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Archivio mensile:marzo 2016

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al cinema

 

 

 


 

brooklynBROOKLYN

Titolo originale: id.; regia: John Crowley; sceneggiatura: Nick Hornby, dal romanzo di Colm Toibin; direttore della fotografia: Yves Bélanger; scenografia: François Séguin; costumi: Odile Dicks-Mireaux; montaggio: Jake Roberts; musica: Michael Brook; produzione: Finola Dwyer e Amanda Posey; durata: 111’; nazionalità: Irlanda, Gran Bretagna e Canada; anno: 2016.

Interpreti: Saoirse Ronan (Ellis Lacey), Emory Cohen (Tony Fiorello), Domhnall Gleeson (Jim Farrell), Jim Broadbent (Padre Flood), Julie Walters (Madge Keogh), Eva Birthistle (Georgina), Fiona Glascott (Rose Lacey), Jane Brennan (Mary Lacey), Eileen O’Higgins (Nancy), Emily Beth Rickards (Patty), Eve Macklin (Diana).

 

Avviso importante: chi cerca un personaggio femminile di cui innamorarsi perdutamente, si affretti a vedere Brooklyn senza perdere un minuto di tempo! Se amate le figure femminili ispirate alla lontana alle eroine di certi romanzi di Daphne du Maurier, come l’indimenticabile Rebecca, (e mi riferisco a quelle ragazze striminzite, scialbe, scolorite che all’occorrenza sanno però coniugare fermezza e semplicità, timidezza ed eroismo), allora vi giuro che la giovane Ellis Lacey si scaverà un posticino nel vostro cuore e che ve la porterete dietro a lungo!

Per attirare nelle sale cinematografiche (e farceli restare per circa due ore) spettatori sempre più giovani e sempre più distratti da altre forme d’intrattenimento, il cinema degli ultimi anni si è dettato alcune regole che, lungi dall’essere sempre efficaci, appiattiscono spesso decine di prodotti in un’omologazione poco produttiva. Le regole base sono le seguenti: frastornare più che convincere, tramortire più che incantare, mettere in scena ammazzamenti e nevrosi, bombardamenti e ferocia, perversioni e distruttività, perché le persone positive sono noiose e poco seducenti! Ebbene, Brooklyn si muove coraggiosamente in controtendenza. Non è un thriller né un film bellico, non è una commedia e non è neanche, a differenza di quel che si sente dire in giro (l’ignoranza dilaga sovrana), un melodramma visto che evita le tinte forti e i personaggi eccessivi, e il groviglio di nevrosi e di azioni inconsulte, che sono le caratteristiche salienti di quel genere narrativo. Insomma, per dirla a chiare lettere, l’indimenticato Douglas Sirk e i suoi “nipoti” (ci si riferisce soprattutto al tedesco Rainer Werner Fassbinder e allo spagnolo Pedro Almodovar) stanno di casa da tutt’altra parte…

Brooklyn non si propone di rispedire a casa il pubblico con i timpani doloranti e i sensi in subbuglio per le troppe sparatorie, e neanche di farlo scompisciare dal ridere o di farlo singhiozzare a più non posso, perché racconta una vicenda lineare e molto semplice in toni, udite udite, sommessi e pacati: è un film, direi, che discende piuttosto da quel cinema del pudore e dei sentimenti a volte inespressi, incentrati su limpide figure di donna, che a Londra toccò vertici di poesia con il memorabile Breve incontro (1945) di David Lean e che in Italia vantava un ispirato cantore in Antonio Pietrangeli del quale non si ameranno mai abbastanza i bellissimi La visita (1963) e Io la conoscevo bene (1965).

Brooklyn ruota intorno a un personaggio femminile che si rivela tanto più intrigante in quanto non gioca mai la carta della seduzione. Un personaggio che ispira rispetto perché, nonostante la goffaggine iniziale, cela giudizio e forza di carattere. Ma chi è questa Ellis Lacey e dove vive? Orfana di padre, abita con la madre e la sorella Rose in una cittadina della poverissima Irlanda del secondo dopoguerra. Disoccupata e senza prospettive, accetta l’aiuto di un sacerdote che la convoca all’altro capo del mondo, nella remota New York, dopo averle procurato un impiego di commessa in un grande magazzino di Brooklyn. Pur vivendo con indescrivibile strazio il distacco dalla madre e soprattutto dall’amatissima sorella, Ellis varca l’Atlantico e affronta l’ignoto nel Nuovo Continente. E’ meraviglioso veder evolvere il personaggio di sequenza in sequenza, dall’iniziale inadeguatezza a una disinvoltura che non è mai iattanza. Tutto ti fa innamorare di Ellis: le ambizioni modeste ma concrete (il suo sogno è di diventare contabile come la sorella), la serenità con cui affronta la convivenza con ragazze più sfrontate nella pensione di una caustica signora, l’incontro con un idraulico italiano che s’innamora di lei. Sullo sfondo, ricostruita con affettuosa competenza, risalta la New York del dopoguerra che sutura le ferite del periodo bellico e ai reduci offre onesti divertimenti come feste danzanti in scalcinate sale da ballo e un tuffo in mare a Coney Island. Un evento tragico fa da spartiacque fra la Ellis delle ristrettezze giovanili e quella di New York: l’adorata sorella muore improvvisamente in Irlanda. Costretta a rimpatriare per dare conforto alla madre, Ellis ritrova gli amici d’infanzia e conosce un giovanotto che fa da contraltare all’idraulico italiano: tanto quest’ultimo è semplice, diretto, sentimentale tanto l’altro è laconico, sofisticato e introverso. Ci si può innamorare contemporaneamente di due persone distinte e separate? Io direi di sì, e lo pensa anche Ellis che, vivendo giornate intrise di un loro incanto, patisce con la stessa intensità la nostalgia dell’idraulico Tony e l’attrazione per il raffinato Jim. Quale strada deciderà di prendere? Tornerà a New York dal ragazzo italiano o resterà nel paese natale per accasarsi con il compatriota che è peraltro un ottimo partito? E si deciderà a confessare un importante segreto che si tiene in corpo e che io non sarò così perfido dal rivelarvi?

Ritmo pacato, ma non soporifero; regia fervida ma non caramellosa; sceneggiatura intensa ma non artificiosa del famoso scrittore Nick Hornby (apparentemente il meno indicato per narrare una vicenda a tinte così tenui, avendo scritto romanzi dai toni ben più vivaci, eppure così bravo da guadagnarsi una candidatura all’Oscar), e lascio per ultimo il più evidente punto di forza di questo nitido, bel film: la performance di Saoirse Ronan, a sua volta nominata per il premio Oscar. Se c’innamoriamo di Ellis è perché in realtà c’innamoriamo fin dalla prima scena di questa fantastica attrice dagli occhi di un irripetibile azzurro che, senza smorfie o piagnistei, sostiene davanti alla macchina da presa la difficoltà del primo piano con una sicurezza evidentemente dovuta non soltanto a un innegabile talento artistico, ma anche a una forza interiore e a una segreta gioia di vivere che lasciano il segno. Provare per credere: non si può fare a meno di amarla!

Francesco Costa

 

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 

 


 

 

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Ave Cesare!

Titolo originale: Hail, Caesar!; regia e sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen; direttore della fotografia: Roger Deakins; scenografia: Jess Conchor; costumi: Mary Zophres; montaggio: Ethan e Joel Coen; musica: Carter Burwell; produzione: Ethan e Joel Coen, Tim Bevan ed Eric Fellner; durata: 106’; nazionalità: Usa; anno: 2016.

Interpreti: Josh Brolin (Eddie Mannix), George Clooney (Baird Batlock), Alden Ehrenreich (Hobie Doyle), Ralph Fiennes (Laurence Laurentz), Scarlett Johansson (DeAnna Moran), Tilda Swinton (Thora Tahcker/Thessalyn Thacker), Frances McDormand (C. C. Calhoun), Veronica Osorio (Carlotta Valdez).

Ragazzi, sapete che cos’è il glamour?

E’ un termine inglese che indica eleganza, sensualità e seduzione. Qualcosa che ti fa entrare in un mondo in cui tutto appare invitante, leggero, intelligente. Fin dai primordi il glamour era il requisito imprescindibile per ogni film sfornato a Hollywood. Come motto per attirare folle oceaniche al botteghino, la Metro Goldwyn Mayer adottava l’allettante More Stars Than There Haven in Heaven, che vuol dire Più Stelle che in Cielo, e manteneva la promessa con il massiccio impiego di affascinanti stars: da Greta Garbo a Clark Gable, da Spencer Tracy a Joan Crawford, per tacerne altri. E doveva sostenere la feroce concorrenza delle altre Majors: le più temibili erano la Paramount (che schierava vere leggende come Marlene Dietrich e Cary Grant oltre alla coppia formata da Fred Astaire e Ginger Rogers) e la 20th Century Fox (i cui divi erano Tyrone Power, Henry Fonda e Loretta Young). Era l’età d’oro di Hollywood, l’irripetibile periodo magico che è entrato da subito nel mito e, ossessivamente evocato dal cinema dei pronipoti, suscita ancora nostalgia: a cascarci sono adesso i geniali fratelli Coen che adottano la convulsa Hollywood degli anni Cinquanta come sfondo per una di quelle loro parabole sarcastiche e anche un po’ inquietanti che li hanno imposti all’attenzione del pubblico di tutto il mondo.

Il risultato è Ave, Cesare! Vi si ritrovano due temi assai cari ai nostri registi: quello del mondo come dominio del caos e dell’umana imbecillità (nel cinema dei Coen non si contano i personaggi irrimediabilmente cretini) fuso con quello di Giobbe, l’uomo dalla sovrumana pazienza che si carica in spalla il peso delle altrui manchevolezze perché la vita vada comunque avanti.

Questo campione di tolleranza e di sopportazione è, nella fattispecie, l’infaticabile Eddie Mannix, produttore della Capitol Pictures che corre affannosamente dalla mattina alla sera per tenere lontana l’occhiuta stampa scandalistica dai suoi attori, fatti della materia dei sogni per dirla con Shakespeare, e preservare nell’immaginazione del pubblico l’illusione che siano tutti modelli di santità.. L’importante per Eddie Mannix è che la gente, quella normale che fa magari una vita di stenti e paga il biglietto del cinema per poter credere ancora alle fiabe, non si disaffezioni ai suoi beniamini perché i sogni aiutano comunque a tirare avanti. Va da sé che i suoi divi sono tutti fuori di testa: c’è la sorridente fatina che si destreggia in balletti acquatici, ma aspetta un figlio da un uomo ammogliato (il riferimento riguarda Esther Williams per la fisionomia artistica e Loretta Young per il dramma della gravidanza compromettente); c’è il cowboy che non sa recitare (si allude, per caso, a John Wayne?) e finisce sul set di un film più raffinato dove suda le fatidiche sette camicie per dire una semplice battuta; c’è il celebre divo che, travestito da tribuno romano, deve fare un discorso di riscatto e redenzione sotto la croce di Cristo; c’è il ballerino che balla con la divisa da marinaio (come Gene Kelly in Un giorno a New York) e, essendo sia omosessuale che comunista, cela ben due segreti. Ognuno di questi personaggi introduce con la debita baldanza un diverso genere cinematografico (giochi acquatici, sophisticated comedy, western, peplum, musical) e una pista narrativa da intrecciare alle altre, tutte di pari rilievo a parte forse quella che vede l’inatteso rapimento dell’attore che impersona il tribuno di Roma nel film su Gesù, fino a un finale in cui niente è cambiato, ogni cosa è in bilico sull’orlo di un abisso e tutti corrono ancora incontro all’Apocalisse.

In questo perpetuo sconvolgimento che gli toglie il fiato per portarlo quasi alla follia, e in cui il solo balsamo è di accostarsi frequentemente al confessionale di una chiesa per svelare i suoi affanni a un prete, credete che Eddie Mannix non potrebbe trovarsi un lavoro più riposante e meglio remunerato per dedicare più tempo alla moglie e ai figli? Certo che potrebbe. Ha anzi ricevuto un’offerta allettante sotto ogni profilo, ma in realtà non vuole cambiare mestiere. Cattolico convinto, iperattivo e all’occorrenza manesco, fa questo massacrante lavoro fra attori svitati e perfide giornaliste per poter trottare in un universo in cui ciò che conta è di poter reinventare la vita attraverso la sua rappresentazione: medicina ideale per i suoi guai, più della fede religiosa e sicuramente più dell’ideologia comunista, è l’arte del raccontare che, mutando tutto in finzione, dice profonde verità su quella tragicommedia che è l’evoluzione umana.

Film smagliante e traboccante di vitalità, fragoroso e scatenato meccanismo narrativo in cui ogni sequenza e ogni situazione sembrano costituire un film dentro il film (con il rischio che le sue singole parti possano rifulgere più dell’insieme), Ave, Cesare! stordisce prima ancora di convincere, ma conferma una volta di più, ove mai ce ne fosse bisogno, la forza e il coraggio di due cineasti in forma eccellente che si servono di una banda di formidabili attori (quasi tutti già passati davanti alla loro macchina da presa: dal grande Brolin a Clooney, dalla Johansson alla Swinton) per delineare un cosmo impazzito in cui ciascuno corre a rompicollo non si sa in quale direzione, in cui non c’è nessuno che sia veramente buono e pochissimi sono veramente cattivi, mentre le lancette di un gigantesco orologio invisibile che si potrebbe chiamare anche destino spinge impercettibilmente tutti verso una finale resa dei conti.

Francesco Costa

 

Jobs6Come dicevo, sto leggendo la biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson (Simon&Shuster, 2011). Non me la sono sentita di leggerla quando è scomparso, né lo scorso anno in cui si è festeggiato i 30 anni dal primo, geniale, Mac.

Sto scrivendo su un Mac, come ormai da anni. Ma non ho pensato a tante semplici parole entrate in uso soltanto dopo che Jobs le ha pensate e tradotte in uso, come appunto “friendly”, amichevole o simpatico. Chi mai si sarebbe preoccupato che una macchina, pensata soprattutto per ingegneri, per un lavoro d’ufficio, fosse appunto “friendly”? E che fosse pure bella, chiara, liscia, sottile e smussata, che avesse caratteri di stampa diversi, di ogni tipo, perché ognuno potesse scegliere il suo, magari stamparsi da solo un biglietto di auguri senza ricorrere a tipografi?

Lo so come si dice: ma costa un botto! Se il progetto fosse rimasto com’era in origine, alla Xerox, sarebbe sì costato un botto, decine di migliaia di dollari, invece che un prezzo accessibile, inferiore per esempio a una borsa firmata che non ha assolutamente niente dentro. Invece Mac non solo ha una tecnologia sofisticata, ma ha impedito che il computer fosse appannaggio di una casta di tecnici e ingegneri informatici, che magari potevano assemblarcelo, correggerlo, metterci il naso dentro, ma non potevano lasciarci fare le cose da soli.

Va bene, sono l’ennesima entusiasta. Leggo la biografia di Jobs come un’avventura, cominciata da ragazzo, quando tutti si divertono all’Università e partono assai lenti, diesel, nella vita. La leggo come la vita di un artista, che ha saputo infondere passione e valore artistico anche ai suoi ingegneri e tecnici. Il biografo Isaacson non nasconde nulla del caratteraccio, delle insicurezze e i problemi, la prepotenza, la furia di quest’uomo. Ma nemmeno dell’idea di bellezza e di armonia. Caravaggio era addirittura un assassino, non per questo non rimaniamo estasiati davanti ai suoi impareggiabili quadri.

 

 

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema


LegendLEGEND

Titolo originale: id.; regia e sceneggiatura: Brian Helgeland, dal libro di John Pearson; direttore della fotografia: Dick Pope; scenografia: Tom Conroy; costumi: Caroline Harris; montaggio: Peter McNulty; musica: Carter Burwell; produzione: Tim Bevan, Chris Clark, Quentin Curtis, Eric Fellner e Brian Oliver; nazionalità: Gran Bretagna; durata: 131’; anno: 2015. Interpreti: Tom Hardy (Reggie Kray/Ron Kray), Emily Browning (Frances Shea), David Thewlis (Leslie Payne), Christopher Eccleston (Nipper Read), Paul Anderson (Albert Donoghue), Tara Fitzgerald (Mrs. Shea), Chazz Palminteri (Angelo Bruno).

Che il regista Brian Helgeland faccia faville nel genere noir lo attestano anche i suoi trascorsi di sceneggiatore: ha scritto infatti, fra le altre cose, la sceneggiatura di L.A. Confidential (1997) diretto da Curtis Hanson e tratto dall’omonimo libro di James Ellroy, per la quale ha ottenuto il premio Oscar, e quella di Mystic River (2003), diretto dal mitico Clint Eastwood. Non fa quindi meraviglia che, attingendo ai remoti annali della cronaca nera londinese del 1960 e dintorni, questo Legend sia veloce come una freccia scoccata verso il bersaglio e per la bellezza di oltre due ore non ti conceda di rifiatare un solo istante, inchiodandoti alla poltrona con un accidentato percorso narrativo che si snoda fra scene di estrema violenza e un sotterraneo mood di morbida sensualità.

Fin dall’inizio del film, ed è un particolare decisamente spiazzante, una soave voce femminile (appartenente alla protagonista della storia, la vulnerabile Frances che è incarnata dall’attrice Emily Browning) ci parla da non si sa dove per introdurci nel frizzante scenario della Londra degli anni Sessanta, dove stanno per imporsi le minigonne di Mary Quant e le canzoni dei Beatles. Il mondo che Frances ci descrive con imperscrutabile malinconia non è però quello della moda o quello della musica, ma quello del crimine. La storia che ci racconta, percorsa da una lunga scia di sangue e di follia, non né lieve né rassicurante. E’ di scena l’epopea dei fratelli Kray che, per riscattare le loro umili origini, seminarono morte e terrore nella favolosa Swinging London. A renderli inseparabili, malgrado i continui attriti, contribuiva il fatto che fossero gemelli: Reggie era il bello, lo sciupafemmine, il vanesio, quello con la testa a posto e il sangue freddo; Ron era omosessuale, grasso, volgarissimo, schizofrenico e costretto ad assumere quotidianamente farmaci per non perdere il controllo di sé. Il minaccioso duo mirava ad accaparrarsi, con mezzi non esattamente leciti, la gestione dei più esclusivi locali londinesi, e tendeva a risolvere eventuali divergenze di opinioni con le bande rivali a colpi di martello e di pugnale.

Il film resta fedele fino alla fine all’espediente della voce fuori campo della romantica Frances per illustrarci le malefatte dei due fratelli. La ragazza ci racconta con la sua voce flautata di essersi perdutamente innamorata di Reggie. La loro relazione è malvista dalla madre di lei, un’erinni murata in un atteggiamento programmaticamente ostile a tutti e a tutto, e sua figlia si rivela troppo fragile per contrastare la furia latente che occasionalmente rende esplosive le reazioni di Reggie. Ove non bastasse, la disgraziata deve fronteggiare anche l’oscura, crescente gelosia di Ron che al gemello è legato da un affetto morboso e possessivo, ed è facile prevedere che l’accumulo di così tante tensioni farà precipitare la situazione verso incalcolabili conseguenze per tutti i personaggi coinvolti nella vicenda.

Punteggiato di scene incandescenti alternate a momenti illusoriamente idilliaci, il racconto (condotto senza esitazioni dalla regia secca e concitata di Helgeland) marcia spedito verso il finale apocalittico che, fra non pochi colpi di scena, ci chiarisce a sufficienza anche quello riguardante la posizione della dolce Frances al momento in cui ci espone la sua triste parabola esistenziale. Non sarebbe giusto sorvolare, e il dettaglio è stato volutamente lasciato per ultimo, sul vero punto di forza del film: la formidabile prestazione di Tom Hardy che, sdoppiandosi per impersonare sia Reggie che Ron, si piazza definitivamente fra i migliori interpreti dell’attuale cinema britannico. Hardy, forse non ancora particolarmente noto alle platee italiane, ha al suo attivo una serie di memorabili interpretazioni (in pratica non ha mai sbagliato un film) che comprendono, per dirne solo alcuni, due film con Leonardo Di Caprio: Inception (2010) e il più recente Revenant (2015), per il quale è stato candidato al premio Oscar per il miglior attore non protagonista.

La sua interpretazione dei gemelli Kray è una delle più potenti e persuasive del cinema degli ultimi dieci anni: prestante e vigoroso nei panni di Reggie, grasso e malevolo in quelli di Ron, Tom Hardy supera letteralmente se stesso nella lunga, fantastica sequenza in cui i due fratelli si azzuffano furibondi nel bel mezzo di un locale notturno, fra il terrore dei clienti e lo sgomento della povera Frances, e l’intensità della sua recitazione vale da sola il prezzo del biglietto. Un noir di gran classe e un attore di superlativa bravura: Legend, insomma, mantiene quanto promette!

Francesco Costa

 

Sto leggendo in questo periodo due biografie: la prima è Steve Jobs scritta da Walter Isaacson, l’altra è l’autobiografia di Oliver Sacks, In movimento (Adelphi).

Meglio scrivere in prima persona usando il materiale noto della propria vita o lasciare il compito a qualcun altro? Gli scrittori non hanno dubbi: auto narrarsi, selezionando le parti ritenute interessanti, significative, raccontare se stessi come atto di coraggio, osservandosi come un personaggio, autoanalizzarsi, e puntare sulla forza di una presunta verità attraverso la finzione narrativa.

Gli altri non possono fare a meno di farsi raccontare da chi è esperto, e spesso riescono a comporre un ottimo risultato di finta autonarrazione come il caso di “Open”, bellissimo best seller di Agassi. Finto perché chi ha scritto non è chi ha vissuto, ma ha saputo calarsi in lui, dando voce alla sua personalità.

sacksOliver Sacks, psichiatra e scrittore, ovviamente ha scelto la forma autobiografica, e il suo corposo romanzo di sé  segue passo passo la sua educazione, la sua difficile presa di consapevolezza dell’omosessualità, la passione per i viaggi e le moto, la relazione complicata con la madre e con il fratello schizofrenico, il lavoro specialistico e i successi editoriali (soprattutto con Risvegli), ma alla fine ci mostra un uomo profondamente solo, che confessa. “Non era facile per me credere di stare a cuore a qualcuno…. l’immaginaria mancanza di interesse dei miei nei mei confronti non poteva essere la proiezione di qualcosa che mancava, o era inibito, in me?” Forse per questo aveva scelto anche la strada della scrittura, per scandagliare la sua personalità, per raccontare il dolore e l’affascinante studio della mente umana, l’illusione e la forza dell’immaginazione.

Steve Jobs è un’altra storia, ne parliamo domani.

Francesco CostaFrancesco Costa  / AC-Costa al Cinema


suffragetteSUFFRAGETTE

Titolo originale: id.; regia: Sarah Gavron; sceneggiatura: Abi Morgan; direttore della fotografia: Edu Grau; scenografia: Alice Normington; costumi: Jane Petrie; montaggio: Barney Pilling; musica: Alexandre Desplat; produzione: Alison Owen e Faye Ward; nazionalità: Gran Bretagna; durata: 106’; anno: 2015.

Interpreti: Carey Mulligan (Maud Watts), Helena Bonham Carter (Edith Ellyn), Meryl Streep (Emmeline Pankhurst), Anne-Marie Duff (Violet Miller), Romola Garai (Alice Haughton), Brendan Gleeson (ispettore Arthur Steed).

Suffragette andrebbe proiettato nelle scuole! Non è uno scherzo e neanche una provocazione! E’ una proposta seria che ogni essere pensante dovrebbe sottoscrivere. Andrebbe mostrato a tutti gli studenti dai tredici anni in poi e, questa invece è una provocazione, soprattutto a quelli di sesso maschile!

Quegli individui allenati alla scuola del cinismo (che spuntano in ogni epoca come funghi, ma mai come in questi tempi di desolante confusione morale) potrebbero storcere il naso e farmi presente con sorrisetti aciduli che il film sembra uno sceneggiato televisivo. E’ vero, non lo nego, ma da quanto tempo non vediamo in Italia un prodotto televisivo così nitido e curato? E in cui non si fiuta puzza di compromessi con i politici, con il Vaticano o con chicchessia? D’accordo, il film diretto dalla fervida Sarah Gavron attiene più alla sfera del solido artigianato, e chi dice di no, che a quella visionaria dei grandi registi. Chi siamo però noi per decidere di revocare il diritto di cittadinanza all’artigiano che sa il fatto suo e che, a differenza del sedicente artista, non può assolutamente barare perché bandisce per statuto la fumisteria a vantaggio della chiarezza? Se alla fine della visione di Suffragette ci si sente pieni di rabbia e pervasi dalla voglia di vivere in un mondo meno iniquo, e magari di contribuire a gettarne le basi, vuol dire innanzitutto che si è sani e in secondo luogo che il film ha raggiunto lo scopo prefisso.

Siamo a Londra agli albori del Novecento e la condizione femminile è fra le più spaventose del continente europeo (e sulle sventure di quella minorile, lo dico a chi cerca letture di pregio, il mai dimenticato Charles Dickens ha scritto romanzi di grande suggestione): la lavandaia Maud Watts (sposata con un operaio e madre del piccolo George) sgobba come una schiava in un antro umido e maleodorante in cui ammalarsi è più che probabile. E’ stata inoltre costretta a subire, fin da quando era ragazzina, le indesiderate attenzioni del datore di lavoro. Questa è la sua vita! Pochissime gioie, molti stenti.

Allora è un feuilleton, ghigneranno i cinici la cui peculiarità, essendo sterili e a volte anche cretini, è quella di non lasciarsi mai scalfire da un’emozione. Comunque, no: non è un feuilleton. Non ce ne sono gli ingredienti. La sceneggiatura di Abi Morgan, infatti, è lineare e sobria, non calca la mano sulle disgrazie di Maud, non accende i toni, non allinea perfide maliarde o turpi seduttori fra i personaggi. Il genere narrativo è piuttosto quello della denuncia civile, ma fuso abilmente con quello del woman picture, quel tipo di film da sempre in voga a Hollywood che tradizionalmente offre ruoli succosi ad attrici famose in cerca di un cavallo di battaglia (e qui il privilegio tocca alla brava Carey Mulligan): è di scena l’arbitrio più abietto, le donne subiscono abusi indicibili, regna l’ingiustizia, trionfa quel micidiale impasto di stupidità e di cattiveria che rende così scosceso il percorso dell’evoluzione umana: l’altra metà del cielo, ecco il punto, non può votare.

Maud apprende che da oltre cinquant’anni le donne chiedono di ottenere il diritto di voto, ma i vari governi della civile Inghilterra le hanno beffate, ingannate, tradite. La poveretta incappa senza volerlo in una manifestazione di protesta e vede un gruppo di donne caricate con rabbia dai gendarmi. La visione la sconvolge. E’ l’inizio di un duro apprendistato all’impegno politico: Maud si comprometterà, perderà l’appoggio del marito che farà adottare il loro George da una famiglia abbiente, sarà arrestata più volte, organizzerà attentati rigorosamente incruenti insieme alle compagne, incrocerà la sua strada con quella di Emmeline Pankhurst (1858-1928), leggendaria decana delle lotte femministe, alla quale presta debitamente il suo volto in un’apparizione di soli sette minuti, l’altrettanto leggendaria (in altro campo, certo) Meryl Streep, e alla fine assisterà alla vittoria della causa per cui si è battuta.

Tutto prevedibile, diranno allora i soliti saputelli, niente di sorprendente. E’ vero anche questo, se vogliamo. Si tratta di un racconto impaginato nel modo più tradizionale possibile, le cui tappe sono scandite con un ritmo pacato, ma dotato di una sua efficacia se le platee non rimangono indifferenti allo spettacolo dell’offesa che individui in assoluta malafede hanno recato (e ancora recano in tante parti del mondo) all’umanità. E ci si vergogna alquanto, come italiani, quando scorrono i titoli di testa con le date in cui le varie nazioni si sono finalmente decise a concedere il diritto di voto alle donne, e si scopre che l’Italia ha fatto il grande passo nel 1946 quando la Germania prenazista ci arrivata nel 1920, il Brasile lo aveva compiuto nel 1932 e la Turchia nel 1934, e la Nuova Zelanda addirittura nel lontanissimo 1893: sempre fra gli ultimi dobbiamo stare? E sembra che la fatica di evolvere sia stata la stessa per le unioni civili. Intanto ci si adoperi, per favore, per far proiettare Suffragette nelle scuole!

 

 

 

 

Francesco Costa

 

 

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

jeegrobotLO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Regia: Gabriele Mainetti; sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Menotti; direttore della fotografia: Michele D’Attanasio; scenografia: Massimiliano Sturiale; costumi: Mary Montalto; montaggio: Andrea Maguolo; musica: Michele Braga e Gabriele Mainetti; produzione: Giuseppe Giglietti; durata: 112’; nazionalità: Italia; anno: 2015.

Interpreti: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Fabio Cannizzaro detto lo Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia).

Dell’esordio di Gabriele Mainetti alla regia di un lungometraggio si sta parlando molto e se ne parlerà ancora a lungo. Attore, sceneggiatore, produttore e regista di numerosi cortometraggi (tutti vincitori di importanti riconoscimenti), Mainetti si lancia in una scommessa che ogni amante del cinema dovrebbe augurargli di vincere, e cioè quella di dissotterrare con la debita spavalderia il cinema di genere che in Italia pareva ormai destinato ad ammuffire in soffitta.

Negli ultimi trent’anni il cinema italiano sembrava caduto nelle grinfie di registi, alcuni dei quali arcigni e indisponenti, che si limitavano a raccontare con piglio aggressivo e piattezza espressiva i fatti propri e le proprie opinioni, realmente convinti che ciò bastasse a farli ritenere a pieno titolo autori paragonabili a Fellini o a De Sica, e si facevano belli del consenso di qualche critico francese (quando si sa che i recensori transalpini, nel giudicare il cinema d’oltreconfine, incappano spesso e volentieri in sviste clamorose) per sentirsi autorizzati a rimanere del tutto indifferenti al progressivo abbandono delle sale cinematografiche da parte di spettatori sempre più annoiati dai loro parti artistici. Dov’erano finiti il thriller, l’horror, il mélo, il film storico, quello di fantascienza? Rimanevano i punti di forza delle cinematografie di paesi che, a differenza del nostro, non erano strangolati da ideologie che erano spesso soltanto una cortina fumogena fatta di slogan privi di senso.

Basandosi su un’ardimentosa sceneggiatura del sodale Nicola Guaglianone, il cui percorso narrativo s’intesse di misfatti e metamorfosi, Gabriele Mainetti realizza invece un debutto la cui originalità si fonda sulla capacità di contaminare atmosfere e scenografie d’impronta pasoliniana, immerse nello squallore di baracche e casermoni smangiucchiati dal lerciume, con le esotiche suggestioni del mondo dei fumetti giapponesi in cui baldanzosi eroi dotati di superpoteri si battono contro il Male per difendere il mondo da un collasso fatale.

A dare il via alla storia è il ladruncolo Enzo Ceccotti che, inseguito dalla polizia a seguito di una rapina, sfugge all’arresto con un temerario tuffo nelle fetide acque del Tevere che non solo non gli fa contrarre la famigerata leptospirosi, ma gli conferisce per vie inesplicabili una forza straordinaria che lo apparenta al mitico Sansone. Rattrappito sotto il profilo emotivo, affettivamente analfabeta e quasi afasico, misantropo più per indole che per necessità, Enzo userà inizialmente soltanto per sé la mirabolante possanza fisica, commettendo furti e rapine che si guadagnano titoli da prima pagina sui giornali, ma il casuale incontro con Alessia, figlia di un malvivente e affetta da gravi problemi psichici, darà una svolta alla sua tetra esistenza per fargli apprendere qualcosa di molto simile all’amore. Parallelamente alle sue fanno sensazione le imprese di un criminale psicopatico e incline al sadismo, soprannominato lo Zingaro, la cui strada incrocerà fatalmente quella di Enzo fino a quando lo squilibrato acquisirà a propria volta un’eccezionale forza fisica, complice il solito bagno nel Tevere, e si preparerà a un duello finale con il suo avversario in un apocalittico scontro fra Bene e Male.

Capace di sopperire agli evidenti limiti produttivi con continue invenzioni e una convinzione profonda nella propria capacità di raccontare storie, la regia di Gabriele Mainetti è sorretta dal contributo di un cast di ottimi attori, capitanato da un Claudio Santamaria perfettamente in grado di rendere il dolore e g’impacci di Enzo, anche se la performance più trascinante, quella che fa impennare il film verso picchi molto elevati, la si deve al magnetico Luca Marinelli (intravisto in La grande bellezza di Paolo Sorrentino) che fa dello Zingaro uno dei “cattivi” più affascinanti di tutta la storia del cinema italiano: satanico e vulnerabile, vile e seducente, sogghignante e pensieroso, assolutamente irresistibile quando canta al microfono una celebre canzone di Anna Oxa.

Il risultato è un film violento e malinconico che, fra rocamboleschi inseguimenti e orripilanti mutilazioni, non somiglia a niente che sia stato prodotto di recente dalle nostre parti e finisce con una scena notturna sugli spalti del Colosseo in cui è lecito cogliere un implicito accenno alla possibilità di un sequel: forse rivedremo sugli schermi il burbero Enzo Ciccotti.

Se l’esordio di Gabriele Mainetti (cui va però perdonato l’abuso di due dialetti, il romanesco e il napoletano, così stretti da far quasi invocare il ricorso ai sottotitoli), spianasse davvero la strada al ritorno del cinema di genere, e spazzasse via un’intera generazione di registi inetti e presuntuosi, si potrebbe sperare in un ritorno del pubblico, soprattutto quello giovanile, al rito collettivo che altrove richiama da oltre cent’anni folle di appassionati in quelle sale cinematografiche che da noi, perfino nel cuore della capitale, stanno invece chiudendo una dopo l’altra.

Francesco Costa