Swinging London in noir

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema


LegendLEGEND

Titolo originale: id.; regia e sceneggiatura: Brian Helgeland, dal libro di John Pearson; direttore della fotografia: Dick Pope; scenografia: Tom Conroy; costumi: Caroline Harris; montaggio: Peter McNulty; musica: Carter Burwell; produzione: Tim Bevan, Chris Clark, Quentin Curtis, Eric Fellner e Brian Oliver; nazionalità: Gran Bretagna; durata: 131’; anno: 2015. Interpreti: Tom Hardy (Reggie Kray/Ron Kray), Emily Browning (Frances Shea), David Thewlis (Leslie Payne), Christopher Eccleston (Nipper Read), Paul Anderson (Albert Donoghue), Tara Fitzgerald (Mrs. Shea), Chazz Palminteri (Angelo Bruno).

Che il regista Brian Helgeland faccia faville nel genere noir lo attestano anche i suoi trascorsi di sceneggiatore: ha scritto infatti, fra le altre cose, la sceneggiatura di L.A. Confidential (1997) diretto da Curtis Hanson e tratto dall’omonimo libro di James Ellroy, per la quale ha ottenuto il premio Oscar, e quella di Mystic River (2003), diretto dal mitico Clint Eastwood. Non fa quindi meraviglia che, attingendo ai remoti annali della cronaca nera londinese del 1960 e dintorni, questo Legend sia veloce come una freccia scoccata verso il bersaglio e per la bellezza di oltre due ore non ti conceda di rifiatare un solo istante, inchiodandoti alla poltrona con un accidentato percorso narrativo che si snoda fra scene di estrema violenza e un sotterraneo mood di morbida sensualità.

Fin dall’inizio del film, ed è un particolare decisamente spiazzante, una soave voce femminile (appartenente alla protagonista della storia, la vulnerabile Frances che è incarnata dall’attrice Emily Browning) ci parla da non si sa dove per introdurci nel frizzante scenario della Londra degli anni Sessanta, dove stanno per imporsi le minigonne di Mary Quant e le canzoni dei Beatles. Il mondo che Frances ci descrive con imperscrutabile malinconia non è però quello della moda o quello della musica, ma quello del crimine. La storia che ci racconta, percorsa da una lunga scia di sangue e di follia, non né lieve né rassicurante. E’ di scena l’epopea dei fratelli Kray che, per riscattare le loro umili origini, seminarono morte e terrore nella favolosa Swinging London. A renderli inseparabili, malgrado i continui attriti, contribuiva il fatto che fossero gemelli: Reggie era il bello, lo sciupafemmine, il vanesio, quello con la testa a posto e il sangue freddo; Ron era omosessuale, grasso, volgarissimo, schizofrenico e costretto ad assumere quotidianamente farmaci per non perdere il controllo di sé. Il minaccioso duo mirava ad accaparrarsi, con mezzi non esattamente leciti, la gestione dei più esclusivi locali londinesi, e tendeva a risolvere eventuali divergenze di opinioni con le bande rivali a colpi di martello e di pugnale.

Il film resta fedele fino alla fine all’espediente della voce fuori campo della romantica Frances per illustrarci le malefatte dei due fratelli. La ragazza ci racconta con la sua voce flautata di essersi perdutamente innamorata di Reggie. La loro relazione è malvista dalla madre di lei, un’erinni murata in un atteggiamento programmaticamente ostile a tutti e a tutto, e sua figlia si rivela troppo fragile per contrastare la furia latente che occasionalmente rende esplosive le reazioni di Reggie. Ove non bastasse, la disgraziata deve fronteggiare anche l’oscura, crescente gelosia di Ron che al gemello è legato da un affetto morboso e possessivo, ed è facile prevedere che l’accumulo di così tante tensioni farà precipitare la situazione verso incalcolabili conseguenze per tutti i personaggi coinvolti nella vicenda.

Punteggiato di scene incandescenti alternate a momenti illusoriamente idilliaci, il racconto (condotto senza esitazioni dalla regia secca e concitata di Helgeland) marcia spedito verso il finale apocalittico che, fra non pochi colpi di scena, ci chiarisce a sufficienza anche quello riguardante la posizione della dolce Frances al momento in cui ci espone la sua triste parabola esistenziale. Non sarebbe giusto sorvolare, e il dettaglio è stato volutamente lasciato per ultimo, sul vero punto di forza del film: la formidabile prestazione di Tom Hardy che, sdoppiandosi per impersonare sia Reggie che Ron, si piazza definitivamente fra i migliori interpreti dell’attuale cinema britannico. Hardy, forse non ancora particolarmente noto alle platee italiane, ha al suo attivo una serie di memorabili interpretazioni (in pratica non ha mai sbagliato un film) che comprendono, per dirne solo alcuni, due film con Leonardo Di Caprio: Inception (2010) e il più recente Revenant (2015), per il quale è stato candidato al premio Oscar per il miglior attore non protagonista.

La sua interpretazione dei gemelli Kray è una delle più potenti e persuasive del cinema degli ultimi dieci anni: prestante e vigoroso nei panni di Reggie, grasso e malevolo in quelli di Ron, Tom Hardy supera letteralmente se stesso nella lunga, fantastica sequenza in cui i due fratelli si azzuffano furibondi nel bel mezzo di un locale notturno, fra il terrore dei clienti e lo sgomento della povera Frances, e l’intensità della sua recitazione vale da sola il prezzo del biglietto. Un noir di gran classe e un attore di superlativa bravura: Legend, insomma, mantiene quanto promette!

Francesco Costa

 

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1 commento
  1. Luisa Barassi ha detto:

    Gentile dottoressa, Sono iscritta al suo perché ho fatto leggere alla classe “il vento di Santiago” che è piaciuto veramente tanto. Volevo chiederle se l’anno prossimo sarebbe disponibile a venire nella nostra scuola a Segrate (Milano) a parlare del suo libro/ libri. Abbiamo infatti un progetto di incontro con l’autore ormai da anni in cui facciamo leggere ai ragazzi dei libri di un autore e poi le classi rivolgono delle domande all’autore che un giorno dell’anno viene a scuola. Se dovesse essere disponibile, potrò fornirle maggiori informazioni. Cordialmente

    Luisa Barassi barassi.luisa@gmail.com

    >

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