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Archivio mensile:settembre 2016

bajaniHo comprato il libro di Andrea Bajani perché credo sia un autore interessante e diverso dai pur ottimi narratori di storie. Non c’è quella che oggi tutti ti chiedono, la “trama forte”, non c’è la storia che incolla il lettore grazie all’uso di tecniche narrative d’effetto. C’è invece una scrittura terapeutica, in forma favolistica, che ragiona intorno all’umano dolore, personale e ineludibile, con cui si nasce e si cresce, addirittura si alleva come un cane, e si tiene a bada come un animale altrimenti violento e distruttivo. Il titolo, ambiguo è: Un bene al mondo (Einaudi), e questo “bene” è la parola, è la capacità di scrivere.

Alla fine, l’io narrante ci dice chiaro e tondo che questa non è una favola, anche se lo sembra: c’è un bambino, il bosco, gli adulti minacciosi, un amico invisibile, c’è la tristezza cosmica delle fiabe e la loro ineluttabilità, ma non c’è riscatto e lieto fine, non c’è una rinascita e una risoluzione positiva. C’è un parlare e ripetere e ritornare a cerchi concentrici sul dolore, sulla parola dolore, sulla solitudine umana, la grande fatica di vivere, l’impossibilità di essere non dico felici ma almeno allegri, non c’è risata che stappi questa coltre di dolore.

Dice bene Massimo Recalcati che ha recensito il libro su Repubblica: “Per Bajani scrivere non è mai un divertissement, non è mai un edonismo privo di responsabilità; assomiglia piuttosto ad un’esigenza del corpo, ad una necessità primaria come mangiare, correre o respirare. Senza dolore la vita non è umana – è la vita di Dio o quella di un giglio -; ma consegnata al dolore senza alcuna distanza la vita si prosciuga e si annienta.”

Però, magari, si può anche provare un piacere responsabile che è quello di considerare il libro un figlio, un piccolo lieto fine nell’aridità dei contatti e degli affetti. Altrimenti l’esigenza del corpo è solipsistica, non si cura degli altri e del mondo e resta come quella di un anacoreta che soffre nel deserto.

 

baumanIn attesa che arrivi (tra pochi giorni) in Italia, e tenga le sue conferenze in vari festival e teatri, Zygmunt Bauman è già presente in libreria con il nuovo, importante, e come sempre lucido e denso di riflessioni positive, “Stranieri alle porte” (Laterza).

Perfavore, leggetelo! Soprattutto quelli che cominciano a tentennare riguardo al tema migranti e dicono: “sì, certo, bisogna accogliere, ma…” “Sono una risorsa però…”Proprio queste persone, condizionate da media lanciati a tutta manetta sui temi dell’invasione, dell’inarrestabile marcia, del pericolo insito in usi e costumi diversi, in portatori sani di guerre, in gente di altre e arcaiche religioni, ecco, questi lettori possono finalmente avere un bilanciamento nello studio, nell’osservazione attenta e nella riflessione di filosofi e sociologi che Bauman ricorda, oltre che naturalmente se stesso, per ricordare che siamo un’unica specie, e ci salviamo insieme oppure ci estinguiamo.

Per salvarci tutti insieme bisogna comprenderci, collaborare, anche sopportarci nei nostri costumi diversi, in comportamenti, educazione e idee differenti, ma tutti convinti di vivere in pace, secondo quanto già due secoli fa affermava Kant, che Bauman ricorda: “all’ostilità subentri l’ospitalità” visto che “nessuno ha più diritto che un altro a stare in un luogo” della Terra, che, essendo sferica, tutto contiene e non può certo far disperdere le persone all’infinito.

Ora io dico: Bauman, novantunenne sociologo, centra il punto scarsamente messo a fuoco da gente assai più giovane e molto esuberante eppure già obnubilata da pigrizia mentale e adeguamento al discorso comune, per cui si perde di vista il pericolo vero e mortale rappresentato dal mercato delle armi senza controllo, da una macchina capitalista che oltre alle merci di scarto, produce esseri di scarto. Non a caso un tempo i venerabili maestri erano persone molto anziane, molto sagge, e perciò molto lungimiranti.

fullsizerenderMilleduecentonovantaquattro pagine: non fanno che ripeterlo tutti questo numero di pagine che pare atterrire anche il lettore più attrezzato, e che sono quelle di “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati (Mondadori), vincitore del Premio Strega 2016. Ma oggi, intervistato a “Il tempo delle donne” a Milano, Albinati spiega con ironia come quelle migliaia di pagine siano il distillato di decine di migliaia di pagine di riflessione sul genere maschile, studi scaturiti dall’emancipazione della donna, dalla riflessione sul genere femminile che ha comportato dunque una riflessione anche sul maschile, sia fatto che ciò che sembrerebbe un vantaggio, nascere maschi in una società maschilista, sia in realtà un fardello, l’aspirazione a un modello irraggiungibile e perciò destinato al fallimento.

Interessante, coinvolgente: l’incontro con l’autore, con certi autori, è così. Ti spinge a interrogarti, a reagire, a ripensare posizioni, discriminanti, modelli e quella presunzione che oggi abbiamo di aver superato tante magagne del passato, per esempio la sottomissione della donna, che invece, come ben ci dice Albinati, è sempre oggetto del risentimento maschile. Pia illusione credere di poter leggermente e paritariamente affrontare il maschile ancora profondamente immerso nella simbologia e nella psiche antica: pensiamoci quando ci diciamo che il femminismo è tramontato.