Tragedia, oggi

Julieta“Julieta” , “La pazza gioia” sono film sulle donne scritti e diretti da uomini, e rivolti a tutti, perché il mondo femminile non appartiene a un solo genere, ma a tutti i generi (che non sono più due, maschio-femmina) che dialogano e si confrontano, si completano, s’intersecano. Questo mi pare che sia Almodovar che Virzì sappiano comunicare con potente lucidità, ponendo, al centro delle loro diverse indagini e storie, donne di forte e commuovente personalità: una madre ferita, desolata e quasi rassegnata, per Almodovar, che riflette su un tema a lui caro, il rapporto madre-figlio/a; due amiche legate dalla sofferenza psichica, ferite ma indomite, nel film di Virzì.

Sono bellissime queste figure di donna portate sugli schermi, oggi. E sono meravigliose le attrici che offrono la loro interpretazione toccante e viva, convincente, pregnante, a personaggi fuori dall’ordinario, profondi e incisivi, lontani dagli stereotipi femminili o dell’eroina fallica, dominatrice o della donna vittima straziata. Lontanissime dalla commedia romantica o al femminile dove le donne accedono facilmente alla ricchezza e al successo (matrimoniale), e vicine alla tragedia che Almodovar cita esplicitamente come fonte ispiratrice (la protagonista insegna letteratura greca, racconta i miti, e vive negli anni ’80 di libertà, spensieratezza, avventurosità, che rappresentano la personale mitologia del regista allora giovane e trasgressivo).

Ma oggi la tragedia femminile, che inscena sofferenze e ferite di massima lacerazione (in entrambi i film le madri sono separate violentemente dai figli), offre un finale di salvezza. Come nella tragedia euripidea, un patto chiude il protrarsi infinito del dolore e del male: un patto tra donne, l’amicizia di “una per l’altra”, un patto di rispetto e ascolto tra uomo e donna.

Quando si parla oggi di femminicidio, entriamo nelle tragedie domestiche, nelle guerre domestiche dove a soccombere sono i bambini e le madri, e con loro ogni legge umana, quella che la tragedia mitologica rivendica come strumento di pacificazione e di equilibrio. Si regredisce allo stadio pre-storico, pre-civico, dove la violenza ordina, la morte ripaga l’offesa, e la persona è svilita a oggetto (proprietà, proiezione, merce, uso). Considerare gli assassini di donne come fatti di cronaca, brutali quanto banali aggressioni, significa chiudere gli occhi di fronte a un ciclone, confondendolo per un forte vento che passerà lasciandoci indenni. Ma provenendo dall’antichissimo antro delle nostre pulsioni primitive, quel vento può devastare il nostro orizzonte, togliendo ogni punto fermo, ogni sicurezza, lasciandoci senza riparo e senza prospettiva. Gli antichi sapevano cosa era necessario per placare l’orrore: il teatro, ovvero la rappresentazione dei sentimenti, e l’educazione di giovani e adulti con le arti e la conoscenza.

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