Pari nella disfatta

2giugno2016Stamani una giovane donna guarda un paio di sue coetanee e dice, smarrita: “Mancano quelle della nostra età”. Trentenni, quarantenni.  Sono convinte che è fatta, che viviamo in una società paritaria, perché anche per i loro mariti o fidanzati è tanto difficile e respingente il mondo del lavoro ed è così aspro lo scenario sociale, così facile perdere terreno, diventare poveri, invisibili, sempre a barcamenarsi nel precariato e nell’indifferenza collettiva, che il tema femminile diventa irrisorio. Siamo pari nella disfatta, nei problemi, nell’ansia quotidiana di far quadrare i conti, nel rimandare la genitorialità, nel lottare per i diritti al lavoro.

Ma non siamo in realtà mai pari, perché in una società supercompetitiva e gelida, le donne sono prese più di mira, si tende a farle diventare capro espiatorio, a ricoprirle di offese se osano chiedere, se vogliono scegliere, se esercitano la loro libertà. Nelle professioni stesse, sono sempre lavoratrici di serie B: persino nel mio mondo, nella letteratura, chi ha molto successo come Elena Ferrante comincia a essere considerata “scrittrice da portinaie”, squalificata perché racconta una storia di donne. La squalifica è sempre una buona arma, in passato si è abbattuta persino su Elsa Morante, e continua a fendere scrittrici se si sollevano dalla marginalità in cui è meglio che restino relegate.

Trentenni, quarantenni. Sembra sia più facile studiare, viaggiare, scegliere, muoversi. Fare i figli anche senza avere compagni. Essere single. Essere aggressive. Essere sole. Forse anche essere povere, isolate, strane è più facile, rispetto a quando ero ragazza io, e già a scuola discutevamo, ci incontravamo, partecipavamo in sedi di movimenti, leggevamo libri e non post, i libri di Simone De Beauvoir, per esempio, che ci faceva capire come il processo di emancipazione sarebbe stato lungo e tortuoso e che avremmo pagato con la follia e la violenza la nostra fragile libertà.

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