luoghi comuni al femminile

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

 

nemicheNEMICHE PER LA PELLE

Regia: Luca Lucini; sceneggiatura: Doriana Leondeff e Francesca Minieri; direttore della fotografia: Claudio Cofrancesco; scenografia: Luca Servino; costumi: Monica Celeste; montaggio: Massimo Fiocchi; musica: Fabrizio Campanelli; produzione: Donatella Botti; durata: 92’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Margherita Buy (Lucia), Claudia Gerini (Fabiola), Giampaolo Morelli (Giacomo), Paolo Calabresi (Stefano), Andrea Bosca (Ruggero), Gigio Morra (Attilio).

Stanchezza, luoghi comuni, totale assenza di senso: ecco il cinema italiano che non si vorrebbe più vedere. Lanciato come un film al “femminile” (essendo scritto da donne e imperniato su un conflitto fra donne) come se ciò fosse di per sé sinonimo di qualità, Nemiche per la pelle è, al contrario, un richiamo a un maggiore senso di responsabilità da parte degli autori cinematografici (maschi o femmine che siano) che, anche considerando la crisi economica che ci grava addosso da anni, dovrebbero spremersi le meningi per servire al pubblico qualcosa di sostanzioso che lo faccia davvero riflettere o divertire o commuovere, e non un canovaccio ammuffito che sembra esserci stato propinato già infinite volte.

Di che cosa tratta l’insulsa operino? Nato da un soggetto cui ha messo mano anche una delle due protagoniste del film, l’attrice Margherita Buy (alla quale vorremmo umilmente suggerire di astenersi da ulteriori escursioni nel campo della scrittura per non aderire alla pessima usanza tutta italiana secondo la quale tutti si sentono in grado di scrivere senza però mai arrisicarsi a leggere un libro), Nemiche per la pelle mette in scena due donne non più giovanissime. La prima è la slavata Lucia (Buy, ovviamente) che parla con gli animali, mangia solo gallette di riso ed è schiava del politically correct, e l’altra è l’agente immobiliare Fabiola (Claudia Gerini), vistosa, pacchiana, attaccata al soldo. Le due signore, dissimili fra loro con l’evidenza che solo l’aderenza a un cliché può consentire, sono unite da un’esperienza comune: sono state sposate con lo stesso uomo, Lucia per dodici anni e Fabiola per otto, e si ritrovano al di lui funerale per poi apprendere, esterrefatte, che il disgraziato ha lasciato loro in affidamento un bambino da lui concepito in gran segreto con una donna cinese, a sua volta deceduta da qualche tempo. Essendo potenzialmente entrambe pessime madri (per un motivo o per l’altro nessuna delle due ha voluto figli o ha dimestichezza con i bambini), Lucia e Fabiola sono quindi costrette a condividere la responsabilità di crescere il cinesino senza ovviamente essere mai d’accordo su niente: né su come alimentarlo né sui giorni in cui tenerlo e neanche su come organizzare il suo avvenire. Era davvero uno sciagurato il loro defunto marito a ritenere possibile, dopo averle giudicate insopportabili come mogli, che le due infelici potessero riscattarsi almeno come madri.

La sceneggiatura (opera di due professioniste che si sono segnalate in passato per lavori di più dignitoso livello) inanella faticosamente quelli che si vorrebbe definire colpi di scena (mamma, che paroloni!), lasciando disinvoltamente cadere promettenti piste narrative (si vorrebbe sapere di più, per esempio, sul padre di Fabiola) e fa sbucare dal nulla suore abiette, perfidi assistenti sociali e severi magistrati come conigli dal cilindro di un mago per far sì che, timorose di perdere il piccino cui si sono infine entrambe affezionate, le due scellerate uniscano finalmente le loro forze per battersi contro una legge iniqua che non tiene in alcun conto i loro sentimenti.

Di durata media, ma apparentemente interminabile come tutti i film che non decollano mai, Nemiche per la pelle finisce così col basarsi quasi interamente sull’apporto recitativo delle due interpreti principali che si limitano a rimodulare il “tipo” che le ha rese famose, la nevrotica in sospetto di frigidità e la vamp aggressiva (ma la Gerini ci dà dentro con maggior convinzione) e non si capisce perché, non foss’altro che per regalare a noi una piccola sorpresa e a stesse il gusto di sperimentare nuove strade, non abbiano provato almeno a scambiarsi i ruoli con la Buy nel ruolo della cafona esuberante e l’altra a fare la scialba veterinaria che parla con i cani e con i defunti. Ma no, neanche questo minimo scarto è previsto in un’operazione che si prefigge di bandire accuratamente tutto ciò che può risultare emozionante o imprevedibile.

Unico maschio nel poco ispirato gineceo (a parte gli sventurati attori chiamati a impersonare le figure maschili che sono soltanto macchiette), Luca Lucini torna al lavoro a cinque anni di distanza dall’ultima regia con un contributo perfettamente intonato al contesto, cioè incolore e privo di mordente, anche se dispiace dirlo, e la stessa piattezza caratterizza fotografia, scenografie e costumi. Il film potrebbe trovare anche un suo pubblico, non è da escludere, in una serata piovosa in cui la televisione non trasmetta niente di meglio, se non altro perché le due interpreti sono diventate nel corso degli anni le indiscusse beniamine di assai vaste platee, ma ci si chiede per quale motivo Nemiche per la pelle sprigioni contemporaneamente un senso di fiacchezza e un’impressione di sufficienza. E’ evidente che i realizzatori (e qui ci si riferisce soprattutto alla produzione) danno per scontato il loro diritto a sciupare senza rimorsi l’occasione di fare qualcosa di stuzzicante, se non memorabile, e non si rendono evidentemente conto di godere di un invidiabiie privilegio, quello di poter mettere in piedi in tempi presumibilmente brevi un film in un periodo in cui il talento trova (più del solito) immense difficoltà a imporsi al di fuori delle logiche di potere.

Francesco Costa

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