Un debutto originale con un cast di formidabili attori

 

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

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Regia: Gabriele Mainetti; sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Menotti; direttore della fotografia: Michele D’Attanasio; scenografia: Massimiliano Sturiale; costumi: Mary Montalto; montaggio: Andrea Maguolo; musica: Michele Braga e Gabriele Mainetti; produzione: Giuseppe Giglietti; durata: 112’; nazionalità: Italia; anno: 2015.

Interpreti: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Fabio Cannizzaro detto lo Zingaro), Ilenia Pastorelli (Alessia), Stefano Ambrogi (Sergio), Maurizio Tesei (Biondo), Francesco Formichetti (Sperma), Daniele Trombetti (Tazzina), Antonia Truppo (Nunzia).

Dell’esordio di Gabriele Mainetti alla regia di un lungometraggio si sta parlando molto e se ne parlerà ancora a lungo. Attore, sceneggiatore, produttore e regista di numerosi cortometraggi (tutti vincitori di importanti riconoscimenti), Mainetti si lancia in una scommessa che ogni amante del cinema dovrebbe augurargli di vincere, e cioè quella di dissotterrare con la debita spavalderia il cinema di genere che in Italia pareva ormai destinato ad ammuffire in soffitta.

Negli ultimi trent’anni il cinema italiano sembrava caduto nelle grinfie di registi, alcuni dei quali arcigni e indisponenti, che si limitavano a raccontare con piglio aggressivo e piattezza espressiva i fatti propri e le proprie opinioni, realmente convinti che ciò bastasse a farli ritenere a pieno titolo autori paragonabili a Fellini o a De Sica, e si facevano belli del consenso di qualche critico francese (quando si sa che i recensori transalpini, nel giudicare il cinema d’oltreconfine, incappano spesso e volentieri in sviste clamorose) per sentirsi autorizzati a rimanere del tutto indifferenti al progressivo abbandono delle sale cinematografiche da parte di spettatori sempre più annoiati dai loro parti artistici. Dov’erano finiti il thriller, l’horror, il mélo, il film storico, quello di fantascienza? Rimanevano i punti di forza delle cinematografie di paesi che, a differenza del nostro, non erano strangolati da ideologie che erano spesso soltanto una cortina fumogena fatta di slogan privi di senso.

Basandosi su un’ardimentosa sceneggiatura del sodale Nicola Guaglianone, il cui percorso narrativo s’intesse di misfatti e metamorfosi, Gabriele Mainetti realizza invece un debutto la cui originalità si fonda sulla capacità di contaminare atmosfere e scenografie d’impronta pasoliniana, immerse nello squallore di baracche e casermoni smangiucchiati dal lerciume, con le esotiche suggestioni del mondo dei fumetti giapponesi in cui baldanzosi eroi dotati di superpoteri si battono contro il Male per difendere il mondo da un collasso fatale.

A dare il via alla storia è il ladruncolo Enzo Ceccotti che, inseguito dalla polizia a seguito di una rapina, sfugge all’arresto con un temerario tuffo nelle fetide acque del Tevere che non solo non gli fa contrarre la famigerata leptospirosi, ma gli conferisce per vie inesplicabili una forza straordinaria che lo apparenta al mitico Sansone. Rattrappito sotto il profilo emotivo, affettivamente analfabeta e quasi afasico, misantropo più per indole che per necessità, Enzo userà inizialmente soltanto per sé la mirabolante possanza fisica, commettendo furti e rapine che si guadagnano titoli da prima pagina sui giornali, ma il casuale incontro con Alessia, figlia di un malvivente e affetta da gravi problemi psichici, darà una svolta alla sua tetra esistenza per fargli apprendere qualcosa di molto simile all’amore. Parallelamente alle sue fanno sensazione le imprese di un criminale psicopatico e incline al sadismo, soprannominato lo Zingaro, la cui strada incrocerà fatalmente quella di Enzo fino a quando lo squilibrato acquisirà a propria volta un’eccezionale forza fisica, complice il solito bagno nel Tevere, e si preparerà a un duello finale con il suo avversario in un apocalittico scontro fra Bene e Male.

Capace di sopperire agli evidenti limiti produttivi con continue invenzioni e una convinzione profonda nella propria capacità di raccontare storie, la regia di Gabriele Mainetti è sorretta dal contributo di un cast di ottimi attori, capitanato da un Claudio Santamaria perfettamente in grado di rendere il dolore e g’impacci di Enzo, anche se la performance più trascinante, quella che fa impennare il film verso picchi molto elevati, la si deve al magnetico Luca Marinelli (intravisto in La grande bellezza di Paolo Sorrentino) che fa dello Zingaro uno dei “cattivi” più affascinanti di tutta la storia del cinema italiano: satanico e vulnerabile, vile e seducente, sogghignante e pensieroso, assolutamente irresistibile quando canta al microfono una celebre canzone di Anna Oxa.

Il risultato è un film violento e malinconico che, fra rocamboleschi inseguimenti e orripilanti mutilazioni, non somiglia a niente che sia stato prodotto di recente dalle nostre parti e finisce con una scena notturna sugli spalti del Colosseo in cui è lecito cogliere un implicito accenno alla possibilità di un sequel: forse rivedremo sugli schermi il burbero Enzo Ciccotti.

Se l’esordio di Gabriele Mainetti (cui va però perdonato l’abuso di due dialetti, il romanesco e il napoletano, così stretti da far quasi invocare il ricorso ai sottotitoli), spianasse davvero la strada al ritorno del cinema di genere, e spazzasse via un’intera generazione di registi inetti e presuntuosi, si potrebbe sperare in un ritorno del pubblico, soprattutto quello giovanile, al rito collettivo che altrove richiama da oltre cent’anni folle di appassionati in quelle sale cinematografiche che da noi, perfino nel cuore della capitale, stanno invece chiudendo una dopo l’altra.

Francesco Costa

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1 commento
  1. Laura Camanzi ha detto:

    Gentile signora Zannoner,
    avrei bisogno di contattare lei o la sua agente per poter parlare di un’eventuale concessione diritti per un’antologia scolastica. Se potesse rispondermi privatamente avrei modo di spiegarle meglio e mandarle il materiale da visionare.
    Cordiali saluti
    Laura Camanzi

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