L’importanza di una buona sceneggiatura

1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389   Francesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

immLA CORRISPONDENZA

Regia, soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore; direttore della fotografia: Fabio Zamarion; scenografia: Maurizio Sabatini; costumi: Gemma Mascagni; montaggio: Massimo Quaglia; produzione: Isabella Cocuzza e Arturo Paglia; musica: Ennio Morricone; durata: 116’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Jeremy Irons (Ed), Olga Kurylenko (Amy), Shauna Macdonald (Victoria), Simon Anthony Johns (Jason), Anna Savva (Angela), Paolo Calabresi (Ottavio).

Giuseppe Tornatore ha vinto nel 1988 il premio Oscar per il miglior film straniero con Nuovo Cinema Paradiso, ma nella versione voluta, anzi imposta, dal produttore Franco Cristaldi che tagliava di netto tutta la seconda parte del racconto in cui il protagonista tornava disilluso sui luoghi dell’infanzia per crogiolarsi nei ricordi. In quell’ormai lontano episodio, che forse pochi ricordano, il regista avrebbe dovuto cogliere un monito di cui tener conto durante la stesura delle future sceneggiature, ma ci si deve ormai arrendere al fatto che non ce la fa proprio a risparmiare agli spettatori l’implacabile accavallarsi di innumerevoli prefinali che li costringe a boccheggiare in platea in attesa del vero finale che sembra non arrivare mai. Con l’eccezione del tetro La sconosciuta che, tagliato con la dovuta secchezza, non contiene un fotogramma di troppo, a ogni film del regista siciliano si potrebbe tagliar via almeno mezz’ora senza con ciò danneggiare il racconto che ne trarrebbe anzi un oggettivo miglioramento. Sussurrata a fior di labbra alla conclusione di ogni suo film, la verità è che vanno giudicate in modo diverso le sue due attività: il regista Tornatore ha un tocco inconfondibile, ma lo sceneggiatore Tornatore non sa scrivere. Ignora troppi fattori decisivi per la riuscita di un racconto: la progressione drammaturgica che deve scandirne le fasi, il valore della concisione, la distanziazione ironica che potrebbe alleggerire l’enfasi dei suoi dialoghi e, in quest’ultimo film che è sicuramente il suo peggiore, anche un ritmo che tenga sveglia la platea, ma a questo punto bisogna parlare di che cosa tratti La corrispondenza.

“Noi due siamo tutto un mistero altrimenti non staremmo insieme!”

Quest’uscita sublime (la prima di tante, e mette tristezza immaginare il regista che si spreme le meningi per cesellare queste scempiaggini) la sussurra nella scena iniziale la bellissima Amy all’attempato Ed mentre si stringe ardentemente a lui in una stanza d’albergo, e basta a far capire che il film parte male. Dopo aver baciato Amy, Ed esce di scena nel senso letterale del termine: non lo vedremo più se non sullo schermo di un computer perché, come certi astri ci appaiono vivi e brillanti anche dopo la loro morte, lui finge di essere vivo, ma è in realtà stato stroncato da un male incurabile. Valente astrofisico, tormenta l’infelice Amy (e gli incolpevoli spettatori) con massicci invii di lettere, cd, messaggi, in cui sputa sentenze sul cosmo e ripete all’amante quanto l’ami senza capire che, se l’amasse davvero, la lascerebbe in pace. Dopo quasi due ore di questa solfa, il finale è prevedibile: Ed non può certo resuscitare e la bella Amy dovrà pur piantarla di vagare affranta da un luogo all’altro, inseguita dal flebile commento musicale di Ennio Morricone che ha fornito prove ben più vivide del suo talento. C’è da aggiungere che Amy lavora come stuntgirl in film d’azione, uscendo puntualmente illesa da incendi o incidenti stradali quando in realtà spera di rompersi l’osso del collo per espiare la colpa di aver involontariamente causato la morte del padre, ma è una sottotrama di cui non si dice molto e di cui non c’importa niente, visto che del defunto non si vede neanche una foto.

La povera Olga Kurylenko regge da sola il peso del film, dal quale neanche un mostro di bravura come Meryl Streep uscirebbe indenne, e sarebbe iniquo infierire su di lei perché l’ex indossatrice ucraina rivela invece buone capacità di attrice nel riuscito Perfect Day del regista spagnolo Fernando Leon de Aranoa, che si può forse ancora recuperare in qualche sala. Film di ben altro livello, ambientato nei Balcani durante il conflitto serbo-croato, segue un gruppo di operatori umanitari, incaricati di tirar fuori un cadavere da un pozzo in una zona minata. Refrattari a ogni forma di stanzialità, i moderni picari spendono i giorni fra ripicche e sberleffi, schermaglie erotiche e sostanziale affinità d’intenti. In una girandola di emozioni genuine e di dialoghi scoppiettanti, la fascinosa Olga dà la replica (ma non su Skype) ad attori del peso di Benicio del Toro, Mélanie Thierry e Tim Robbins. Oscillante fra umorismo e commozione, il finale arriva al momento giusto e non quando si dispera di poter mai uscire dal cinema, e sui titoli di coda risuona, dono impagabile, la stupenda voce di Marlene Dietrich che lamenta gli orrori di ogni guerra! Chi può, corra a vederlo!

Francesco Costa

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