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Archivio mensile:febbraio 2016

walkDispiace sempre ammettere che un film (o un romanzo o uno spettacolo o un concerto) è ben fatto, dal buon ritmo, accurato, persino bello, ma… L’avverbio avversativo sembra maligno, sempre pronto a uscire da chi è maldisposto o incontentabile.

E’ il problema dell’arte, di qualsiasi arte, anche della più commerciale. Chi vi si cimenta, si sa, cammina su un cavo teso in bilico tra banalità e sublime, e se non è, oltre che molto preparato, sincero e convinto, rischia non solo di cadere, ma di offrire una performance tecnica senza anima, senza forza.

petitLo penso dopo aver visto il film (impeccabile, che altro potremmo aspettarci da Zemeckis e dai suoi effetti speciali?) The walk, che non ha camminato molto nelle sale, né nel cuore delle persone. Forse pensato come un capolavoro, diventa un film che incoraggia a ricordare (e andare a vedersi la bio e le foto) chi era il funambolo Philippe Petit, che davvero camminò su un cavo sospeso (illegalmente) tra le due torri gemelle nel 1974. Sì, grandi panoramiche dall’alto e carrellate velocissime, bellissime prospettive, ma sapendo che è tutto ricostruito, che c’è il trucco, non ci si emoziona, si resta anche noi sospesi a metà del cavo, tra entusiasmo e delusione.

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

sconosciutiPERFETTI SCONOSCIUTI

Regia: Paolo Genovese; sceneggiatura: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello; direttore della fotografia: Fabrizio Lucci; scenografia: Chiara Balducci; costumi: Grazia Materia e Camilla Giuliani; montaggio: Consuelo Catucci; musica: Maurizio Filardo; produzione: Marco Belardi e Marco Giannoni; durata: 97’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Kasia Smutniak (Eva), Alba Rohrwacher (Bianca), Anna Foglietta (Carlotta), Marco Giallini (Rocco), Edoardo Leo (Cosimo), Valerio Mastandrea (Lele), Giuseppe Battiston (Peppe), Benedetta Porcaroli (Sofia).

 

Quanto sappiamo di noi stessi? E quanto sanno gli altri di noi? Sono domande importanti se si vuole analizzare il nostro rapporto con il contesto in cui viviamo, ma probabilmente la domanda fondamentale è questa: quanto di noi nascondiamo volutamente a chi ci sta vicino?

Su un’affermazione di Gabriel Garcia Marquez, scrittore insignito del premio Nobel nel 1982, che attribuisce all’uomo la bellezza di tre vite (quella pubblica, quella privata e quella segreta) si fonda l’ispirazione di questa commedia di produzione italiana, diretto da un regista che di commedie se ne intende, che sta riscuotendo un notevole successo di botteghino. In tempi di crisi economica stanno fiorendo in Italia e altrove i cosiddetti film della “camera chiusa” (siano essi thriller o graffianti commedie) che si svolgono in un ambiente unico e con un cast corale per il semplice motivo che in tempi di magra una location può costare molto più degli attori che paventano la disoccupazione e, presi dal panico, possono anche adattarsi a fare gruppo visto che non si vedono fioccare facilmente ruoli di protagonista assoluto. Ci è cascato perfino Quentin Tarantino con il discusso The Hateful Eight, ma nel suo caso la scelta deve essere stata di tipo schiettamente artistico perché non è lecito supporre che fatichi a racimolare il budget di un film.

La moda è nata in Francia e se ne può indicare l’esempio più smagliante in Carnage (2011) di Roman Polanski in cui due coppie di diversa cultura si scannano in un angusto salotto, ma già trent’anni fa usciva in tempi non sospetti Il grande freddo (1983) che, ambientato in una villa isolata, narrava fra lirismo e nostalgia il ritrovarsi di sette ex studenti alle esequie di un loro compagno morto suicida. Negli ultimi tempi abbiamo avuto in Italia Il nome del figlio di Francesca Archibugi che era appunto il ricalco di un film francese, e l’effervescente Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, in un infittirsi di commedie acidule che, com’è noto, sono il patrimonio ereditato dalla mitica commedia all’italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

Nel mettere in scena una cena fra amici, Perfetti sconosciuti non ha la stessa eleganza del film di Rubini (i cui personaggi non sono del tutto abbrutiti, ma ancora perseguono ideali e progetti) perché calca occasionalmente la mano su una certa volgarità di tono per conseguire una comicità godibile per tutti i palati. Il gruppo che si ritrova a cena da Eva e Rocco è eterogeneo fino all’inverosimile poiché arruola un chirurgo plastico, un insegnante disoccupato, una psicanalista, una veterinaria, un tassista, un avvocato e una casalinga, ma vanta comunque un discreto affiatamento. Sul più bello, però, l’esponente più cinica della brigata (una delle figure più respingenti del cinema italiano degli ultimi tempi) fa la bella pensata di invitare i commensali a deporre sul tavolo i loro cellulari per poi rispondere in viva voce a eventuali telefonate in modo che nessuno possa più avere segreti in seno al gruppo.

Ovviamente (e questo rende la narrazione inevitabilmente artificiosa) tutti ricevono proprio in questa sera (una serata fatidica, è il caso di dire) chiamate rivelatrici, e mai innocue, che si susseguono fino a tarda notte per svelare in tutti segrete abiezioni e una generale miseria interiore, finché l’originale trovata di far scambiare i cellulari ai due personaggi più introversi della banda dà una sterzata al racconto verso un irreparabile precipitare della situazione. Sgradevolmente ottusi e ridotti, in senso traslato, a pratiche cannibalesche come i famigerati naufraghi della zattera della Medusa, tutti mentono, tradiscono, tramano. Le corna (siamo pur sempre in Italia) sono all’ordine del giorno. Numerosi sono i colpi di scena, forse anche troppi, che tengono indubbiamente desta l’attenzione degli spettatori, ma finiscono col togliere una patina di verità ai personaggi riducendoli a figurine monodimensionali, quasi cartoni animati, che sembrano non tanto vivere di vita propria quanto obbedire a un meccanismo narrativo imposto dai loro burattinai (un vero battaglione visto che il regista Paolo Genovese ha avuto l’apporto di ben quattro sceneggiatori) che non si sono certo risparmiati nell’ideare qualsiasi forma di nequizia di cui gravare le loro marionette. Ed è un peccato che un così nutrito gruppo di scrittori non abbia saputo inventare un finale che fosse all’altezza di una trama così complessa.

Il problema del film non consiste tanto nel fatto che non c’è un personaggio che possa definirsi simpatico (escluso, almeno parzialmente, quello affidato a Valerio Mastandrea) quanto nel rifiuto di narrare una condizione umana di sofferenza e di regressione per privilegiare una visione più pruriginosa, alla Grande Fratello, in cui s’invita la platea a godere del progressivo sputtanamento di una comitiva d’infelici. E il fervorino finale in favore degli omosessuali suona fasullo. Il ritmo svelto, l’impaginazione sicura, la recitazione disinvolta di sette attori innegabilmente affiatati rappresentano il punto di forza di un prodotto che mira a ripetere certe atmosfere alla Ettore Scola (in particolare ci si riferisce a La terrazza perché anche in Perfetti sconosciuti c’è una terrazza dalla quale gli sciagurati protagonisti assistono meravigliati a un’eclissi lunare), senza però possederne la stessa profondità di sguardo.

Francesco Costa

marainiCi sono donne che segnano i tempi con il loro lavoro, la loro coscienza, lo studio, l’osservazione, l’analisi, la lucidità. E’ il caso di Dacia Maraini, scrittrice (di romanzi, racconti, testi teatrali, articoli, saggi, interviste, poesie), figlia e nipote di scrittori, come ha ricordato ieri in una libreria affollatissima (la RED di Firenze, dove è stata intervistata dai giornalisti Laura Montanari e Fabio Galati): suo padre, l’indimenticato Fosco Maraini, e sua nonna inglese Yo Crosse Pavlowska, che nel primo decennio del Novecento viaggiava e scriveva, come alcune importanti scrittrici britanniche facevano all’epoca.

vitamarainiEra anche giusto che Dacia Maraini raccogliesse parte della sua vita in forma di libro, attraverso l’intervista condotta da Joseph Farrell e appena pubblicata da Della Porta in un libretto intitolato La mia vita le mie battaglie. “Io la penso come Bergson” dice nel libro, “quando dice che la memoria è la nostra coscienza“, facoltà indispensabile per chi scrive e, come lei, ha iniziato giovanissima, incontrando poi il celebre compagno con cui ha passato una vita letteraria, di grandi viaggi e di scrittura, e cioè Alberto Moravia.

Memoria, fantasia e storia sono importanti per uno scrittore” dice ancora nel libro-intervista, e ha confermato ieri in pubblico, spiegando che lei parte sempre da un personaggio, che la guida nella narrazione, procedendo senza sapere come finirà, proprio come un viaggio un po’ avventuroso, un po’ misterioso, che immaginiamo svolgersi in un modo, e invece sa riservarci sorprese. Passione per la scrittura, rigore nello studio e nella preparazione, ricerca, approfondimento, sono gli aspetti del mestiere che Maraini ci restituisce e che possono aiutare ad orientare chi voglia cimentarsi nella scrittura come conoscenza, oltre la superficialità del già noto e l’autoreferenzialità del proprio io.

Francesco CostaFrancesco Costa  / AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

 

rememberREMEMBER

Titolo originale: id.; regia: Atom Egoyan; sceneggiatura: Benjamin August; direttore della fotografia: Paul Sarossy; scenografia: Matthew Davies; costumi: Debra Hanson; montaggio: Christopher Donaldson; musica: Mychael Danna; produzione: Ari Lantos e Robert Lantos; durata: 95’; nazionalità: Germania e Canada; anno: 2016.  Interpreti: Christopher Plummer (Zev Gutman), Martin Landau (Max Rosenbaum), Dean Norris (John Kurlander), Henry Czerny (Charles Gutman), Jürgen Prochnow (Rudy Kurlander #4), Bruno Ganz (Rudy Kurlander #1), Sofia Wells (Molly).

Davvero non si contano i film che raccontano la caccia a qualche criminale nazista che, fuggito oltreoceano nel dopoguerra, si è nasconde sotto falso nome in Canada o in Brasile dopo essere riuscito a diventare nel corso del tempo un rispettabile componente di una comunità esclusiva e facoltosa, ignara almeno in apparenza dei suoi passati crimini. Ci sono quelli che affrontano la spinosa questione in stile quasi documentaristico e quelli che la buttano sul noir. Fra tutti è Music Box (diretto nel 1989 dal regista greco Costa-Gavras), storia di un’avvocatessa di Chicago che scopre nell’amato padre un ex nazista ungherese, quello che maggiormente si può accostare a questo Remember del regista canadese Atom Egoyan, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia dove la giuria capitanata dal messicano Alfonso Cuaron ha ritenuto opportuno non attribuirgli alcun premio.

Se il tema è quindi usurato, bisogna riconoscere che Remember lo affronta da un’angolatura indubbiamente insolita perché, imponendo al racconto le cadenze di un thriller, sceglie come protagonista un tremebondo ultraottuagenario sopravvissuto ad Auschwitz, Zev (il cui nome vuol dire in ebraico ‘lupo’, e il dettaglio rivelerà nel finale un’importanza fondamentale), che è ricoverato in una casa di cura e ha appena seppellito la moglie Ruth, deceduta dopo una lunga malattia.

Sofferente di demenza senile, Zev viene incaricato dall’amico Max (inchiodato su una sedia a rotelle e quindi impossibilitato a spostarsi) di trovare il criminale nazista che ad Auschwitz sterminò le loro famiglie. Per svolgere la sua missione, Zev fugge dall’ospizio e affronta l’ignoto, temerariamente deciso a percorrere migliaia di chilometri e ad addentrarsi in ignoti paesaggi pur di ritrovarsi vis-à-vis con il boia. E’ il punto di partenza di una storia dai risvolti paradossali perché Zev fatica a camminare, ha intermittenti vuoti di memoria e, per non perdersi, deve consultare continuamente una lettera affidatagli da Max in cui gli si dice per filo e per segno come muoversi e dove andare. Una volta trovato il carnefice dei suoi cari, dovrà giustiziarlo perché non c’è il tempo di imbastire un processo a suo carico, e a tale scopo acquista una pistola (qui il film si tinge di sarcasmo nel denunciare la facilità stupefacente con cui ci si procura un’arma negli Stati Uniti), ma la parte più difficile consiste nel riconoscere il vero colpevole fra tre uomini che portano lo stesso nome: Rudy Kurlander.

Atom Egoyan, uno dei più affermati registi canadesi, è di origine armena e quindi memore di lontane atrocità: racconta da sempre storie disturbanti sugli scherzi che spesso fa il ricordo e sulla nemesi che incombe su chi porta sulla coscienza il peso di antiche malefatte. Ne articola abitualmente gli sviluppi con un tortuoso andirivieni fra passato e presente e fra i suoi film uno dei più compiuti è l’intrigante False verità (2005), imperniato sull’acre legame, inquinato da segreti rancori e ancor più segrete attrazioni, fra due artisti nei quali era facile ravvisare un rimando a Dean Martin e a Jerry Lewis.

Remember è un film che accumula dettagli su dettagli per descrivere la faticosa ricerca di una verità che sembra svelare, in un inquietante rimescolio di carte, sempre nuove sfaccettature: la stessa personalità del vecchio contempla un continuo affiorare di elementi insospettati. Zev sa sfoderare all’occorrenza una notevole aggressività, e ne dà prova nel drammatico confronto con un volgare neonazista, o suonare magistralmente il pianoforte come se nella vita non avesse mai fatto altro.

Affrontando la parabola di questo vecchio che cerca l’assassino dei suoi cari per fargli la festa, il regista dissemina inquietanti segnali sul suo accidentato percorso per preannunciare un finale in cui tutto si ribalta, tutto cambia di segno e non è concesso alcun tipo di redenzione. Gli orrori dei lager nazisti, vergogna di un’umanità che oggi si affaccia incredula sui nuovi orrori di nuove dittature e di inedite strategie del terrore, rimarranno a imperitura memoria di quel che l’uomo è capace di fare, senza per questo disinnescare le violenze che oscurano il futuro. Alla fine del film che scorre inesorabile, con occasionali tocchi aciduli da black comedy, resta solo un mondo desolato in cui i figli piangono per le colpe incancellabili dei padri. Punto di forza della narrazione è la presenza affaticata, ma non priva di nervosismo, dell’attore Christopher Plummer, anziano quanto il suo personaggio, che recita dai primi anni Cinquanta (diretto da maestri dell’epoca d’oro come Sidney Lumet, Nicholas Ray, Anthony Mann, Robert Wise e John Huston), ricordato dalle platee femminili di diverse generazioni per essere stato il fascinoso nobiluomo di Tutti insieme appassionatamente (1965) e che vive sul piano artistico una gloriosa vecchiaia, coronata dalla recente vittoria di un premio Oscar come miglior attore non protagonista per il film Beginners (2012).

Francesco Costa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ghinelliIl terzo libro che ho consigliato nel corso della trasmissione Fahrenheit è Almeno il cane è un tipo a posto (Rizzoli) di Lorenza Ghinelli, che peraltro è stato anche il libro del giorno della trasmissione qualche tempo fa.

Il romanzo tratta vari temi contemporanei legati all’adolescenza, come il bullismo, la bulimia, l’alcolismo e i problemi familiari, attraverso una strategia multifocale, ma la narrazione è ironica. In realtà tutti i personaggi (Massimo detto beffardamente Minimo, Celeste, Margo) sono “a posto” e non solo il cane Rocky: hanno problemi grandi o piccoli che li affliggono e a cui bisogna trovare soluzioni tutti insieme, in quel condominio raffigurato in copertina, dove abitano tante persone che cercano di essere felici nel modo che gli è proprio. Mi ha ricordato Palazzo Yacoubian, di Ala Al Aswani, pur in dimensioni più contenute, spiritose, a dimensione di ragazzi e dei loro temi.

fridaIl secondo libro che ho consigliato ieri a Fahrenheit è la novità della collana Grandissimi di E. Elle, in uscita nei prossimi giorni in libreria: Frida Khalo, raccontata da Sabina Colloredo.

La collana, oltre a famosi personaggi storici, conta anche “grandissimi” della scienza (Galileo), della musica (Mozart), e persino “grandissimi” contemporanei che hanno lasciato un segno profondo nella lotta all’illegalità, come Falcone e Borsellino (l’autore è Francesco D’Adamo, scrittore di impegno civile).

In questa biografia romanzata, Sabina Colloredo ci racconta la storia di un’artista meravigliosa, dalla massima tempra oltre che di talento ammirevole, che seppe affrontare una grave disabilità e una sofferenza enorme, sublimandola nell’arte raffigurativa. Non soltanto: Frida fu donna impegnata politicamente e socialmente, moglie del pittore e muralista Diego Rivera, e figura di riferimento della vita culturale messicana nei decenni dal 1930 al 1950. I suoi quadri sono autoritratti perché “sono il soggetto che conosco meglio” e perché di sé Frida realizza una vera icona, con abiti e acconciature della tradizione popolare, come una Madonna messicana. La sua arte, riconoscibile, intensa e brillante, incanta il mondo e può trasmettere ai ragazzi una forza, un magnetismo e un’energia che anche nell’arte non sempre si può incontrare.

sasso.cover.big@x2Oggi alla radio ho consigliato un libro illustrato. Si tratta di Un sasso nella strada di Ilaria Antonini, Barbara Balduzzi e Marco Scalcione, pubblicato da Minibombo. Guardate com’è carino il sito di questa casa editrice di Reggio Emilia, e anche il trailer del libro: segno della competenza e della creatività delle piccole realtà editoriali italiane, che sanno parlare ai bambini, soprattutto i piccoli, sanno pensare a libri adatti a loro, intelligenti e simpatici, senza bisogno di dover sempre ricorrere al “già fatto” all’estero.

Nel sito della casa editrice trovate anche un minisito con spunti di riflessione da fare con i bambini a scuola o a casa: come si vede, gli autori e gli editori sanno usare l’integrazione della rete e sanno che molti insegnanti utilizzano i tablet anche a scuola.

A me piace molto anche il logo, così lo riporto, a scapito di ogni accusa di fare chissà quale spot (nessun timore, non sono socia degli editori e, come si sa, non pubblico per loro):

Un ovale grande, due ovali piccoli, due righe nere: persino disegnare minibombo è alla portata di tutti!

 

 

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

tarantinoTHE HATEFUL EIGHT

Titolo originale: id.; regia e sceneggiatura: Quentin Tarantino; direttore della fotografia: Robert Richardson; scenografia: Yohei Taneda; costumi: Courtney Hoffman; montaggio: Fred Raskin; musica: Ennio Morricone; produzione: Richard N. Gladstein, Georgia Kacandes e Stacey Sher; durata: 167’; nazionalità: Usa; anno: 2015.

Interpreti: Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demian Bichir (Bob), Tim Roth (Oswaldo Mowbray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sandy Smithers).

L’ottavo film di Quentin Tarantino è stato definito da molti critici italiani l’opera più matura e complessa del famoso regista. Matura e complessa: sono gli aggettivi più usati dai suddetti che forse si sono passati la voce durante qualche proiezione privata. Non si sa quanto il giudizio sia dettato dall’ottusità, quanto dall’incompetenza e quanto da quella forma di servilismo da cui le masse si lasciano soggiogare al cospetto di un personaggio di successo che, ove passasse il suo momento d’oro, si è pronti a rinnegare in un lampo.

La verità, sfortunatamente, è che The Hateful Eight è un rovinoso scivolone nella filmografia di Tarantino, forse il primo di una fulgida carriera, se si eccettua l’insulso Grindhouse – A prova di morte (2007) che però non era ammantato dell’alone di solennità che, gravando fin dai titoli di testa su quest’ottava creatura, è spesso la caratteristica saliente del capolavoro mancato.

Uomo-bambino di sconfinata immaginazione e di riconoscibile talento visivo, e di altrettanto riconoscibili perversioni, Quentin Tarantino ha scolpito il suo nome nella storia del cinema grazie a una vulcanica ispirazione che lo aiuta a coniugare i cascami di un risibile cinema d’azione (spesso di matrice italica) con raffinate citazioni storiche, e a riscattare scene d’insostenibile violenza con un beffardo senso dell’umorismo. Il suo è un cinema dell’eccesso, obbligato a tenersi in equilibrio su un sottile crinale che lo espone continuamente al rischio del ridicolo o della baracconata fine a se stessa, e le cui tappe sono, al contrario, miracolosamente scandite da molti capolavori (in cima ai quali, personalmente, metterei Pulp Fiction e Bastardi senza gloria) che contano in tutto il mondo masse di estimatori. Ogni volta, alla visione di un suo film, ci si chiede se funzionerà ancora il prodigioso dosaggio di raccapriccio e parodia o se, al contrario, tutto finirà in un sanguinolento guazzabuglio privo di senso perché l’imprevedibilità sembra incombere come una minaccia sulla progettazione di tutti i suoi lavori.

Nel gennaio 2014 è successo un fatto strano: rubata da ignoti, la sceneggiatura di The Hateful Eight è stata diffusa in rete. Comprensibilmente infuriato, Tarantino pareva voler rinunciare all’idea di farne un film, ma alla fine è tornato sui suoi passi quando avrebbe forse fatto meglio a vedere nel curioso incidente un segno del fato che gli suggeriva di sfornare un altro soggetto.

Ecco The Hateful Eight: arrancando su distese innevate, una diligenza trasporta il cacciatore di taglie John Ruth e la fuorilegge Daisy Domergue, sua prigioniera, da consegnare al boia che la impiccherà nella città di Rock Red. La carrozza imbarca poi un altro figuro spuntato dal nulla, il nero Marquis Warren, e più tardi il nuovo sceriffo di Rock Red (fra le nevi del Wyoming c’è evidentemente più traffico che a Broadway). Per sfuggire a una bufera, il gruppo si rifugia in un emporio e vi trova quattro uomini che si scaldano al fuoco di un camino, ed ecco gli “odiosi otto” del titolo che si guardano in cagnesco, fingono di essere quel che non sono e fanno montare una tensione che non promette niente di buono.

Imprudentemente evocato da Tarantino, a questo punto entra in scena il fantasma di Agatha Christie (1890-1976), leggendaria autrice d’innumerevoli romanzi gialli portati sullo schermo da illustri registi come Billy Wilder e Sidney Lumet, e maestra nello stipare gruppi di canaglie in ambienti chiusi come la villa sull’isola di Dieci piccoli indiani e il treno bloccato dalla neve di Assassinio sull’Orient-Express. Dal primo dei due capolavori Tarantino mutua l’idea della progressiva decimazione della brigata e dal secondo quella di un’apparente estraneità fra individui che sono in realtà tutti collegati fra loro, ma il suo film s’impantana in una fittissima rete di dialoghi del tutto privi del consueto sense of humour e, girando a vuoto, sembra interminabile. Quanto all’inevitabile carneficina finale, si ha l’impressione che stavolta il regista non abbia saputo governare le sue ossessioni, cedendo al prurito di girare una feroce scena di sesso fra due uomini e di umiliare in ogni modo la sola figura femminile della banda.

Sulla misoginia di Tarantino si versano fiumi d’inchiostro, si sa, ma c’è da dire che, pur votate a tragica sorte, le sue eroine (si pensa soprattutto a Diane Kruger e a Mélanie Laurent in Bastardi senza gloria), sono eleganti, impavide, fascinose. La povera Jennifer Jason Leigh (candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista) deve invece incarnare un personaggio al quale Tarantino non regala un bel niente perché Daisy è brutta, sporca, cattiva e anche stupida perché ogni sua iniziativa non fa che peggiorarne la situazione. E il finale, indescrivibilmente malsano e crudele, si colloca fra i più sgradevoli dell’intera storia del cinema, ma per molti critici nostrani, beati loro, stiamo parlando dell’opera più matura e complessa del talentuoso Tarantino.

Francesco Costa

marie-kondo_28365Vedete questa soave fanciulla dal dolce sorriso? E’ la celebre Marie Kondo, autrice di un libro intitolato “Il magico potere del riordino” (Vallardi, 2014). Di magico questo potere che in inglese addirittura  può “cambiarti la vita” (life changing) non ha assolutamente nulla. Infatti per molte persone l’ordine è un concetto antico e superato, il riordino una specie di impresa titanica. Invece Marie Kondo vuole dimostrare in questo libro che il suo metodo comporta piacere e felicità. Basta seguire “semplicissime” regole.

Ora, leggendo il libro (un bestseller mondiale) mi capita quel “magico” effetto che mi fanno tutti i libri e cioè una moderata trasformazione, per cui mi viene da osservare la mia casa e pensare di trasformarla in un appartamento zen, nudo e astrale. Poi mi riscuoto e dico: ehi aspetta! Sei proprio sicura di scartare tutta la tua biblioteca di migliaia di volumi, per conservare uno scaffale di trenta indispensabili libri?

magicopoteredelriordinoPerché il concetto è semplice: circondarsi solo di ciò che ci porta gioia. Scartare gli abiti, le borse, le scarpe, vuotare l’armadio dalla roba triste e tenere solo ciò che ci comunica gioia. Compilare liste spietate con varie categorie di roba che vaglieremo attentamente per buttare via senza alcun rimorso. Anche i regali della nonna, anche quelli del fidanzato, della sorella, di chi poveretto pensava che ci piacesse una sciarpa scozzese o gli orecchini della Caputi, via, via! In breve tempo i sopravvissuti saranno i nostri beni più preziosi, avranno ognuno un proprio posto speciale e non saranno più sparsi in giro o sepolti nei cassetti. E noi saremo felici e realizzati, potremo sorseggiare té verde e osservare la nostra pace zen. Sempre che non sia pericolosamente distrutta da un marito, una moglie, figli o cane che osano spargere i loro orrendi oggetti dove non devono.. Siate pazienti: gli infelici non hanno mai letto “Il magico potere del riordino” e se insistete troppo, magari chiamano la Neuro.

 

Ashraf Fayad è un poeta di 35 anni, imprigionato e condannato a morte in Arabia Saudita perché la libertà di espressione si paga molto cara in tanta parte del mondo. Oggi la notizia che la condanna è stata commutata in 8 anni di prigione e 800 frustate in 16 sessioni (50 alla volta). E il divieto assoluto di pubblicare i suoi versi e di leggerli. Da oggi, ogni giorno, io pubblicherò alcuni versi di Ashraf tratti da “Le istruzioni sono all’interno”(2007) ancora inedito, ma tradotto in italiano.
‪#‎freeashraf‬
‪#‎apiedinudiacuoreaperto‬

Ashraf Fayadh is a Palestinian poet and artist who was sentenced to death in Saudi Arabia, where he was born and resides, on 17 November 2015 . The General Court in Abha, southwest Saudi Arabia, found him guilty of apostasy after an appeal court overturned the original sentence of four years in prison and 800 lashes for violating Article 6 of Saudi Arabia’s Anti-Cyber Crime Law. Ashraf Fayadh was first arrested on 6 August 2013 following a complaint by a Saudi Arabian citizen alleging that the poet was promoting atheism and spreading blasphemous ideas among young people. He was released the next day, but was rearrested on 1 January 2014 and charged with apostasy because of his supposed questioning of religion and spreading atheist thought through his poetry. He was also charged with violating Article 6 of the country’s Anti-Cyber Crime Law by taking and storing photos of women on his phone.  On 30 April 2014, the court sentenced Ashraf Fayadh to four years in prison and 800 lashes for the charges relating to images of women on his phone. It found the poet’s repentance in relation to the charge of apostasy to be satisfactory. The court of appeal, however, recommended that he should nevertheless be sentenced for apostasy and sent the case back to the General Court, which in turn sentenced him to death for apostasy. Ashraf Fayadh was denied access to a lawyer throughout his detention and trial, in clear violation of international and national law.

Ashraf Fayadh is a Palestinian poet and artist who was sentenced to death in Saudi Arabia, where he was born and resides, on 17 November 2015 . The General Court in Abha, southwest Saudi Arabia, found him guilty of apostasy after an appeal court overturned the original sentence of four years in prison and 800 lashes for violating Article 6 of Saudi Arabia’s Anti-Cyber Crime Law.
Ashraf Fayadh was first arrested on 6 August 2013 following a complaint by a Saudi Arabian citizen alleging that the poet was promoting atheism and spreading blasphemous ideas among young people. He was released the next day, but was rearrested on 1 January 2014 and charged with apostasy because of his supposed questioning of religion and spreading atheist thought through his poetry. He was also charged with violating Article 6 of the country’s Anti-Cyber Crime Law by taking and storing photos of women on his phone.
On 30 April 2014, the court sentenced Ashraf Fayadh to four years in prison and 800 lashes for the charges relating to images of women on his phone. It found the poet’s repentance in relation to the charge of apostasy to be satisfactory. The court of appeal, however, recommended that he should nevertheless be sentenced for apostasy and sent the case back to the General Court, which in turn sentenced him to death for apostasy.
Ashraf Fayadh was denied access to a lawyer throughout his detention and trial, in clear violation of international and national law.