fiore del deserto

2-waris-dirieFiore del deserto è Waris Dirie, la modella di scultorea, sublime bellezza degli anni ’90, scoperta da un fotografo di moda. Ma Waris Dirie, che proveniva da un villaggio del deserto della Somalia, non ha semplicemente trovato nella sua carriera il riscatto da un’infanzia e un’adolescenza strazianti. Ha voluto usare la sua fama per farsi portavoce di una battaglia contro l’infibulazione femminile che lei stessa subì da piccolissima e che “le cambiò la vita”. Quindici anni fa è stata pubblicata la sua biografia, scritta con Cathleen Miller (Garzanti 1999, originale 1998), oggi quella biografia è diventata un film molto bello e appassionante di Sherry Hormann, regista anglo tedesca che ci offre un film sociale sulla condizione della donna migrante, in bilico (o in fuga) tra le tradizioni tribali e i diritti riconosciuti alle donne nelle democrazie occidentali.

Come succede sempre nelle trasformazioni cinematografiche, il film coglie alcune parti della biografia e decide per esempio di non raccontare la parte “romantica” conclusa con il matrimonio e i figli, ma la parte più sociale della protagonista, interpretata dalla modella somala Liya Kebede, bellissima e molto somigliante a Dirie. Il film si apre con lei ragazza a Londra, disorientata e senza aiuto: benché sia in città da sei anni non parla inglese e non sa dove andare. Le viene in aiuto la commessa di un grande magazzino, strampalata ma si capisce dal cuore d’oro (la bravissima, simpatica Sally Hawkins) che la ospita e le dà l’indirizzo di un locale dove andare a lavorare, il bar dove un fotografo celebre e alla moda la nota, le lascia il biglietto da visita e alla fine la introdurrà nel dorato mondo delle passerelle e delle riviste patinate.

Per ripercorrere la sua tragedia di bambina infibulata e la sua fuga dal villaggio dove era stata promessa in sposa, adolescente, a un vecchio nomade, la regista usa la tecnica del flashback nei momenti cruciali dell’esistenza a Londra, in modo piuttosto semplice e quasi didascalico. D’altronde il film deve essere molto comprensibile e di certo cercare di toccare le corde di un pubblico vasto, ignaro che tuttora la pratica dell’infibulazione alle bambine sia praticata in molti paesi, e soprattutto poco consapevole che la condizione della donna sia ancora un tema che attraversa tutti gli altri, perché anche tra migranti c’è una bella differenza a essere uomo oppure una donna che si porta dietro la soggezione e l’oppressione anche quando arriva in un paese dove vige la pari opportunità.

Ma è molto chiaro anche ciò che la regista vuole far arrivare e cioè la capacità delle donne di solidarizzare, di farsi forza, di comprendersi e aiutarsi, oltre le barriere culturali e sociali, oltre la rivalità imposta dai modelli che dividono in belle e non belle, incontrandosi in quell’intimo spazio femminile in cui si è semplicemente donne, con un fisico uguale alla nascita e oggetto di sevizia e accanimento da parte di società patriarcali, che amano chiamare “tradizione” e “identità” l’insieme di pratiche che mantengono inalterato il potere sul corpo e la mente femminile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: