Lawrence, la nuova Fidanzata d’America

1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389Francesco Costa  / AC-Costa al Cinema

 

 

 


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Titolo originale: id.; regia e sceneggiatura: David O. Russell; direttore della fotografia: Linus Sandgren; scenografia: Judy Becker; costumi: Michael Wilkinson; montaggio: Tom Cross, Jay Cassidy, Alan Baumgarten, Christopher Tellefsen; musica: David Campbell; produzione: David O. Russell, John Davis, Megan Ellison, Jonathan Gordon, Ken Mok; durata: 124’; nazionalità: Usa; anno: 2015.

Interpreti: Jennifer Lawrence (Joy), Robert De Niro (Rudy), Bradley Cooper (Neil), Edgar Ramirez (Tony), Virginia Madsen (Terry), Isabella Rossellini (Trudy), Diane Ladd (Mimi), Elisabeth Röhm (Peggy).

A Hollywood, ormai è cosa nota, furoreggia una nuova Fidanzata d’America. Si chiama Jennifer Lawrence. Il ruolo di Fidanzata d’America è stato ricoperto in oltre cent’anni di cinema da molte attrici che del pubblico d’oltreoceano erano le incontrastate beniamine, amate e seguite negli anni dai loro ammiratori come vere e proprie amiche di famiglia. Come dev’essere la Fidanzata d’America? Attraente, va da sé, ma di sensualità non sfacciata. Leale e sorridente. Deve farsi amare dalle donne e saper mettere in riga i maschi. La prima fu Mary Pickford (1892-1979) dalle morbide trecce bionde, dotata di un gran fiuto per gli affari e coniugata con il ladro di Bagdad, al secolo Douglas Fairbanks. Nei decenni successivi se ne sono succedute altre. Negli anni Quaranta fino ai tardi anni Cinquanta trionfavano June Allyson, vispa eroina della più amabile versione di Piccole donne (1949), e la luminosa Doris Day, impareggiabile canterina che, diretta da Alfred Hitchcock, svelò insospettate doti drammatiche in L’uomo che sapeva troppo (1956). In anni più recenti sono esplose Julia Roberts che con Pretty Woman (1990) rubò il cuore a milioni di spettatori e Sandra Bullock (una delle poche brune assurte a tale carica perché la Fidanzata d’America, per essere rassicurante, è di solito bionda e radiosa) che scala con le sue commedie le classifiche dei film di maggior incasso.

Ma a insidiare il suo primato ecco spuntare dal niente la dinamica Jennifer Lawrence, già premiata con un Oscar e forte di un fecondo sodalizio con il regista David O. Russell. Non c’è intervista in cui la ragazza non tenga a precisare di non aver mai seguito corsi di recitazione: se la cosa risponde a verità, abbiamo davvero a che fare con un talento naturale perché la giovane attrice non è soltanto una presenza carismatica davanti alla macchina da presa, ma affronta con disinvoltura registri assai diversi, spaziando dal dramma alla commedia, eccellendo però in quest’ultima perché una Fidanzata d’America che si rispetti deve essere in grado di far sbellicare vaste platee. In un’ascesa professionale talmente priva di intoppi da non avere precedenti, va da sé che la Lawrence sia diventata molto oculata nella scelta dei personaggi da interpretare e dev’essere stata la sfida di dar vita a una donna non solo realmente esistita, ma anche tuttora vivente, a suggerirle di interpretare Joy sotto la regia del fidato Russell.

La Joy del titolo fa Mangano di cognome ed è una casalinga disoccupata, attorniata da parenti fuori di testa: la madre scema è perennemente inchiodata davanti al televisore per godersi la sua soap opera preferita, il padre cretino passa da un’amante all’altra e finisce col rimorchiare un’italiana che poi è Isabella Rossellini, la sorellastra la detesta e rivaleggia con lei, il marito sudamericano è stato relegato in cantina a causa di alcuni suoi peccatucci. Per fortuna su tutti prevale una nonna di nome Mimi che profonde saggezza a ogni passo e profetizza un grande avvenire per la nipote, sempre più stufa della mediocrità che la circonda. Joy, infatti, inventa il mocio con il quale si lavano i pavimenti senza dover toccare con le mani lo straccio infettato dai germi.

La storia è vera, ma paradossalmente sembra finta, a causa dell’artificioso stile da soap opera che sembra mutuato dalle trasmissioni che rimbambiscono la madre dell’eroina. Il racconto della sua rapida ascesa e delle sue successive cadute, procede secondo una formula collaudata fin dai primordi del cinema hollywoodiano: dapprima le avvilenti ristrettezze, poi la folgorante idea che può cambiare il suo destino, alla fine il successo (ma oscurato dalle trame dei nemici che, rosi dall’invidia, in storie di questo tipo non mancano mai, e che in questo caso si annidano proprio nella famiglia della protagonista) fino a una conclusione che ci mostra una Joy vittoriosa e danarosa per aver costruito un impero dal nulla. A questo punto, però, la favoletta assume un piglio fastidiosamente moraleggiante perché il personaggio si ammanta di santità, comportandosi nei confronti dei nuovi inventori da promuovere con una generosità che nessuno ha avuto in precedenza con lei, e il film svela l’animo tanto più edificante in apparenza quanto convenzionale e fasullo nel fondo. Déja-vu che di più non si potrebbe, tradizionale senza remissione, oliatissimo ma monotono, Joy costituisce indubbiamente un passo indietro nella filmografia di un regista come Russell cui dobbiamo il trascinante American Hustle-L’apparenza inganna (2013), immensamente più inventivo. Resta, però, il fatto che continua a salire l’astro della nuova Fidanzata d’America che nessun passo falso potrà oscurare, visto che la vitalissima Jennifer Lawrence si è aggiudicata per Joy l’ennesima candidatura al premio Oscar.

Francesco Costa

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