Pazza gioia

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

locandinaLA PAZZA GIOIA

Regia: Paolo Virzì; sceneggiatura: Francesca Archibugi e Paolo Virzì; direttore della fotografia: Vladan Radovic; scenografia: Tonino Zera; costumi: Catia Dottori; montaggio: Cecilia Zanuso; musica: Carlo Virzì; produzione: Marco Belardi; durata: 118’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice), Micaela Ramazzotti (Donatella), Valentina Carnelutti (Fiamma), Anna Galiena (Luciana), Marco Messeri (Floriano), Tommaso Ragno (Giorgio), Bob Messini (Pierluigi), Roberto Rondelli (Renato), Sergio Albelli (Torregiani).

 

Può un film sprigionare una carica di entusiasmo e trasmetterla a un folto pubblico malgrado una sceneggiatura non solo episodica e divagante ma anche, ahimè, zeppa d’incongruenze? Sì, lo strano fenomeno è possibile. E’ il caso di La pazza gioia. Arioso e frizzante, oltre che pervaso d’amore, il film riscuote un lusinghiero successo nelle sale (ed è stato lungamente applaudito al festival di Cannes), ma è evidente che i suoi punti di forza non risiedono nella sceneggiatura.

Dopo una prova registica di raffinato virtuosismo, forse in assoluto la sua migliore (ci si riferisce al formidabile Il capitale umano che ha oltretutto fruttato a Valeria Bruni Tedeschi il premio per la miglior attrice al Sundance Film Festival), Paolo Virzì torna sugli schermi italiani con un film di tutt’altra caratura, animato non tanto dalla voglia di costruire un solido impianto narrativo quanto dall’intenzione di offrire a due attrici (ancora la Bruni Tedeschi, stavolta affiancata da Micaela Ramazzotti) un paio di succosi ruoli all’altezza del loro talento. E non c’è dubbio che le due interpreti sfruttino l’occasione con risultati elettrizzanti, rivelando automaticamente di essere il motore dell’intera operazione oltre che il nucleo originario alla base della concezione di La pazza gioia. La prima impersona Beatrice, una bipolare che non sta zitta un secondo e ha frequentato l’orrenda fauna altolocata che negli ultimi trent’anni ha fatto dell’Italia la landa allo sbando che oggi ci troviamo sotto gli occhi, mentre la seconda è Donatella, una sventurata senz’arte né parte che nasconde un tremendo segreto.

Ricoverate entrambe in una casa di cura, Villa Biondi, Beatrice e Donatella sono agli antipodi in ogni senso: per censo, per temperamento, per obiettivi. Formano l’eterna strana coppia che innerva l’intera storia del cinema, da Stanlio & Ollio fino al binomio Jack Lemmon/Walter Matthau dei film di Billy Wilder, senza trascurare Vittorio Gassman che guida l’imberbe Jean-Louis Trintignant verso un triste fato in Il sorpasso di Dino Risi, e concludendo con le scarmigliate Susan Sarandon e Geena Davis di Thelma e Louise. Il gioco è antico: basta abbinare l’Estroverso Logorroico Pasticcione all’Introverso Riservato Brontolone ed ecco che lo spettacolo nasce dalle loro frizioni fino all’inevitabile intesa finale. Beatrice e Donatella scappano da Villa Biondi per perdersi nel mondo di fuori. E qui La pazza gioia affida esclusivamente al loro talento (e a una solida regia) la sua ragion d’essere perché la sceneggiatura si rivela maldestra e distratta: le due donne rubano un’automobile il cui proprietario (un impresentabile cialtrone) ha lasciato le chiavi in bella vista perché gli autori dello script hanno deciso che la fuga delle due protagoniste non debba conoscere intoppi. Gli episodi successivi si susseguono alla rinfusa e potrebbero anche seguire un diverso ordine temporale senza per questo modificare il risultato finale. Tutte le figure maschili (mariti, amici e amanti) risentono di un’impostazione macchiettistica e il film scade per un attimo nella volgarità quando Renato, il triviale amante di Beatrice, le fa pipì sulla testa. Il racconto attinge poi l’inverosimile quando, a dispetto delle severissime leggi sull’adozione che garantiscono il più assoluto riserbo a chi alleva un figlio altrui, le due sciagurate rintracciano con sbalorditiva facilità il figlio di Donatella che è stato adottato da due poveri cristi, volenterosi e gentili. Non giova al film nemmeno il giochino autoreferenziale fondato sulla fugace visione di una regista cinematografica incarnata da Francesca Archibugi, sceneggiatrice di La pazza gioia, e su una frecciatina al vetriolo nei confronti del cinema italiano che ci distrae inesorabilmente dalle pene di Beatrice e Donatella, esattamente come la citazione iconografica di Thelma e Louise, il mitico film di Ridley Scott, che declassa inevitabilmente La pazza gioia a semplice ricalco di un film che ha fatto epoca.

Opera di passaggio nell’ormai corposa filmografia di Paolo Virzì, La pazza gioia si situa fra Il capitale umano e i più impegnativi lavori a venire, e ispira una profonda riconoscenza per un gioco recitativo di alta classe: Valeria Bruni Tedeschi riesce ad accordare sul registro comico il consueto disegno di donna labile ma non stupida mentre Micaela Ramazzotti torna a livelli altissimi, dopo le prove poco convincenti degli ultimi anni, nel rendere la profondissima angoscia di Donatella. La prima ispira un’irresistibile simpatia e muove spesso al riso, la seconda commuove e riporta alla memoria le grande eroine tragiche del nostro cinema, impersonate da Anna Magnani o da Sophia Loren, spesso caratterizzate dalla vocazione al disastro già espressa dalla Silvana Mangano di Riso amaro.

Sorrette dal lavoro collettivo di una troupe di eccellenti professionisti (ed è doveroso citare in particolare l’apporto della bravissima costumista Catia Dottori, ma anche le interpretazioni di Anna Galiena e Valentina Carnelutti che spiccano nel cast dei comprimari), sono loro due, per la prima volta insieme sullo schermo, ad assicurare l’indiscutibile godibilità di un film che, con un maggior impegno nella stesura della sceneggiatura, poteva diventare nella storia del nostro cinema l’indimenticabile pietra miliare che, e lo diciamo con rammarico, difficilmente diventerà.

Francesco Costa

 

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