A ferrante e fuoco

Mi vien da dire “ci risiamo”: con lo scatenarsi in rete dell’identità di Elena Ferrante si ripete il solito copione. Non si tollera, in Italia, che una scrittrice abbia successo, venda libri e sia addirittura conosciuta se non acclamata all’estero. Esagerata? La faccio breve:

Susanna Tamaro fu sbeffeggiata dalla critica per aver venduto milioni di copie del suo “va’ dove ti porta il cuore”. Non è successo a nessuno dei suoi colleghi maschi. Invece un vero accanimento soffrì Elsa Morante, la più grande scrittrice del Novecento italiano, che osò vendere quasi 200.000 copie con La Storia, un romanzo giudicato perentoriamente “qualunquista”.

Oggi Elena Ferrante, che qualcuno sottovoce osa definire “scrittrice da portinaie”, deve pur pagare pegno. Si dice che è ormai personaggio pubblico e che guadagna moltissimo, come fossero utili giustificazioni. Ma perché non lo dite chiaro e tondo che non si può vedere una donna convincere eserciti di lettori con storie oltretutto complesse e non idiozie? Perché Fabio Volo nessuno lo ha mai messo in croce, e nemmeno altri scrittori ragazzetti tristi, che hanno indovinato un libro e basta, e si atteggiano a filosofi dell’esistenza.

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