Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al cinema

 

 

 


 

brooklynBROOKLYN

Titolo originale: id.; regia: John Crowley; sceneggiatura: Nick Hornby, dal romanzo di Colm Toibin; direttore della fotografia: Yves Bélanger; scenografia: François Séguin; costumi: Odile Dicks-Mireaux; montaggio: Jake Roberts; musica: Michael Brook; produzione: Finola Dwyer e Amanda Posey; durata: 111’; nazionalità: Irlanda, Gran Bretagna e Canada; anno: 2016.

Interpreti: Saoirse Ronan (Ellis Lacey), Emory Cohen (Tony Fiorello), Domhnall Gleeson (Jim Farrell), Jim Broadbent (Padre Flood), Julie Walters (Madge Keogh), Eva Birthistle (Georgina), Fiona Glascott (Rose Lacey), Jane Brennan (Mary Lacey), Eileen O’Higgins (Nancy), Emily Beth Rickards (Patty), Eve Macklin (Diana).

 

Avviso importante: chi cerca un personaggio femminile di cui innamorarsi perdutamente, si affretti a vedere Brooklyn senza perdere un minuto di tempo! Se amate le figure femminili ispirate alla lontana alle eroine di certi romanzi di Daphne du Maurier, come l’indimenticabile Rebecca, (e mi riferisco a quelle ragazze striminzite, scialbe, scolorite che all’occorrenza sanno però coniugare fermezza e semplicità, timidezza ed eroismo), allora vi giuro che la giovane Ellis Lacey si scaverà un posticino nel vostro cuore e che ve la porterete dietro a lungo!

Per attirare nelle sale cinematografiche (e farceli restare per circa due ore) spettatori sempre più giovani e sempre più distratti da altre forme d’intrattenimento, il cinema degli ultimi anni si è dettato alcune regole che, lungi dall’essere sempre efficaci, appiattiscono spesso decine di prodotti in un’omologazione poco produttiva. Le regole base sono le seguenti: frastornare più che convincere, tramortire più che incantare, mettere in scena ammazzamenti e nevrosi, bombardamenti e ferocia, perversioni e distruttività, perché le persone positive sono noiose e poco seducenti! Ebbene, Brooklyn si muove coraggiosamente in controtendenza. Non è un thriller né un film bellico, non è una commedia e non è neanche, a differenza di quel che si sente dire in giro (l’ignoranza dilaga sovrana), un melodramma visto che evita le tinte forti e i personaggi eccessivi, e il groviglio di nevrosi e di azioni inconsulte, che sono le caratteristiche salienti di quel genere narrativo. Insomma, per dirla a chiare lettere, l’indimenticato Douglas Sirk e i suoi “nipoti” (ci si riferisce soprattutto al tedesco Rainer Werner Fassbinder e allo spagnolo Pedro Almodovar) stanno di casa da tutt’altra parte…

Brooklyn non si propone di rispedire a casa il pubblico con i timpani doloranti e i sensi in subbuglio per le troppe sparatorie, e neanche di farlo scompisciare dal ridere o di farlo singhiozzare a più non posso, perché racconta una vicenda lineare e molto semplice in toni, udite udite, sommessi e pacati: è un film, direi, che discende piuttosto da quel cinema del pudore e dei sentimenti a volte inespressi, incentrati su limpide figure di donna, che a Londra toccò vertici di poesia con il memorabile Breve incontro (1945) di David Lean e che in Italia vantava un ispirato cantore in Antonio Pietrangeli del quale non si ameranno mai abbastanza i bellissimi La visita (1963) e Io la conoscevo bene (1965).

Brooklyn ruota intorno a un personaggio femminile che si rivela tanto più intrigante in quanto non gioca mai la carta della seduzione. Un personaggio che ispira rispetto perché, nonostante la goffaggine iniziale, cela giudizio e forza di carattere. Ma chi è questa Ellis Lacey e dove vive? Orfana di padre, abita con la madre e la sorella Rose in una cittadina della poverissima Irlanda del secondo dopoguerra. Disoccupata e senza prospettive, accetta l’aiuto di un sacerdote che la convoca all’altro capo del mondo, nella remota New York, dopo averle procurato un impiego di commessa in un grande magazzino di Brooklyn. Pur vivendo con indescrivibile strazio il distacco dalla madre e soprattutto dall’amatissima sorella, Ellis varca l’Atlantico e affronta l’ignoto nel Nuovo Continente. E’ meraviglioso veder evolvere il personaggio di sequenza in sequenza, dall’iniziale inadeguatezza a una disinvoltura che non è mai iattanza. Tutto ti fa innamorare di Ellis: le ambizioni modeste ma concrete (il suo sogno è di diventare contabile come la sorella), la serenità con cui affronta la convivenza con ragazze più sfrontate nella pensione di una caustica signora, l’incontro con un idraulico italiano che s’innamora di lei. Sullo sfondo, ricostruita con affettuosa competenza, risalta la New York del dopoguerra che sutura le ferite del periodo bellico e ai reduci offre onesti divertimenti come feste danzanti in scalcinate sale da ballo e un tuffo in mare a Coney Island. Un evento tragico fa da spartiacque fra la Ellis delle ristrettezze giovanili e quella di New York: l’adorata sorella muore improvvisamente in Irlanda. Costretta a rimpatriare per dare conforto alla madre, Ellis ritrova gli amici d’infanzia e conosce un giovanotto che fa da contraltare all’idraulico italiano: tanto quest’ultimo è semplice, diretto, sentimentale tanto l’altro è laconico, sofisticato e introverso. Ci si può innamorare contemporaneamente di due persone distinte e separate? Io direi di sì, e lo pensa anche Ellis che, vivendo giornate intrise di un loro incanto, patisce con la stessa intensità la nostalgia dell’idraulico Tony e l’attrazione per il raffinato Jim. Quale strada deciderà di prendere? Tornerà a New York dal ragazzo italiano o resterà nel paese natale per accasarsi con il compatriota che è peraltro un ottimo partito? E si deciderà a confessare un importante segreto che si tiene in corpo e che io non sarò così perfido dal rivelarvi?

Ritmo pacato, ma non soporifero; regia fervida ma non caramellosa; sceneggiatura intensa ma non artificiosa del famoso scrittore Nick Hornby (apparentemente il meno indicato per narrare una vicenda a tinte così tenui, avendo scritto romanzi dai toni ben più vivaci, eppure così bravo da guadagnarsi una candidatura all’Oscar), e lascio per ultimo il più evidente punto di forza di questo nitido, bel film: la performance di Saoirse Ronan, a sua volta nominata per il premio Oscar. Se c’innamoriamo di Ellis è perché in realtà c’innamoriamo fin dalla prima scena di questa fantastica attrice dagli occhi di un irripetibile azzurro che, senza smorfie o piagnistei, sostiene davanti alla macchina da presa la difficoltà del primo piano con una sicurezza evidentemente dovuta non soltanto a un innegabile talento artistico, ma anche a una forza interiore e a una segreta gioia di vivere che lasciano il segno. Provare per credere: non si può fare a meno di amarla!

Francesco Costa

 

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