Cast di suprema bravura per Steve Jobs

1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389Francesco Costa  / AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

steve_jobs_locSTEVE JOBS

Titolo originale: id.; regia: Danny Boyle; sceneggiatura: Aaron Sorkin, dal libro di Walter Isaacson; direttore della fotografia: Alwin H. Küchler; scenografia: Guy Hendrix Dyas; costumi: Suttirat Anne Larlab; montaggio: Elliot Graham; musica: Daniel Pemberton; produzione: Danny Boyle, Guymon Casady, Christian Colson, Mark Gordon e Scott Rudin; durata: 122’; nazionalità: Usa; anno: 2016.

Interpreti: Michael Fassbender (Steve Jobs), Kate Winslet (Joanna Hoffman), Seth Rogen (Steve Wozniak), Jeff Daniels (John Sculley), Katherine Waterston (Chrisann Brennan), Perla Haney-Jardine (Lisa Brennan).

Sulla movimentata esistenza di Steve Jobs, fondatore della celebre fabbrica di computer Apple scomparso a soli 56 anni nel 2011, era già stato realizzato un film con Ashton Kutcher, passato del tutto inosservato, e anche questa seconda versione firmata da Danny Boyle non era stata esattamente un successo di botteghino alla sua uscita nelle sale, ma il consenso dei critici e una grandinata di candidature prima al Golden Globe e poi al premio Oscar l’hanno aiutata a riscuotere anche un crescente favore da parte del pubblico.

Si può intanto affermare senza timore di sbagliarsi che Steve Jobs spartisce con il farsesco Uno, due, tre (diretto nel 1961 a Berlino da Billy Wilder) il primato del film più parlato della storia del cinema. Dialoghi incalzanti, un continuo botta e risposta, personaggi che sbraitano l’uno contro l’altro, ed è scontato che tutto questo richiede un cast di suprema bravura, perché il ritmo non rallenti, ma il film di Danny Boyle è al riguardo inattaccabile: il fantastico Michael Fassbender, candidato al premio Oscar per il ruolo di Steve, ha un talento che gli permette di affrontare qualsiasi sfida, e intorno a lui si allinea uno stuolo di straordinari comprimari, fra i quali spicca la superlativa Kate Winslet, già premiata con il Golden Globe e nominata per l’Oscar alla miglior attrice non protagonista, nei panni di Joanna Hoffman che di Jobs era la segretaria, il braccio destro, la confidente, il Grillo Parlante, un mentore insostituibile e tante altre cose…

Il film è rigorosamente suddiviso in tre atti ciascuno dei quali corrisponde a una data fatidica nell’inarrestabile scalata al successo di Steve Jobs perché vi si annunciava il lancio sul mercato di un prodotto che avrebbe fatto epoca: nel 1984 il Macintosh, nel 1988 NeXT Computer e nel 1998 l’iMac. In tutt’e tre le occasioni si rincorrono tensioni e ripicche, inganni e tradimenti, battibecchi incessanti e pretese (da parte di Steve) talvolta irragionevoli: se la parte iniziale richiede forse un’attenzione particolare e magari anche una preparazione specifica per essere compresa, la seconda parte si concentra fortunatamente sugli aspetti più intimi della personalità di Steve Jobs, un egocentrico narcisista che era incline all’anaffettività anche a causa della sua tribolata infanzia di trovatello. Bambino abbandonato da una madre single e poi adottato da Paul e Clara Jobs dopo essere stato rifiutato ad appena un mese di età da altri due coniugi, aveva serie difficoltà ad abbandonarsi ai sentimenti e per anni ha negato di essere il padre della piccola Lisa, avuta da una pittrice visibilmente squilibrata, e si è deciso a riconoscerla soltanto nel 1986. E’ l’aspetto più coinvolgente del film che culmina in un finale sorprendentemente toccante quando, sotto gli occhi della fida Joanna, il riottoso Steve e sua figlia Lisa riescono a creare un’intesa reale dopo l’ennesimo scontro, e va detto che è indagata con grande finezza la complessa relazione fra padre e figlia (senza dimenticare il miracolo di scegliere per il ruolo Lisa tre meravigliose attrici perché il personaggio ha un’età diversa, passando dai 5 ai 19 anni, in ciascuno dei tre atti che scandiscono il racconto), ma la vera sfida che il film vince è che, nonostante duri due ore e sia prevalentemente girato in interni, la storia fila come un treno e non conosce un momento di noia, quando tutti sappiamo che disgraziatamente ci capita spesso di incappare in film che durano soltanto ottanta minuti e sembrano lunghi oltre due ore.

Il merito di questa riuscita non risiede tanto nella pur dinamica regia di Danny Boyle o nelle formidabili prestazioni degli interpreti quanto in una sceneggiatura impeccabile (scritta da Aaron Sorkin) che andrebbe fatta studiare non soltanto a chiunque voglia firmare i dialoghi di un film, ma anche e soprattutto ai produttori che si assumono spesso la responsabilità di immettere sul mercato cinematografico (ovviamente per pochi giorni perché il pubblico non abbocca, essendo meno scemo di quanto loro sperano) pellicole senza capo né coda, con eroi e sentimenti di plastica. Storie a una dimensione, insomma: la complessità continua a fare paura.

Francesco Costa

 

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