nobile causa

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

nobile causaUNA NOBILE CAUSA

Regia: Emilio Briguglio; sceneggiatura: Riccardo Fabrizi, Emilio Briguglio, FC; direttore della fotografia: Lorenzo Pezzano; scenografia: Paolo Bandiera; costumi: Daniela Leuci; montaggio: Luca Bozzato; musica: Fabrizio Castania e Tommy Fanton; produzione: Rebecca Basso e Tarcisio Basso; durata: 92’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Giorgio Careccia (Alvise), Rossella Infanti (Tania), Antonio Catania (Fabio), Roberto Citran (Giulio), Francesca Reggiani (Gloria), Giulia Greco (Stella), Guglielmo Pinelli (Bernardo), Simona Marchini (Iolanda), Massimo Bonetti (Franco), Nadia Rinaldi (Ottavia), Carla Stella (Maria Luisa), Eleonora Fuser (Gemma), Massimo Foschi (Fred).

Superata soltanto dagli Stati Uniti e dal Giappone, l’Italia conta almeno 800.000 persone che si affidano al gioco d’azzardo, facendone una vera e propria malattia, per risolvere le proprie difficoltà finanziarie. Un’emergenza sociale su cui perfino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi di recente. Straordinariamente felice nel momento in cui tenta la sorte al gioco, e sempre convinto di potersi rifare dei suoi rovesci, il giocatore non esita a trascinare la sua famiglia e i suoi amici in un vortice inarrestabile di debiti e di difficoltà di vario tipo. Intere famiglie vivono in un clima di angoscia e finiscono sul lastrico perché devono vendersi la casa. Questa la situazione particolarmente critica, per non dire tragica, che fa da sfondo alla vicenda narrata nel film Una nobile causa.

Questa recensione ha una particolarità che la rende diversa da quelle che l’hanno preceduta in questa rubrica, e chi avrà la pazienza di leggerla fino in fondo ne capirà il motivo. Di solito, nella valutazione di un film, si analizzano le intenzioni degli autori e i risultati complessivi del prodotto finale. Stavolta, però, parlerò soltanto delle intenzioni. Dei risultati, per motivi che poi scoprirete, non sarebbe corretto parlare: ma di che cosa tratta Una nobile causa?

Una signora della buona borghesia, Gloria Brandi, vince al gioco un milione di euro. I suoi familiari (il marito Giulio, i figli Bernardo e Stella) temono che, parossisticamente dipendente dal gioco, si possa sparare in pochi giorni la colossale vincita. Comprensibilmente preoccupati, la invitano quindi a rivolgersi a uno specialista, il dottor Aloisi, che possa azzeccare la terapia in grado di guarirla dal suo vizio. Il luminare in questione riceve nel suo studio la famiglia Brandi: è paraplegico, pacato nei toni, lievemente mefistofelico. Nel tentativo di farle misurare i rischi cui va incontro, racconta con aria pensosa alla smarrita Gloria la storia del marchesino Alvise, scoperchiando così la prima di una serie di scatole cinesi secondo uno schema che prevede una storia dentro una storia e così via…

Evocate dal mellifluo dottor Aloisi, si animano dunque sullo schermo (e agli occhi di Gloria) le peripezie del marchesino Alvise, giovane nobiluomo dominato dal vizio del gioco, che vive di piccole truffe e di miserabili espedienti per procurarsi il denaro da giocare. Avendo derubato un pescivendolo, è costretto da sua madre, la marchesa Iolanda, a saldare il debito in un modo che potrebbe essere inteso come una sorta di gogna: dovrà lavorare al mercato del pesce alle dipendenze di Tania, avvenente figliola del derubato, della quale s’innamorerà. Non basterà, però, l’amore per la bella pescivendola a fare di lui un uomo migliore…

A questo punto fermiamoci un attimo: che cosa è vero e che non lo è nelle due storie che si snodano sullo schermo e s’intersecano l’una dentro l’altra? Dietro le apparenze si annida un segreto che lo spettatore è invitato a svelare. In un film sul gioco prende così vita un altro gioco, quello di camuffare la verità come nel gioco delle tre carte: qualcuno mente, ordisce un intrigo, tira le fila della faccenda come un abile burattinaio che può incantare i suoi interlocutori e farli trottare a comando sul filo delle sue suggestioni. In una vicenda in cui tutti mentono (anche e soprattutto a se stessi), non sarà facile smascherare questo burattinaio. Qual è però il motivo che lo spinge a raggirare il prossimo?

Epigono in qualche misura (parliamo sempre delle intenzioni) del grande cinema classico del disturbo e della finzione, rappresentato con particolare efficacia dagli inarrivabili Billy Wilder e Joseph L. Mankiewicz che raccontavano con aria sorniona storie di vampirismi e d’inganni, Una nobile causa è una piccola, eroica produzione indipendente che abborda lo spinoso tema della ludopatia con il taglio della commedia elegante e crudele, ritagliandosi in ogni caso un suo spazio nello scenario di un cinema italiano che sta attraversando una fase di passaggio e, buttando a mare vecchi miti e obsoleti modi di raccontare, s’ingegna a proporre al pubblico nuove formule narrative.

Il regista Emilio Briguglio orchestra come per un ballo in maschera (e di maschere nel film se ne vedono calare molte) le prestazioni di un folto cast di attori (tutti collaudati professionisti). Con l’apporto decisivo dello sceneggiatore Riccardo Fabrizi (forte di gioventù e talento) costruisce una storia che è, sostanzialmente, un inno all’arte di raccontare storie (esaltata all’alba dei tempi nella celebre favola di Shéhérazade nelle Mille e una notte) perché è soltanto accendendo l’immaginazione degli altri con un racconto che potremo farli innamorare di noi o, a scelta, prenderli per il naso.

A giudicare le qualità del film chiamo gli spettatori, invitandoli a godersi lo spettacolo. Io non posso farlo perché ho a mia volta fatto un po’ il burattinaio con i miei lettori: la sigla FC che figura, più in alto nella scheda, fra gli sceneggiatori di Una nobile causa corrisponde infatti alle iniziali del mio nome: Francesco Costa. E ora non mi rimane che augurarvi buon divertimento!

Francesco Costa

 

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