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Archivio mensile:maggio 2016

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

locandinaLA PAZZA GIOIA

Regia: Paolo Virzì; sceneggiatura: Francesca Archibugi e Paolo Virzì; direttore della fotografia: Vladan Radovic; scenografia: Tonino Zera; costumi: Catia Dottori; montaggio: Cecilia Zanuso; musica: Carlo Virzì; produzione: Marco Belardi; durata: 118’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice), Micaela Ramazzotti (Donatella), Valentina Carnelutti (Fiamma), Anna Galiena (Luciana), Marco Messeri (Floriano), Tommaso Ragno (Giorgio), Bob Messini (Pierluigi), Roberto Rondelli (Renato), Sergio Albelli (Torregiani).

 

Può un film sprigionare una carica di entusiasmo e trasmetterla a un folto pubblico malgrado una sceneggiatura non solo episodica e divagante ma anche, ahimè, zeppa d’incongruenze? Sì, lo strano fenomeno è possibile. E’ il caso di La pazza gioia. Arioso e frizzante, oltre che pervaso d’amore, il film riscuote un lusinghiero successo nelle sale (ed è stato lungamente applaudito al festival di Cannes), ma è evidente che i suoi punti di forza non risiedono nella sceneggiatura.

Dopo una prova registica di raffinato virtuosismo, forse in assoluto la sua migliore (ci si riferisce al formidabile Il capitale umano che ha oltretutto fruttato a Valeria Bruni Tedeschi il premio per la miglior attrice al Sundance Film Festival), Paolo Virzì torna sugli schermi italiani con un film di tutt’altra caratura, animato non tanto dalla voglia di costruire un solido impianto narrativo quanto dall’intenzione di offrire a due attrici (ancora la Bruni Tedeschi, stavolta affiancata da Micaela Ramazzotti) un paio di succosi ruoli all’altezza del loro talento. E non c’è dubbio che le due interpreti sfruttino l’occasione con risultati elettrizzanti, rivelando automaticamente di essere il motore dell’intera operazione oltre che il nucleo originario alla base della concezione di La pazza gioia. La prima impersona Beatrice, una bipolare che non sta zitta un secondo e ha frequentato l’orrenda fauna altolocata che negli ultimi trent’anni ha fatto dell’Italia la landa allo sbando che oggi ci troviamo sotto gli occhi, mentre la seconda è Donatella, una sventurata senz’arte né parte che nasconde un tremendo segreto.

Ricoverate entrambe in una casa di cura, Villa Biondi, Beatrice e Donatella sono agli antipodi in ogni senso: per censo, per temperamento, per obiettivi. Formano l’eterna strana coppia che innerva l’intera storia del cinema, da Stanlio & Ollio fino al binomio Jack Lemmon/Walter Matthau dei film di Billy Wilder, senza trascurare Vittorio Gassman che guida l’imberbe Jean-Louis Trintignant verso un triste fato in Il sorpasso di Dino Risi, e concludendo con le scarmigliate Susan Sarandon e Geena Davis di Thelma e Louise. Il gioco è antico: basta abbinare l’Estroverso Logorroico Pasticcione all’Introverso Riservato Brontolone ed ecco che lo spettacolo nasce dalle loro frizioni fino all’inevitabile intesa finale. Beatrice e Donatella scappano da Villa Biondi per perdersi nel mondo di fuori. E qui La pazza gioia affida esclusivamente al loro talento (e a una solida regia) la sua ragion d’essere perché la sceneggiatura si rivela maldestra e distratta: le due donne rubano un’automobile il cui proprietario (un impresentabile cialtrone) ha lasciato le chiavi in bella vista perché gli autori dello script hanno deciso che la fuga delle due protagoniste non debba conoscere intoppi. Gli episodi successivi si susseguono alla rinfusa e potrebbero anche seguire un diverso ordine temporale senza per questo modificare il risultato finale. Tutte le figure maschili (mariti, amici e amanti) risentono di un’impostazione macchiettistica e il film scade per un attimo nella volgarità quando Renato, il triviale amante di Beatrice, le fa pipì sulla testa. Il racconto attinge poi l’inverosimile quando, a dispetto delle severissime leggi sull’adozione che garantiscono il più assoluto riserbo a chi alleva un figlio altrui, le due sciagurate rintracciano con sbalorditiva facilità il figlio di Donatella che è stato adottato da due poveri cristi, volenterosi e gentili. Non giova al film nemmeno il giochino autoreferenziale fondato sulla fugace visione di una regista cinematografica incarnata da Francesca Archibugi, sceneggiatrice di La pazza gioia, e su una frecciatina al vetriolo nei confronti del cinema italiano che ci distrae inesorabilmente dalle pene di Beatrice e Donatella, esattamente come la citazione iconografica di Thelma e Louise, il mitico film di Ridley Scott, che declassa inevitabilmente La pazza gioia a semplice ricalco di un film che ha fatto epoca.

Opera di passaggio nell’ormai corposa filmografia di Paolo Virzì, La pazza gioia si situa fra Il capitale umano e i più impegnativi lavori a venire, e ispira una profonda riconoscenza per un gioco recitativo di alta classe: Valeria Bruni Tedeschi riesce ad accordare sul registro comico il consueto disegno di donna labile ma non stupida mentre Micaela Ramazzotti torna a livelli altissimi, dopo le prove poco convincenti degli ultimi anni, nel rendere la profondissima angoscia di Donatella. La prima ispira un’irresistibile simpatia e muove spesso al riso, la seconda commuove e riporta alla memoria le grande eroine tragiche del nostro cinema, impersonate da Anna Magnani o da Sophia Loren, spesso caratterizzate dalla vocazione al disastro già espressa dalla Silvana Mangano di Riso amaro.

Sorrette dal lavoro collettivo di una troupe di eccellenti professionisti (ed è doveroso citare in particolare l’apporto della bravissima costumista Catia Dottori, ma anche le interpretazioni di Anna Galiena e Valentina Carnelutti che spiccano nel cast dei comprimari), sono loro due, per la prima volta insieme sullo schermo, ad assicurare l’indiscutibile godibilità di un film che, con un maggior impegno nella stesura della sceneggiatura, poteva diventare nella storia del nostro cinema l’indimenticabile pietra miliare che, e lo diciamo con rammarico, difficilmente diventerà.

Francesco Costa

 

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Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

nobile causaUNA NOBILE CAUSA

Regia: Emilio Briguglio; sceneggiatura: Riccardo Fabrizi, Emilio Briguglio, FC; direttore della fotografia: Lorenzo Pezzano; scenografia: Paolo Bandiera; costumi: Daniela Leuci; montaggio: Luca Bozzato; musica: Fabrizio Castania e Tommy Fanton; produzione: Rebecca Basso e Tarcisio Basso; durata: 92’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Giorgio Careccia (Alvise), Rossella Infanti (Tania), Antonio Catania (Fabio), Roberto Citran (Giulio), Francesca Reggiani (Gloria), Giulia Greco (Stella), Guglielmo Pinelli (Bernardo), Simona Marchini (Iolanda), Massimo Bonetti (Franco), Nadia Rinaldi (Ottavia), Carla Stella (Maria Luisa), Eleonora Fuser (Gemma), Massimo Foschi (Fred).

Superata soltanto dagli Stati Uniti e dal Giappone, l’Italia conta almeno 800.000 persone che si affidano al gioco d’azzardo, facendone una vera e propria malattia, per risolvere le proprie difficoltà finanziarie. Un’emergenza sociale su cui perfino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi di recente. Straordinariamente felice nel momento in cui tenta la sorte al gioco, e sempre convinto di potersi rifare dei suoi rovesci, il giocatore non esita a trascinare la sua famiglia e i suoi amici in un vortice inarrestabile di debiti e di difficoltà di vario tipo. Intere famiglie vivono in un clima di angoscia e finiscono sul lastrico perché devono vendersi la casa. Questa la situazione particolarmente critica, per non dire tragica, che fa da sfondo alla vicenda narrata nel film Una nobile causa.

Questa recensione ha una particolarità che la rende diversa da quelle che l’hanno preceduta in questa rubrica, e chi avrà la pazienza di leggerla fino in fondo ne capirà il motivo. Di solito, nella valutazione di un film, si analizzano le intenzioni degli autori e i risultati complessivi del prodotto finale. Stavolta, però, parlerò soltanto delle intenzioni. Dei risultati, per motivi che poi scoprirete, non sarebbe corretto parlare: ma di che cosa tratta Una nobile causa?

Una signora della buona borghesia, Gloria Brandi, vince al gioco un milione di euro. I suoi familiari (il marito Giulio, i figli Bernardo e Stella) temono che, parossisticamente dipendente dal gioco, si possa sparare in pochi giorni la colossale vincita. Comprensibilmente preoccupati, la invitano quindi a rivolgersi a uno specialista, il dottor Aloisi, che possa azzeccare la terapia in grado di guarirla dal suo vizio. Il luminare in questione riceve nel suo studio la famiglia Brandi: è paraplegico, pacato nei toni, lievemente mefistofelico. Nel tentativo di farle misurare i rischi cui va incontro, racconta con aria pensosa alla smarrita Gloria la storia del marchesino Alvise, scoperchiando così la prima di una serie di scatole cinesi secondo uno schema che prevede una storia dentro una storia e così via…

Evocate dal mellifluo dottor Aloisi, si animano dunque sullo schermo (e agli occhi di Gloria) le peripezie del marchesino Alvise, giovane nobiluomo dominato dal vizio del gioco, che vive di piccole truffe e di miserabili espedienti per procurarsi il denaro da giocare. Avendo derubato un pescivendolo, è costretto da sua madre, la marchesa Iolanda, a saldare il debito in un modo che potrebbe essere inteso come una sorta di gogna: dovrà lavorare al mercato del pesce alle dipendenze di Tania, avvenente figliola del derubato, della quale s’innamorerà. Non basterà, però, l’amore per la bella pescivendola a fare di lui un uomo migliore…

A questo punto fermiamoci un attimo: che cosa è vero e che non lo è nelle due storie che si snodano sullo schermo e s’intersecano l’una dentro l’altra? Dietro le apparenze si annida un segreto che lo spettatore è invitato a svelare. In un film sul gioco prende così vita un altro gioco, quello di camuffare la verità come nel gioco delle tre carte: qualcuno mente, ordisce un intrigo, tira le fila della faccenda come un abile burattinaio che può incantare i suoi interlocutori e farli trottare a comando sul filo delle sue suggestioni. In una vicenda in cui tutti mentono (anche e soprattutto a se stessi), non sarà facile smascherare questo burattinaio. Qual è però il motivo che lo spinge a raggirare il prossimo?

Epigono in qualche misura (parliamo sempre delle intenzioni) del grande cinema classico del disturbo e della finzione, rappresentato con particolare efficacia dagli inarrivabili Billy Wilder e Joseph L. Mankiewicz che raccontavano con aria sorniona storie di vampirismi e d’inganni, Una nobile causa è una piccola, eroica produzione indipendente che abborda lo spinoso tema della ludopatia con il taglio della commedia elegante e crudele, ritagliandosi in ogni caso un suo spazio nello scenario di un cinema italiano che sta attraversando una fase di passaggio e, buttando a mare vecchi miti e obsoleti modi di raccontare, s’ingegna a proporre al pubblico nuove formule narrative.

Il regista Emilio Briguglio orchestra come per un ballo in maschera (e di maschere nel film se ne vedono calare molte) le prestazioni di un folto cast di attori (tutti collaudati professionisti). Con l’apporto decisivo dello sceneggiatore Riccardo Fabrizi (forte di gioventù e talento) costruisce una storia che è, sostanzialmente, un inno all’arte di raccontare storie (esaltata all’alba dei tempi nella celebre favola di Shéhérazade nelle Mille e una notte) perché è soltanto accendendo l’immaginazione degli altri con un racconto che potremo farli innamorare di noi o, a scelta, prenderli per il naso.

A giudicare le qualità del film chiamo gli spettatori, invitandoli a godersi lo spettacolo. Io non posso farlo perché ho a mia volta fatto un po’ il burattinaio con i miei lettori: la sigla FC che figura, più in alto nella scheda, fra gli sceneggiatori di Una nobile causa corrisponde infatti alle iniziali del mio nome: Francesco Costa. E ora non mi rimane che augurarvi buon divertimento!

Francesco Costa

 

2-waris-dirieFiore del deserto è Waris Dirie, la modella di scultorea, sublime bellezza degli anni ’90, scoperta da un fotografo di moda. Ma Waris Dirie, che proveniva da un villaggio del deserto della Somalia, non ha semplicemente trovato nella sua carriera il riscatto da un’infanzia e un’adolescenza strazianti. Ha voluto usare la sua fama per farsi portavoce di una battaglia contro l’infibulazione femminile che lei stessa subì da piccolissima e che “le cambiò la vita”. Quindici anni fa è stata pubblicata la sua biografia, scritta con Cathleen Miller (Garzanti 1999, originale 1998), oggi quella biografia è diventata un film molto bello e appassionante di Sherry Hormann, regista anglo tedesca che ci offre un film sociale sulla condizione della donna migrante, in bilico (o in fuga) tra le tradizioni tribali e i diritti riconosciuti alle donne nelle democrazie occidentali.

Come succede sempre nelle trasformazioni cinematografiche, il film coglie alcune parti della biografia e decide per esempio di non raccontare la parte “romantica” conclusa con il matrimonio e i figli, ma la parte più sociale della protagonista, interpretata dalla modella somala Liya Kebede, bellissima e molto somigliante a Dirie. Il film si apre con lei ragazza a Londra, disorientata e senza aiuto: benché sia in città da sei anni non parla inglese e non sa dove andare. Le viene in aiuto la commessa di un grande magazzino, strampalata ma si capisce dal cuore d’oro (la bravissima, simpatica Sally Hawkins) che la ospita e le dà l’indirizzo di un locale dove andare a lavorare, il bar dove un fotografo celebre e alla moda la nota, le lascia il biglietto da visita e alla fine la introdurrà nel dorato mondo delle passerelle e delle riviste patinate.

Per ripercorrere la sua tragedia di bambina infibulata e la sua fuga dal villaggio dove era stata promessa in sposa, adolescente, a un vecchio nomade, la regista usa la tecnica del flashback nei momenti cruciali dell’esistenza a Londra, in modo piuttosto semplice e quasi didascalico. D’altronde il film deve essere molto comprensibile e di certo cercare di toccare le corde di un pubblico vasto, ignaro che tuttora la pratica dell’infibulazione alle bambine sia praticata in molti paesi, e soprattutto poco consapevole che la condizione della donna sia ancora un tema che attraversa tutti gli altri, perché anche tra migranti c’è una bella differenza a essere uomo oppure una donna che si porta dietro la soggezione e l’oppressione anche quando arriva in un paese dove vige la pari opportunità.

Ma è molto chiaro anche ciò che la regista vuole far arrivare e cioè la capacità delle donne di solidarizzare, di farsi forza, di comprendersi e aiutarsi, oltre le barriere culturali e sociali, oltre la rivalità imposta dai modelli che dividono in belle e non belle, incontrandosi in quell’intimo spazio femminile in cui si è semplicemente donne, con un fisico uguale alla nascita e oggetto di sevizia e accanimento da parte di società patriarcali, che amano chiamare “tradizione” e “identità” l’insieme di pratiche che mantengono inalterato il potere sul corpo e la mente femminile.

SetteLeggo la rivista del Corriere della Sera, “Sette” e mi cadono le braccia: nel giro di poche pagine, prima un editore e poi uno scrittore vibrano mazzate sugli autori italiani contemporanei. Uno dice che oggi gli scrittori non sono più colti raffinati e intellettuali come una volta, ma parlano di scrittura come di un mestiere. L’altro, Giorgio Montefoschi, se la prende con il pubblico ignorante che premia libri commerciali, e anche con diversi colleghi, come Elena Ferrante che produce “libri da portineria”. Ne ha per tutti.

E bravi. La letteratura siete dunque voi?

Prima di tutto vorrei ricordare all’editore Russo di Neri Pozza quando gli editori si lamentavano che gli scrittori italiani erano tutti intellettuali, artisti, snob e lontani dalla gente, mentre gli americani, loro sì che erano professionisti, e parlavano di scrittura come di un mestiere! Così, bisogna proprio dire che non va mai bene.

Quanto a Montefoschi, è abbastanza discutibile prendersela con chi ha successo e soprattutto è una donna, usando proprio quel tipo di critica che gli intellettuali e i critici hanno sempre usato contro le donne e cioè che scrivevano libri per portinaie o sciampiste o ragazzine. Lo sapete? Lo dicevano anche della Austen, perché la letteratura difficilmente si codifica nella contemporaneità, ma si giudica nel processo storico e nei cambiamenti. Sono rimasti indelebili romanzi d’avventure come I tre moschettieri, e Pinocchio che era stato scritto a puntate. Vogliamo ricordare il solito esempio di Simenon, un tempo disprezzato in quanto scrittore di genere, ora assurto agli onori letterari? In fondo, non si può dire che Moravia scrivesse capolavori, eppure aveva la massima considerazione quando il mercato lo decidevano quattro professori e critici, invece che una fetta assai più variegata di pubblico.

Montefoschi dice quel che diceva il mio professore di italiano quarant’anni fa: quello non è uno scrittore, è un redattore, “qualità letteraria zero”. Sapete di chi parlava? Di Italo Calvino.

masterprof_insegnanti_3-800x400Vedo che è la settimana degli insegnanti e che è partita una simpatica campagna per ringraziare i maestri e i prof della vita. Io però preferisco ringraziare i prof e i maestri di oggi che, grazie ai grandi cambiamenti sociali, sanno esprimere un mestiere molto bello e difficile con comprensione e creatività.

Perché io, ai miei maestri antichi dello scorso secolo, non devo la passione per la lettura e la scrittura, che avevo dentro e hanno rischiato di essere distrutte dalla rigidità, l’incomprensione, la freddezza, il disprezzo che quasi tutti i miei insegnanti dimostravano non soltanto a me, ma a tutti i miei sventurati compagni. Stenderei un velo pietoso su una maestra matta e molestatrice, che per fortuna ho sfuggito con un trasferimento, incappando nella maestra anziana che ci faceva stare con “le mani in seconda” e ci faceva cantare l’inno d’Italia. Alle medie sono sopravvissuta a professori dimenticati e del liceo invece mi sono rimasti incisi i graffi di tremendi insegnanti che amavano esibire la propria erudizione anziché sforzarsi nella trasmissione di saperi e ci davano rigorosamente del lei per mantenere le distanze. Le foto del liceo ritraggono i miei compagni con smorfie di terrore. Siamo brutti, grigi e tristi accanto a un mastino in completo tipo Chanel, cioè la prof di greco. Vogliamo poi parlare del prof d’italiano irriducibile dantista, che nell’Inferno di Dante aveva schiaffato tutto il resto della letteratura, compreso “l’insulso” Petrarca?

Vedete che è meglio festeggiare i prof di oggi, che stanno accanto ai ragazzi, li ascoltano e li sostengono, e a volte si preoccupano, come la dolce Chiara che va a prenderseli a casa se i genitori non li mandano a scuola, come Fabrizio che porta i suoi allievi ai festival persino in camper, come Matteo che guida un blog letterario, Giuditta che organizza festival, Maurizio che vuole bene a tutti i suoi ragazzi, ma proprio tutti, come quei bravissimi prof che incontro quasi ogni giorno, nelle scuole italiane, con le facce stanche ma gli occhi illuminati, prof che magari avessi avuto, quando ero piccola! Avrei sofferto meno e avrei amato la scuola grazie a loro, e non malgrado i pazzi che la facevano.

studentesseOggi è il Primo maggio, festa del lavoro e così mi viene da pensare ai figli miei e di amici che, per lavorare e a volta anche studiare, hanno scelto di andarsene. Vivono per lo più nel Nord Europa o negli USA, ma qualcuno anche nel Sud Europa e cioè in Spagna, che comunque offre qualche opportunità e vantaggio in più a ragazzi e ragazze italiane che dimostrano capacità e volontà, bravura, conoscenza delle lingue (spesso più di 2 straniere), dinamismo.

Quali settori? Su quindici ragazzi e ragazze che ho in mente, ecco qua:

cinema, danza, narrativa, fisica, economia, aeronautica, biologia, psicologia, musica, antropologia, astronomia, insegnamento delle lingue.

Soltanto due sono partiti per Londra per lavorare e imparare l’inglese, un’esperienza che facevamo anche noi quarant’anni fa, e difatti sono impiegati come camerieri o baby sitter, gli altri fanno mestieri artistici o scientifici o tecnici o didattici, non necessariamente strapagati, ma senz’altro remunerati per il loro valore e soprattutto assunti per meriti, assunti regolarmente e con grande facilità. In più, in tutti i paesi dove vivono non hanno avuto difficoltà a trovare un appartamento in affitto e se per caso hanno deciso di avere bambini, possono usufruire di servizi di base e cioè asili o scuole a tempo pieno.

Una parte dei giovani a cui penso sono ragazze e se fossero rimaste in Italia o se decidessero di tornare, dovrebbero pagare caro il prezzo di essere giovani madri; asili nido cari e con numeri chiusi, in più, i bambini italiani dai 6 anni in poi escono da scuola all’ora di pranzo e devono essere seguiti anche negli studi. E il part-time per le lavoratrici non esiste più.

Nella città dove vivo, Firenze, si apre con grande facilità una gelateria accanto all’altra, un bar dopo l’altro. Qualcuno bisognerà che si renda conto che non tutti gli italiani possono essere gelatai.