Solo il refolo di una vulcanica ispirazione

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

tarantinoTHE HATEFUL EIGHT

Titolo originale: id.; regia e sceneggiatura: Quentin Tarantino; direttore della fotografia: Robert Richardson; scenografia: Yohei Taneda; costumi: Courtney Hoffman; montaggio: Fred Raskin; musica: Ennio Morricone; produzione: Richard N. Gladstein, Georgia Kacandes e Stacey Sher; durata: 167’; nazionalità: Usa; anno: 2015.

Interpreti: Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth), Jennifer Jason Leigh (Daisy Domergue), Walton Goggins (Sceriffo Chris Mannix), Demian Bichir (Bob), Tim Roth (Oswaldo Mowbray), Michael Madsen (Joe Gage), Bruce Dern (Generale Sandy Smithers).

L’ottavo film di Quentin Tarantino è stato definito da molti critici italiani l’opera più matura e complessa del famoso regista. Matura e complessa: sono gli aggettivi più usati dai suddetti che forse si sono passati la voce durante qualche proiezione privata. Non si sa quanto il giudizio sia dettato dall’ottusità, quanto dall’incompetenza e quanto da quella forma di servilismo da cui le masse si lasciano soggiogare al cospetto di un personaggio di successo che, ove passasse il suo momento d’oro, si è pronti a rinnegare in un lampo.

La verità, sfortunatamente, è che The Hateful Eight è un rovinoso scivolone nella filmografia di Tarantino, forse il primo di una fulgida carriera, se si eccettua l’insulso Grindhouse – A prova di morte (2007) che però non era ammantato dell’alone di solennità che, gravando fin dai titoli di testa su quest’ottava creatura, è spesso la caratteristica saliente del capolavoro mancato.

Uomo-bambino di sconfinata immaginazione e di riconoscibile talento visivo, e di altrettanto riconoscibili perversioni, Quentin Tarantino ha scolpito il suo nome nella storia del cinema grazie a una vulcanica ispirazione che lo aiuta a coniugare i cascami di un risibile cinema d’azione (spesso di matrice italica) con raffinate citazioni storiche, e a riscattare scene d’insostenibile violenza con un beffardo senso dell’umorismo. Il suo è un cinema dell’eccesso, obbligato a tenersi in equilibrio su un sottile crinale che lo espone continuamente al rischio del ridicolo o della baracconata fine a se stessa, e le cui tappe sono, al contrario, miracolosamente scandite da molti capolavori (in cima ai quali, personalmente, metterei Pulp Fiction e Bastardi senza gloria) che contano in tutto il mondo masse di estimatori. Ogni volta, alla visione di un suo film, ci si chiede se funzionerà ancora il prodigioso dosaggio di raccapriccio e parodia o se, al contrario, tutto finirà in un sanguinolento guazzabuglio privo di senso perché l’imprevedibilità sembra incombere come una minaccia sulla progettazione di tutti i suoi lavori.

Nel gennaio 2014 è successo un fatto strano: rubata da ignoti, la sceneggiatura di The Hateful Eight è stata diffusa in rete. Comprensibilmente infuriato, Tarantino pareva voler rinunciare all’idea di farne un film, ma alla fine è tornato sui suoi passi quando avrebbe forse fatto meglio a vedere nel curioso incidente un segno del fato che gli suggeriva di sfornare un altro soggetto.

Ecco The Hateful Eight: arrancando su distese innevate, una diligenza trasporta il cacciatore di taglie John Ruth e la fuorilegge Daisy Domergue, sua prigioniera, da consegnare al boia che la impiccherà nella città di Rock Red. La carrozza imbarca poi un altro figuro spuntato dal nulla, il nero Marquis Warren, e più tardi il nuovo sceriffo di Rock Red (fra le nevi del Wyoming c’è evidentemente più traffico che a Broadway). Per sfuggire a una bufera, il gruppo si rifugia in un emporio e vi trova quattro uomini che si scaldano al fuoco di un camino, ed ecco gli “odiosi otto” del titolo che si guardano in cagnesco, fingono di essere quel che non sono e fanno montare una tensione che non promette niente di buono.

Imprudentemente evocato da Tarantino, a questo punto entra in scena il fantasma di Agatha Christie (1890-1976), leggendaria autrice d’innumerevoli romanzi gialli portati sullo schermo da illustri registi come Billy Wilder e Sidney Lumet, e maestra nello stipare gruppi di canaglie in ambienti chiusi come la villa sull’isola di Dieci piccoli indiani e il treno bloccato dalla neve di Assassinio sull’Orient-Express. Dal primo dei due capolavori Tarantino mutua l’idea della progressiva decimazione della brigata e dal secondo quella di un’apparente estraneità fra individui che sono in realtà tutti collegati fra loro, ma il suo film s’impantana in una fittissima rete di dialoghi del tutto privi del consueto sense of humour e, girando a vuoto, sembra interminabile. Quanto all’inevitabile carneficina finale, si ha l’impressione che stavolta il regista non abbia saputo governare le sue ossessioni, cedendo al prurito di girare una feroce scena di sesso fra due uomini e di umiliare in ogni modo la sola figura femminile della banda.

Sulla misoginia di Tarantino si versano fiumi d’inchiostro, si sa, ma c’è da dire che, pur votate a tragica sorte, le sue eroine (si pensa soprattutto a Diane Kruger e a Mélanie Laurent in Bastardi senza gloria), sono eleganti, impavide, fascinose. La povera Jennifer Jason Leigh (candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista) deve invece incarnare un personaggio al quale Tarantino non regala un bel niente perché Daisy è brutta, sporca, cattiva e anche stupida perché ogni sua iniziativa non fa che peggiorarne la situazione. E il finale, indescrivibilmente malsano e crudele, si colloca fra i più sgradevoli dell’intera storia del cinema, ma per molti critici nostrani, beati loro, stiamo parlando dell’opera più matura e complessa del talentuoso Tarantino.

Francesco Costa

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