Remember, quasi un thriller

Francesco CostaFrancesco Costa  / AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

 

rememberREMEMBER

Titolo originale: id.; regia: Atom Egoyan; sceneggiatura: Benjamin August; direttore della fotografia: Paul Sarossy; scenografia: Matthew Davies; costumi: Debra Hanson; montaggio: Christopher Donaldson; musica: Mychael Danna; produzione: Ari Lantos e Robert Lantos; durata: 95’; nazionalità: Germania e Canada; anno: 2016.  Interpreti: Christopher Plummer (Zev Gutman), Martin Landau (Max Rosenbaum), Dean Norris (John Kurlander), Henry Czerny (Charles Gutman), Jürgen Prochnow (Rudy Kurlander #4), Bruno Ganz (Rudy Kurlander #1), Sofia Wells (Molly).

Davvero non si contano i film che raccontano la caccia a qualche criminale nazista che, fuggito oltreoceano nel dopoguerra, si è nasconde sotto falso nome in Canada o in Brasile dopo essere riuscito a diventare nel corso del tempo un rispettabile componente di una comunità esclusiva e facoltosa, ignara almeno in apparenza dei suoi passati crimini. Ci sono quelli che affrontano la spinosa questione in stile quasi documentaristico e quelli che la buttano sul noir. Fra tutti è Music Box (diretto nel 1989 dal regista greco Costa-Gavras), storia di un’avvocatessa di Chicago che scopre nell’amato padre un ex nazista ungherese, quello che maggiormente si può accostare a questo Remember del regista canadese Atom Egoyan, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia dove la giuria capitanata dal messicano Alfonso Cuaron ha ritenuto opportuno non attribuirgli alcun premio.

Se il tema è quindi usurato, bisogna riconoscere che Remember lo affronta da un’angolatura indubbiamente insolita perché, imponendo al racconto le cadenze di un thriller, sceglie come protagonista un tremebondo ultraottuagenario sopravvissuto ad Auschwitz, Zev (il cui nome vuol dire in ebraico ‘lupo’, e il dettaglio rivelerà nel finale un’importanza fondamentale), che è ricoverato in una casa di cura e ha appena seppellito la moglie Ruth, deceduta dopo una lunga malattia.

Sofferente di demenza senile, Zev viene incaricato dall’amico Max (inchiodato su una sedia a rotelle e quindi impossibilitato a spostarsi) di trovare il criminale nazista che ad Auschwitz sterminò le loro famiglie. Per svolgere la sua missione, Zev fugge dall’ospizio e affronta l’ignoto, temerariamente deciso a percorrere migliaia di chilometri e ad addentrarsi in ignoti paesaggi pur di ritrovarsi vis-à-vis con il boia. E’ il punto di partenza di una storia dai risvolti paradossali perché Zev fatica a camminare, ha intermittenti vuoti di memoria e, per non perdersi, deve consultare continuamente una lettera affidatagli da Max in cui gli si dice per filo e per segno come muoversi e dove andare. Una volta trovato il carnefice dei suoi cari, dovrà giustiziarlo perché non c’è il tempo di imbastire un processo a suo carico, e a tale scopo acquista una pistola (qui il film si tinge di sarcasmo nel denunciare la facilità stupefacente con cui ci si procura un’arma negli Stati Uniti), ma la parte più difficile consiste nel riconoscere il vero colpevole fra tre uomini che portano lo stesso nome: Rudy Kurlander.

Atom Egoyan, uno dei più affermati registi canadesi, è di origine armena e quindi memore di lontane atrocità: racconta da sempre storie disturbanti sugli scherzi che spesso fa il ricordo e sulla nemesi che incombe su chi porta sulla coscienza il peso di antiche malefatte. Ne articola abitualmente gli sviluppi con un tortuoso andirivieni fra passato e presente e fra i suoi film uno dei più compiuti è l’intrigante False verità (2005), imperniato sull’acre legame, inquinato da segreti rancori e ancor più segrete attrazioni, fra due artisti nei quali era facile ravvisare un rimando a Dean Martin e a Jerry Lewis.

Remember è un film che accumula dettagli su dettagli per descrivere la faticosa ricerca di una verità che sembra svelare, in un inquietante rimescolio di carte, sempre nuove sfaccettature: la stessa personalità del vecchio contempla un continuo affiorare di elementi insospettati. Zev sa sfoderare all’occorrenza una notevole aggressività, e ne dà prova nel drammatico confronto con un volgare neonazista, o suonare magistralmente il pianoforte come se nella vita non avesse mai fatto altro.

Affrontando la parabola di questo vecchio che cerca l’assassino dei suoi cari per fargli la festa, il regista dissemina inquietanti segnali sul suo accidentato percorso per preannunciare un finale in cui tutto si ribalta, tutto cambia di segno e non è concesso alcun tipo di redenzione. Gli orrori dei lager nazisti, vergogna di un’umanità che oggi si affaccia incredula sui nuovi orrori di nuove dittature e di inedite strategie del terrore, rimarranno a imperitura memoria di quel che l’uomo è capace di fare, senza per questo disinnescare le violenze che oscurano il futuro. Alla fine del film che scorre inesorabile, con occasionali tocchi aciduli da black comedy, resta solo un mondo desolato in cui i figli piangono per le colpe incancellabili dei padri. Punto di forza della narrazione è la presenza affaticata, ma non priva di nervosismo, dell’attore Christopher Plummer, anziano quanto il suo personaggio, che recita dai primi anni Cinquanta (diretto da maestri dell’epoca d’oro come Sidney Lumet, Nicholas Ray, Anthony Mann, Robert Wise e John Huston), ricordato dalle platee femminili di diverse generazioni per essere stato il fascinoso nobiluomo di Tutti insieme appassionatamente (1965) e che vive sul piano artistico una gloriosa vecchiaia, coronata dalla recente vittoria di un premio Oscar come miglior attore non protagonista per il film Beginners (2012).

Francesco Costa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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