Tornando a Quo Vado? c’è da dire che, con incassi di questa portata, il rischio è quello di parlare più dei suoi trionfi che del film in sé. La storia è in realtà un vero profluvio di invenzioni che mette sotto accusa i mali italici (corruzione, accidia, maschilismo, narcisismo), incarnati da un giovanotto di nome Checco che fin da bambino concupiva il posto fisso e che ora rischia di finire a spasso a causa della crisi economica e dell’accanimento di una viperina funzionaria che le studia tutte per spingerlo a licenziarsi: lui tiene duro e, pur di non restare disoccupato, si sposta di continuo da un continente all’altro, accettando le sedi più invivibili, e intanto cresce, matura, incontra l’amore fino a una conclusione non imprevedibile, ma di certo godibile che, con una sapiente escalation emotiva riesce a far piangere non solo il personaggio più coriaceo del film, ma anche lo spettatore più sensibile. Forse non è il caso di scomodare Totò o Alberto Sordi (peraltro vituperato ai suoi tempi dal nuovo che avanzava), ma Zalone è in grado di offrire una radiografia piuttosto originale dei tempi in cui viviamo e, contando su un’irresistibile carica di simpatia, potrebbe dettar legge sul nostro mercato ancora per molti anni, oltre a saper scrivere una sceneggiatura che non conosce momenti di stanchezza e offre all’attrice Sonia Bergamasco (dal raffinato curriculum che, fra cinema e teatro, allinea i nomi di Carmelo Bene e di Bernardo Bertolucci e il ruolo della terrorista nel celebrato La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana) un delizioso ruolo di cattiva che fa il verso alla leggendaria Crudelia Demon!

Francesco Costa

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