Un film dal buon ritmo, ma artificioso

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

sconosciutiPERFETTI SCONOSCIUTI

Regia: Paolo Genovese; sceneggiatura: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello; direttore della fotografia: Fabrizio Lucci; scenografia: Chiara Balducci; costumi: Grazia Materia e Camilla Giuliani; montaggio: Consuelo Catucci; musica: Maurizio Filardo; produzione: Marco Belardi e Marco Giannoni; durata: 97’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Kasia Smutniak (Eva), Alba Rohrwacher (Bianca), Anna Foglietta (Carlotta), Marco Giallini (Rocco), Edoardo Leo (Cosimo), Valerio Mastandrea (Lele), Giuseppe Battiston (Peppe), Benedetta Porcaroli (Sofia).

 

Quanto sappiamo di noi stessi? E quanto sanno gli altri di noi? Sono domande importanti se si vuole analizzare il nostro rapporto con il contesto in cui viviamo, ma probabilmente la domanda fondamentale è questa: quanto di noi nascondiamo volutamente a chi ci sta vicino?

Su un’affermazione di Gabriel Garcia Marquez, scrittore insignito del premio Nobel nel 1982, che attribuisce all’uomo la bellezza di tre vite (quella pubblica, quella privata e quella segreta) si fonda l’ispirazione di questa commedia di produzione italiana, diretto da un regista che di commedie se ne intende, che sta riscuotendo un notevole successo di botteghino. In tempi di crisi economica stanno fiorendo in Italia e altrove i cosiddetti film della “camera chiusa” (siano essi thriller o graffianti commedie) che si svolgono in un ambiente unico e con un cast corale per il semplice motivo che in tempi di magra una location può costare molto più degli attori che paventano la disoccupazione e, presi dal panico, possono anche adattarsi a fare gruppo visto che non si vedono fioccare facilmente ruoli di protagonista assoluto. Ci è cascato perfino Quentin Tarantino con il discusso The Hateful Eight, ma nel suo caso la scelta deve essere stata di tipo schiettamente artistico perché non è lecito supporre che fatichi a racimolare il budget di un film.

La moda è nata in Francia e se ne può indicare l’esempio più smagliante in Carnage (2011) di Roman Polanski in cui due coppie di diversa cultura si scannano in un angusto salotto, ma già trent’anni fa usciva in tempi non sospetti Il grande freddo (1983) che, ambientato in una villa isolata, narrava fra lirismo e nostalgia il ritrovarsi di sette ex studenti alle esequie di un loro compagno morto suicida. Negli ultimi tempi abbiamo avuto in Italia Il nome del figlio di Francesca Archibugi che era appunto il ricalco di un film francese, e l’effervescente Dobbiamo parlare di Sergio Rubini, in un infittirsi di commedie acidule che, com’è noto, sono il patrimonio ereditato dalla mitica commedia all’italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

Nel mettere in scena una cena fra amici, Perfetti sconosciuti non ha la stessa eleganza del film di Rubini (i cui personaggi non sono del tutto abbrutiti, ma ancora perseguono ideali e progetti) perché calca occasionalmente la mano su una certa volgarità di tono per conseguire una comicità godibile per tutti i palati. Il gruppo che si ritrova a cena da Eva e Rocco è eterogeneo fino all’inverosimile poiché arruola un chirurgo plastico, un insegnante disoccupato, una psicanalista, una veterinaria, un tassista, un avvocato e una casalinga, ma vanta comunque un discreto affiatamento. Sul più bello, però, l’esponente più cinica della brigata (una delle figure più respingenti del cinema italiano degli ultimi tempi) fa la bella pensata di invitare i commensali a deporre sul tavolo i loro cellulari per poi rispondere in viva voce a eventuali telefonate in modo che nessuno possa più avere segreti in seno al gruppo.

Ovviamente (e questo rende la narrazione inevitabilmente artificiosa) tutti ricevono proprio in questa sera (una serata fatidica, è il caso di dire) chiamate rivelatrici, e mai innocue, che si susseguono fino a tarda notte per svelare in tutti segrete abiezioni e una generale miseria interiore, finché l’originale trovata di far scambiare i cellulari ai due personaggi più introversi della banda dà una sterzata al racconto verso un irreparabile precipitare della situazione. Sgradevolmente ottusi e ridotti, in senso traslato, a pratiche cannibalesche come i famigerati naufraghi della zattera della Medusa, tutti mentono, tradiscono, tramano. Le corna (siamo pur sempre in Italia) sono all’ordine del giorno. Numerosi sono i colpi di scena, forse anche troppi, che tengono indubbiamente desta l’attenzione degli spettatori, ma finiscono col togliere una patina di verità ai personaggi riducendoli a figurine monodimensionali, quasi cartoni animati, che sembrano non tanto vivere di vita propria quanto obbedire a un meccanismo narrativo imposto dai loro burattinai (un vero battaglione visto che il regista Paolo Genovese ha avuto l’apporto di ben quattro sceneggiatori) che non si sono certo risparmiati nell’ideare qualsiasi forma di nequizia di cui gravare le loro marionette. Ed è un peccato che un così nutrito gruppo di scrittori non abbia saputo inventare un finale che fosse all’altezza di una trama così complessa.

Il problema del film non consiste tanto nel fatto che non c’è un personaggio che possa definirsi simpatico (escluso, almeno parzialmente, quello affidato a Valerio Mastandrea) quanto nel rifiuto di narrare una condizione umana di sofferenza e di regressione per privilegiare una visione più pruriginosa, alla Grande Fratello, in cui s’invita la platea a godere del progressivo sputtanamento di una comitiva d’infelici. E il fervorino finale in favore degli omosessuali suona fasullo. Il ritmo svelto, l’impaginazione sicura, la recitazione disinvolta di sette attori innegabilmente affiatati rappresentano il punto di forza di un prodotto che mira a ripetere certe atmosfere alla Ettore Scola (in particolare ci si riferisce a La terrazza perché anche in Perfetti sconosciuti c’è una terrazza dalla quale gli sciagurati protagonisti assistono meravigliati a un’eclissi lunare), senza però possederne la stessa profondità di sguardo.

Francesco Costa

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