Il cinema italiano torna bambino

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

 

veloceventoVELOCE COME IL VENTO

Regia: Matteo Rovere; sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere; direttore della fotografia: Michele D’Attanasio; scenografia: Alessandro Vannucci; costumi: Cristina La Parola; montaggio: Gianni Vezzosi; musica: Andrea Farri; produzione: Domenico Procacci; durata: 119’; nazionalità: Italia; anno: 2016.  Interpreti: Stefano Accorsi (Loris), Matilda De Angelis (Giulia), Roberta Mattei (Annarella), Paolo Graziosi (Tonino), Giulio Pugnaghi (Nico), Lorenzo Gioielli (Ettore Minotti).

Il cinema italiano si è ringiovanito tutt’a un tratto. E’ anzi diventato bambino. Grembiulini e tettarelle ne accompagnano l’approccio al fantastico, al fiabesco, al fumetto e ad altri generi cinematografici che sembravano stipati per sempre nel baule dei ricordi. Il perentorio, e per certi versi sorprendente, successo di Lo chiamavano Jeeg Robot, meritatamente candidato a svariati David di Donatello, sembra aver dischiuso la porta a un cinema che mira ad attrarre platee giovanili con storie e stilemi di cui non si trovava traccia nella produzione italiana degli ultimi trent’anni. C’è il timido accenno di un’inversione di tendenza: nelle sale cinematografiche torna, anche se con la debita cautela, un pubblico che era stato messo in fuga dal mortifero proliferare di opere pretenziose e autoreferenziali.

Dopo la morte dei grandi maestri del cinema italiano, quelli che ne hanno scritto le pagine più gloriose e hanno fatto man bassa di premi Oscar e di Palme d’Oro, Leoni d’Oro e Orsi d’Oro, c’è stata una sorta di egemonia culturale governata per trent’anni da registi giovani ma con ben poco di giovanile, precocemente arcigni e ostinatamente moraleggianti, interessati soprattutto alla propria biografia e sottilmente misogini, autori di film molto simili fra loro, interpretati sempre dagli stessi attori, prevalentemente ambientati a Roma negli appartamenti di una borghesia mai sfiorata dal dubbio di essere arida e chiusa al resto del mondo: insomma, un incubo!

E’ in arrivo quindi, per la fatale necessità dei contrappesi, una generazione di registi bambini? Matteo Rovere viene da due sonori flop , Un gioco da ragazze (2008) e Gli sfiorati (2011), che risentivano evidentemente di una fondamentale sudditanza nei confronti di un modo di fare cinema che stava per entrare in crisi. Rampollo di una Roma privilegiata e spesso arrogante, il giovane Rovere si era in realtà cimentato in esercizi di cinismo e di critica sociale che suonavano alquanto sterili e fondamentalmente non interessavano a nessuno.

Ispirandosi a una storia vera e tornando alle proprie origini emiliane, e compiendo una vera rivoluzione nel proprio percorso professionale, Matteo Rovere con Veloce come il vento fissa la propria attenzione su una vicenda di povertà e di riscatto: Giulia (impersonata da una strepitosa Matilda De Angelis, una sorta di Jennifer Lawrence italiana, e vero punto di forza del film) discende da una schiatta di corridori automobilistici e vuole a sua volta diventare campionessa. Rimasta orfana di padre e con un fratellino a carico, si vede piombare dentro casa una presenza molesta. Il fratello maggiore Loris, tossicodipendente da anni, pretende di vivere con lei insieme ad Annarella, sua degna compagna che è impietoso, ma non inesatto, definire un relitto umano. Inutile dire che la convivenza della malassortita brigata è burrascosa. Le liti fra Giulia e Loris sono all’ordine del giorno. I due intrusi portano caos e rovina laddove Giulia ha bisogno di pace e di concentrazione per allenarsi. Loris è a sua volta un ex campione automobilistico poi scivolato nella dipendenza dalla droga (il personaggio è ispirato al tormentato Carlo Capone che dai trionfi automobilistici degli anni Ottanta è finito con un ricovero in una struttura psichiatrica) e la sorpresa è che si rivela perfettamente in grado, complice un fiuto infallibile e l’evidente gusto per il rischio, di portare la sorella al successo. Non tutto andrà liscio, ovviamente, e continui alti e bassi caratterizzeranno la relazione fra Loris e Giulia, anche per l’instabilità mentale di lui. Con una sapienza che appare debitrice di certo cinema americano, la sceneggiatura mira a inanellare numerosi colpi di scena che si susseguono nella seconda parte del racconto (talvolta, però, telefonati con troppo anticipo e quindi un po’ meccanici) fino a una conclusione non del tutto disperante. Si può rimproverare al film una concezione ingenua e perfino fiabesca del personaggio di Loris che, pur essendo schiavo della droga, non ruba, non minaccia, non s’infuria, non è mai pericoloso, e tutto sommato rimane soltanto un invadente, ma simpatico mattacchione (il personaggio cui s‘ispira ha avuto, non a caso, una parabola umana decisamente più tragica), ma queste riserve non autorizzano a trascurare un apporto interpretativo, quello di Stefano Accorsi, che ha qualcosa di eroico: dimagrito, tatuato, lercio e sconnesso, il suo Loris resta impresso e dovrebbe guadagnargli un riconoscimento.

Il cinema italiano, si diceva, è tornato bambino: affronta temi disturbanti come la solitudine, l’emarginazione e le dipendenze da stupefacenti, ma sabotandone dall’interno (complice il ricorso a generi narrativi come il fumetto o la fiaba) l’inevitabile carica di drammaticità per non creare disagi eccessivi negli spettatori: non è però da escludere che un percorso di maturazione sia già in atto e che, sulla scorta dei grandi classici, si ritrovi finalmente la magica alchimia in grado di fondere leggerezza e spessore.

 

Francesco Costa

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