Il glamour secondo i fratelli Coen

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 

 


 

 

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Ave Cesare!

Titolo originale: Hail, Caesar!; regia e sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen; direttore della fotografia: Roger Deakins; scenografia: Jess Conchor; costumi: Mary Zophres; montaggio: Ethan e Joel Coen; musica: Carter Burwell; produzione: Ethan e Joel Coen, Tim Bevan ed Eric Fellner; durata: 106’; nazionalità: Usa; anno: 2016.

Interpreti: Josh Brolin (Eddie Mannix), George Clooney (Baird Batlock), Alden Ehrenreich (Hobie Doyle), Ralph Fiennes (Laurence Laurentz), Scarlett Johansson (DeAnna Moran), Tilda Swinton (Thora Tahcker/Thessalyn Thacker), Frances McDormand (C. C. Calhoun), Veronica Osorio (Carlotta Valdez).

Ragazzi, sapete che cos’è il glamour?

E’ un termine inglese che indica eleganza, sensualità e seduzione. Qualcosa che ti fa entrare in un mondo in cui tutto appare invitante, leggero, intelligente. Fin dai primordi il glamour era il requisito imprescindibile per ogni film sfornato a Hollywood. Come motto per attirare folle oceaniche al botteghino, la Metro Goldwyn Mayer adottava l’allettante More Stars Than There Haven in Heaven, che vuol dire Più Stelle che in Cielo, e manteneva la promessa con il massiccio impiego di affascinanti stars: da Greta Garbo a Clark Gable, da Spencer Tracy a Joan Crawford, per tacerne altri. E doveva sostenere la feroce concorrenza delle altre Majors: le più temibili erano la Paramount (che schierava vere leggende come Marlene Dietrich e Cary Grant oltre alla coppia formata da Fred Astaire e Ginger Rogers) e la 20th Century Fox (i cui divi erano Tyrone Power, Henry Fonda e Loretta Young). Era l’età d’oro di Hollywood, l’irripetibile periodo magico che è entrato da subito nel mito e, ossessivamente evocato dal cinema dei pronipoti, suscita ancora nostalgia: a cascarci sono adesso i geniali fratelli Coen che adottano la convulsa Hollywood degli anni Cinquanta come sfondo per una di quelle loro parabole sarcastiche e anche un po’ inquietanti che li hanno imposti all’attenzione del pubblico di tutto il mondo.

Il risultato è Ave, Cesare! Vi si ritrovano due temi assai cari ai nostri registi: quello del mondo come dominio del caos e dell’umana imbecillità (nel cinema dei Coen non si contano i personaggi irrimediabilmente cretini) fuso con quello di Giobbe, l’uomo dalla sovrumana pazienza che si carica in spalla il peso delle altrui manchevolezze perché la vita vada comunque avanti.

Questo campione di tolleranza e di sopportazione è, nella fattispecie, l’infaticabile Eddie Mannix, produttore della Capitol Pictures che corre affannosamente dalla mattina alla sera per tenere lontana l’occhiuta stampa scandalistica dai suoi attori, fatti della materia dei sogni per dirla con Shakespeare, e preservare nell’immaginazione del pubblico l’illusione che siano tutti modelli di santità.. L’importante per Eddie Mannix è che la gente, quella normale che fa magari una vita di stenti e paga il biglietto del cinema per poter credere ancora alle fiabe, non si disaffezioni ai suoi beniamini perché i sogni aiutano comunque a tirare avanti. Va da sé che i suoi divi sono tutti fuori di testa: c’è la sorridente fatina che si destreggia in balletti acquatici, ma aspetta un figlio da un uomo ammogliato (il riferimento riguarda Esther Williams per la fisionomia artistica e Loretta Young per il dramma della gravidanza compromettente); c’è il cowboy che non sa recitare (si allude, per caso, a John Wayne?) e finisce sul set di un film più raffinato dove suda le fatidiche sette camicie per dire una semplice battuta; c’è il celebre divo che, travestito da tribuno romano, deve fare un discorso di riscatto e redenzione sotto la croce di Cristo; c’è il ballerino che balla con la divisa da marinaio (come Gene Kelly in Un giorno a New York) e, essendo sia omosessuale che comunista, cela ben due segreti. Ognuno di questi personaggi introduce con la debita baldanza un diverso genere cinematografico (giochi acquatici, sophisticated comedy, western, peplum, musical) e una pista narrativa da intrecciare alle altre, tutte di pari rilievo a parte forse quella che vede l’inatteso rapimento dell’attore che impersona il tribuno di Roma nel film su Gesù, fino a un finale in cui niente è cambiato, ogni cosa è in bilico sull’orlo di un abisso e tutti corrono ancora incontro all’Apocalisse.

In questo perpetuo sconvolgimento che gli toglie il fiato per portarlo quasi alla follia, e in cui il solo balsamo è di accostarsi frequentemente al confessionale di una chiesa per svelare i suoi affanni a un prete, credete che Eddie Mannix non potrebbe trovarsi un lavoro più riposante e meglio remunerato per dedicare più tempo alla moglie e ai figli? Certo che potrebbe. Ha anzi ricevuto un’offerta allettante sotto ogni profilo, ma in realtà non vuole cambiare mestiere. Cattolico convinto, iperattivo e all’occorrenza manesco, fa questo massacrante lavoro fra attori svitati e perfide giornaliste per poter trottare in un universo in cui ciò che conta è di poter reinventare la vita attraverso la sua rappresentazione: medicina ideale per i suoi guai, più della fede religiosa e sicuramente più dell’ideologia comunista, è l’arte del raccontare che, mutando tutto in finzione, dice profonde verità su quella tragicommedia che è l’evoluzione umana.

Film smagliante e traboccante di vitalità, fragoroso e scatenato meccanismo narrativo in cui ogni sequenza e ogni situazione sembrano costituire un film dentro il film (con il rischio che le sue singole parti possano rifulgere più dell’insieme), Ave, Cesare! stordisce prima ancora di convincere, ma conferma una volta di più, ove mai ce ne fosse bisogno, la forza e il coraggio di due cineasti in forma eccellente che si servono di una banda di formidabili attori (quasi tutti già passati davanti alla loro macchina da presa: dal grande Brolin a Clooney, dalla Johansson alla Swinton) per delineare un cosmo impazzito in cui ciascuno corre a rompicollo non si sa in quale direzione, in cui non c’è nessuno che sia veramente buono e pochissimi sono veramente cattivi, mentre le lancette di un gigantesco orologio invisibile che si potrebbe chiamare anche destino spinge impercettibilmente tutti verso una finale resa dei conti.

Francesco Costa

 

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