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Archivio mensile:giugno 2016

Julieta“Julieta” , “La pazza gioia” sono film sulle donne scritti e diretti da uomini, e rivolti a tutti, perché il mondo femminile non appartiene a un solo genere, ma a tutti i generi (che non sono più due, maschio-femmina) che dialogano e si confrontano, si completano, s’intersecano. Questo mi pare che sia Almodovar che Virzì sappiano comunicare con potente lucidità, ponendo, al centro delle loro diverse indagini e storie, donne di forte e commuovente personalità: una madre ferita, desolata e quasi rassegnata, per Almodovar, che riflette su un tema a lui caro, il rapporto madre-figlio/a; due amiche legate dalla sofferenza psichica, ferite ma indomite, nel film di Virzì.

Sono bellissime queste figure di donna portate sugli schermi, oggi. E sono meravigliose le attrici che offrono la loro interpretazione toccante e viva, convincente, pregnante, a personaggi fuori dall’ordinario, profondi e incisivi, lontani dagli stereotipi femminili o dell’eroina fallica, dominatrice o della donna vittima straziata. Lontanissime dalla commedia romantica o al femminile dove le donne accedono facilmente alla ricchezza e al successo (matrimoniale), e vicine alla tragedia che Almodovar cita esplicitamente come fonte ispiratrice (la protagonista insegna letteratura greca, racconta i miti, e vive negli anni ’80 di libertà, spensieratezza, avventurosità, che rappresentano la personale mitologia del regista allora giovane e trasgressivo).

Ma oggi la tragedia femminile, che inscena sofferenze e ferite di massima lacerazione (in entrambi i film le madri sono separate violentemente dai figli), offre un finale di salvezza. Come nella tragedia euripidea, un patto chiude il protrarsi infinito del dolore e del male: un patto tra donne, l’amicizia di “una per l’altra”, un patto di rispetto e ascolto tra uomo e donna.

Quando si parla oggi di femminicidio, entriamo nelle tragedie domestiche, nelle guerre domestiche dove a soccombere sono i bambini e le madri, e con loro ogni legge umana, quella che la tragedia mitologica rivendica come strumento di pacificazione e di equilibrio. Si regredisce allo stadio pre-storico, pre-civico, dove la violenza ordina, la morte ripaga l’offesa, e la persona è svilita a oggetto (proprietà, proiezione, merce, uso). Considerare gli assassini di donne come fatti di cronaca, brutali quanto banali aggressioni, significa chiudere gli occhi di fronte a un ciclone, confondendolo per un forte vento che passerà lasciandoci indenni. Ma provenendo dall’antichissimo antro delle nostre pulsioni primitive, quel vento può devastare il nostro orizzonte, togliendo ogni punto fermo, ogni sicurezza, lasciandoci senza riparo e senza prospettiva. Gli antichi sapevano cosa era necessario per placare l’orrore: il teatro, ovvero la rappresentazione dei sentimenti, e l’educazione di giovani e adulti con le arti e la conoscenza.

2giugno2016Stamani una giovane donna guarda un paio di sue coetanee e dice, smarrita: “Mancano quelle della nostra età”. Trentenni, quarantenni.  Sono convinte che è fatta, che viviamo in una società paritaria, perché anche per i loro mariti o fidanzati è tanto difficile e respingente il mondo del lavoro ed è così aspro lo scenario sociale, così facile perdere terreno, diventare poveri, invisibili, sempre a barcamenarsi nel precariato e nell’indifferenza collettiva, che il tema femminile diventa irrisorio. Siamo pari nella disfatta, nei problemi, nell’ansia quotidiana di far quadrare i conti, nel rimandare la genitorialità, nel lottare per i diritti al lavoro.

Ma non siamo in realtà mai pari, perché in una società supercompetitiva e gelida, le donne sono prese più di mira, si tende a farle diventare capro espiatorio, a ricoprirle di offese se osano chiedere, se vogliono scegliere, se esercitano la loro libertà. Nelle professioni stesse, sono sempre lavoratrici di serie B: persino nel mio mondo, nella letteratura, chi ha molto successo come Elena Ferrante comincia a essere considerata “scrittrice da portinaie”, squalificata perché racconta una storia di donne. La squalifica è sempre una buona arma, in passato si è abbattuta persino su Elsa Morante, e continua a fendere scrittrici se si sollevano dalla marginalità in cui è meglio che restino relegate.

Trentenni, quarantenni. Sembra sia più facile studiare, viaggiare, scegliere, muoversi. Fare i figli anche senza avere compagni. Essere single. Essere aggressive. Essere sole. Forse anche essere povere, isolate, strane è più facile, rispetto a quando ero ragazza io, e già a scuola discutevamo, ci incontravamo, partecipavamo in sedi di movimenti, leggevamo libri e non post, i libri di Simone De Beauvoir, per esempio, che ci faceva capire come il processo di emancipazione sarebbe stato lungo e tortuoso e che avremmo pagato con la follia e la violenza la nostra fragile libertà.

Da ieri non leggo altro che indignazione sull’indifferenza delle persone che, passando vicino a un’auto in fiamme non si fermano e, ancor peggio, assistendo a una lite non intervengono, magari salvando la vita alla poveretta che è stata uccisa nell’ennesimo modo brutale.

Colpa della gente, naturalmente. Colpa della “società” diventata insensibile.

Ma quella gente è martellata ogni santo giorno da messaggi terroristici per cui ci sono intorno a noi mostri, assassini, criminali senza scrupoli, esseri pronti a tutti. Così se anche umanamente ti venisse voglia di intervenire, sei frenato dalla paura di fare una brutta fine, perché i due litiganti potrebbero essere come quei delinquenti dei film italiani, quelli che massacrano e danno fuoco al nemico, appunto.

Da ieri sento dire ai politici e a molte persone: bisogna chiamare il 113! Eh, certo, il 113!

Allora ecco qua una storia vera: un ragazzo sente urla provenire da un’auto, si affaccia al terrazzo, si accorge che nella macchina parcheggiata lì sotto qualcuno sta menando qualcun altro che dalle grida sembrerebbe un bambino. Così chiama il 113. Il quale risponde che arriverà il prima possibile una pattuglia. Passano i minuti, non arriva nessuno, il ragazzo richiama. Si sa, c’è traffico, c’è confusione… Alla fine il ragazzo non ne può più di aspettare e ascoltare le grida del bambino, così si fa coraggio e scende in strada, spalanca la portiera e trova un papà che picchia e insulta un bambino di una decina di anni. Il ragazzo rimprovera l’uomo, difende il bambino, e l’uomo non reagisce, anzi, si scusa moltissimo, così il ragazzo può ricordargli che esistono leggi che tutelano i minori. Dal momento che nessuna pattuglia si è ancora presentata, il ragazzo fa le veci del poliziotto.

Ma sapete perché l’uomo si è scusato? Perché era cinese.

La pattuglia non è mai arrivata, il ragazzo è rientrato a casa e ha chiamato il 113 per dire di lasciar perdere.