Un film da proiettare nelle scuole

Francesco CostaFrancesco Costa  / AC-Costa al Cinema


suffragetteSUFFRAGETTE

Titolo originale: id.; regia: Sarah Gavron; sceneggiatura: Abi Morgan; direttore della fotografia: Edu Grau; scenografia: Alice Normington; costumi: Jane Petrie; montaggio: Barney Pilling; musica: Alexandre Desplat; produzione: Alison Owen e Faye Ward; nazionalità: Gran Bretagna; durata: 106’; anno: 2015.

Interpreti: Carey Mulligan (Maud Watts), Helena Bonham Carter (Edith Ellyn), Meryl Streep (Emmeline Pankhurst), Anne-Marie Duff (Violet Miller), Romola Garai (Alice Haughton), Brendan Gleeson (ispettore Arthur Steed).

Suffragette andrebbe proiettato nelle scuole! Non è uno scherzo e neanche una provocazione! E’ una proposta seria che ogni essere pensante dovrebbe sottoscrivere. Andrebbe mostrato a tutti gli studenti dai tredici anni in poi e, questa invece è una provocazione, soprattutto a quelli di sesso maschile!

Quegli individui allenati alla scuola del cinismo (che spuntano in ogni epoca come funghi, ma mai come in questi tempi di desolante confusione morale) potrebbero storcere il naso e farmi presente con sorrisetti aciduli che il film sembra uno sceneggiato televisivo. E’ vero, non lo nego, ma da quanto tempo non vediamo in Italia un prodotto televisivo così nitido e curato? E in cui non si fiuta puzza di compromessi con i politici, con il Vaticano o con chicchessia? D’accordo, il film diretto dalla fervida Sarah Gavron attiene più alla sfera del solido artigianato, e chi dice di no, che a quella visionaria dei grandi registi. Chi siamo però noi per decidere di revocare il diritto di cittadinanza all’artigiano che sa il fatto suo e che, a differenza del sedicente artista, non può assolutamente barare perché bandisce per statuto la fumisteria a vantaggio della chiarezza? Se alla fine della visione di Suffragette ci si sente pieni di rabbia e pervasi dalla voglia di vivere in un mondo meno iniquo, e magari di contribuire a gettarne le basi, vuol dire innanzitutto che si è sani e in secondo luogo che il film ha raggiunto lo scopo prefisso.

Siamo a Londra agli albori del Novecento e la condizione femminile è fra le più spaventose del continente europeo (e sulle sventure di quella minorile, lo dico a chi cerca letture di pregio, il mai dimenticato Charles Dickens ha scritto romanzi di grande suggestione): la lavandaia Maud Watts (sposata con un operaio e madre del piccolo George) sgobba come una schiava in un antro umido e maleodorante in cui ammalarsi è più che probabile. E’ stata inoltre costretta a subire, fin da quando era ragazzina, le indesiderate attenzioni del datore di lavoro. Questa è la sua vita! Pochissime gioie, molti stenti.

Allora è un feuilleton, ghigneranno i cinici la cui peculiarità, essendo sterili e a volte anche cretini, è quella di non lasciarsi mai scalfire da un’emozione. Comunque, no: non è un feuilleton. Non ce ne sono gli ingredienti. La sceneggiatura di Abi Morgan, infatti, è lineare e sobria, non calca la mano sulle disgrazie di Maud, non accende i toni, non allinea perfide maliarde o turpi seduttori fra i personaggi. Il genere narrativo è piuttosto quello della denuncia civile, ma fuso abilmente con quello del woman picture, quel tipo di film da sempre in voga a Hollywood che tradizionalmente offre ruoli succosi ad attrici famose in cerca di un cavallo di battaglia (e qui il privilegio tocca alla brava Carey Mulligan): è di scena l’arbitrio più abietto, le donne subiscono abusi indicibili, regna l’ingiustizia, trionfa quel micidiale impasto di stupidità e di cattiveria che rende così scosceso il percorso dell’evoluzione umana: l’altra metà del cielo, ecco il punto, non può votare.

Maud apprende che da oltre cinquant’anni le donne chiedono di ottenere il diritto di voto, ma i vari governi della civile Inghilterra le hanno beffate, ingannate, tradite. La poveretta incappa senza volerlo in una manifestazione di protesta e vede un gruppo di donne caricate con rabbia dai gendarmi. La visione la sconvolge. E’ l’inizio di un duro apprendistato all’impegno politico: Maud si comprometterà, perderà l’appoggio del marito che farà adottare il loro George da una famiglia abbiente, sarà arrestata più volte, organizzerà attentati rigorosamente incruenti insieme alle compagne, incrocerà la sua strada con quella di Emmeline Pankhurst (1858-1928), leggendaria decana delle lotte femministe, alla quale presta debitamente il suo volto in un’apparizione di soli sette minuti, l’altrettanto leggendaria (in altro campo, certo) Meryl Streep, e alla fine assisterà alla vittoria della causa per cui si è battuta.

Tutto prevedibile, diranno allora i soliti saputelli, niente di sorprendente. E’ vero anche questo, se vogliamo. Si tratta di un racconto impaginato nel modo più tradizionale possibile, le cui tappe sono scandite con un ritmo pacato, ma dotato di una sua efficacia se le platee non rimangono indifferenti allo spettacolo dell’offesa che individui in assoluta malafede hanno recato (e ancora recano in tante parti del mondo) all’umanità. E ci si vergogna alquanto, come italiani, quando scorrono i titoli di testa con le date in cui le varie nazioni si sono finalmente decise a concedere il diritto di voto alle donne, e si scopre che l’Italia ha fatto il grande passo nel 1946 quando la Germania prenazista ci arrivata nel 1920, il Brasile lo aveva compiuto nel 1932 e la Turchia nel 1934, e la Nuova Zelanda addirittura nel lontanissimo 1893: sempre fra gli ultimi dobbiamo stare? E sembra che la fatica di evolvere sia stata la stessa per le unioni civili. Intanto ci si adoperi, per favore, per far proiettare Suffragette nelle scuole!

 

 

 

 

Francesco Costa

 

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