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Archivio mensile:novembre 2016

vita_e_morte_di_emilie_ajar_01Scrittori che si sono nascosti dietro nomi falsi: pare incredibile, considerando la grande vanità di porre il proprio nome in frontespizio su un volume, con l’idea di lasciare traccia imperitura di sé. Incredibile ma vero per molti che probabilmente sono (e sono stati) meno vanesi e più amanti della scrittura, al punto da nascondersi dietro pseudonimi perché solo la scrittura avesse valore, parlasse lei sola senza essere accompagnata da tour, selfie, YouTube, ad, totem e credit.

Uno di questi autori geniali fu Romain Gary, alias Emile Ajar, vincitore del Premio Goncourt con un romanzo che folgorò pubblico e critica, La vita davanti a sé. Soltanto vent’anni dopo rivelò, in Vita e opere di Emile Ajar, che era lui lo scrittore considerato una nuova e grande voce nel panorama letterario in cui, invece, Romain Gary era ormai finito. D’altronde anche Romain Gary era già uno pseudonimo di Romain Kacev, ebreo lituano trasferitosi a Parigi, dove si spacciava per figlio del divo del muto Rodolfo Valentino.

Il libretto che Romain Gary scrisse postumo, dopo il suo suicidio, fu pubblicato nel 1981 da Gallimard e ora da Neri Pozza. E’ interessante e molto divertente leggere quel che dietro lo pseudonimo di Ajar, lo scrittore sentiva dire o leggeva:

“Mio caro pitone era stato talmente apprezzato dalla critica che Nouvel Observateur indicava Raymond Queneau o Aragon tra i probabili autori del romanzo, perché “non poteva che essere l’opera di un grande scrittore”. Appresi presto dai giornali che Ajar in realtà era Hamil Raja, terrorista libanese. Un medico corrotto, abortista, un deglinquente comune o forse lo stesso Michel Cournot. Poi, che il libro era il prodotto di un “collettivo”. Incontrai persino una giovane donna che aveva avuto una storia con Emile, il quale, a suo dire, era un amante molto focoso.Spero di non averla troppo delusa.

Chissà chi sta dietro allo pseudonimo Elena Ferrante che risate si fa.

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ruttiSu Repubblica l’altro ieri la giornalista Susanna Nirenstein, intervistando David Grossman, gli chiede: “Ma come mai un autore così alto, che in Caduto fuori dal tempo ha varcato l’Ade e ha incontrato il dolore per la morte del figlio Uri, in Che tu sia per me il coltello si è infilato fino alle ossa dentro i tormenti dell’amore, e fin dai primi romanzi, da ebreo israeliano, ha elaborato l’orrore della Shoah a cui il nonno era scampato, come mai ha prodotto tanti racconti per bambini?”

Grossman, che se ne intende, risponde dicendo che quando finisce un romanzo ha bisogno di “scrivere altre cose”, in pratica di cambiare genere e dunque scrive poesie o un saggio o libri per bambini, riportando dunque il dilemma all’interno della diversità letteraria che non conosce pregiudizi tra generi ma casomai giudizi applicabili all’interno di uno stesso genere. Voglio dire: all’interno della letteratura mainstream (dire per adulti agghiaccia) c’è di tutto, c’è l’impegno e la complessità come il disimpegno e la banalità. Bene, lo stesso si può dire nella letteratura per ragazzi: c’è l’intrattenimento puro come il romanzo sociale, c’è chi scrive molto bene e trova che i ragazzi si meritino buoni romanzi, e c’è chi non si sforza molto o nemmeno scrive perché è famoso e pubblica solo le sue faccione e le sue battute dette in tv. Uno scrittore “così alto” come dice la Nirenstein era anche Calvino, che ha scritto fiabe.

Si potrebbe anche ribaltare la domanda: Come mai uno scrittore “così alto” per ragazzi come Piumini ha sentito il bisogno di scrivere libri mainstream? Per misurarsi con altri personaggi e altre ambientazioni, credo. Voglio sperare che non lo abbia mai fatto per dimostrare che è uno scrittore “vero” oppure “alto”. Perché molti autori mainstream, anche assai alti, quando si cimentano con la narrativa per ragazzi sono noiosissimi, pedanti e spesso molto didascalici, come se la letteratura per i più giovani dovesse per forza essere educativa e informativa. Perdono mordente e ritmo, oppure esagerano, non sanno trovare l’equilibrio, non sono più scrittori. Perché è proprio questa la capacità di raccontare: saper camminare in bilico e non cadere (che sia da molto alto o più in basso) nell’ovvietà.

 

sing_street_posterSing Street di John Carey è proprio un bel film sul desiderio che trasforma la vita di adolescenti caricati di problemi all’apparenza irrisolvibili: disperazione della società adulta, con annesso alcolismo, droga, violenza, crudeltà. La musica ovvero l’arte musicale è la via per realizzare un’esistenza illuminata, e il quindicenne Conor decide di mettere su una band che segue le orme dei gruppi emergenti o in voga nei primi anni ’80 in Gran Bretagna e dunque in tutta Europa. Innamorato di una bellissima ragazza cui chiede di recitare nei suoi video, Conor riesce a uscire dal bozzolo mefitico di un ambiente esangue, che sa esprimere soltanto sopraffazione e malessere, e infine parte con la sua ragazza verso la favolosa Inghilterra dove tutto, invece, è possibile.

Di film del genere ce ne sono stati molti: la band, il talento musicale, il ragazzino o la ragazzina che grazie alla sua dote e a una certa tenacia riescono a farcela. Sono anzi temi molto cari al cinema USA. Certo, qui si evocano gli ultimi anni “spensierati” dello scorso secolo, gli anni Ottanta dei primi video, delle band allegre, del pop scatenato e queer, che è durato per oltre trent’anni con Madonna e Michael Jackson, esplosi proprio in quegli anni. Anni pre-unione europea, quando per andare all’estero ci voleva il passaporto e il permesso dei genitori: dunque è bene ripensare a cosa significasse essere costretti in un’isola malsana, pur dentro all’Europa florida.

Ed è interessante ricordare il bisogno di “futuro” che portò al successo la serie, ma soprattutto il primo film, di Zemeckis “Ritorno al futuro”, citato in questa storia, perché punto di riferimento di questa generazione di aspiranti Marty McFly. Per loro, l’età dell’oro era rappresentata dagli sfolgoranti anni ’50 dei propri genitori, in cui tutto riluccicava dopo la guerra, o almeno così sembrava, mentre la realtà sotto quella patina era formata da oppressioni razziali, di genere, di censo, poco risolte trent’anni dopo, con una società ancora sbilanciata, reazionaria, dove giusto le ragazze hanno preso autonomia, grazie alle battaglie delle loro mamme. Ma questo è un discorso tetro e complicato, come canta Conor all’apertura del suo concerto: è tutto complicato.

Chi riuscisse a beccare questo film, che esce per pochi giorni in sale d’essai, corra subito. Non capita spesso in periodo quasi prenatalizio di poter vedere al cinema una vera chicca.

archivio-foto-locchi-igf_all_132-piazza-dei-ciompi_mgthumb-internaIl 4 novembre 1966 mi sono svegliata a casa di nonna, era una mattinata buia e pioveva. Sai che novità. Pioveva da un mese, con un cielo sempre aggrottato e pozze grandi come laghi sui marciapiede. Andavamo a scuola con la mantellina di cerata e gli stivali di gomma che chiamavamo “Chantilly”. Ma quella mattina, sarei partita da tutta quell’acqua e quel buio. Stavamo per trasferirci al mare, sulla costa adriatica, e il camion dei traslochi era partito già il giorno prima. Per questo dormivamo tutti da nonna, in Campo di Marte. Nessuno accendeva la televisione di mattina perché non c’erano programmi, quanto alla radio, non funzionava perché era andata via la corrente. Nonna commentò: “Sarà un guasto.”

Papà taceva, sorseggiava il caffè pensieroso. Io credo che un po’ immaginasse, perché il giorno prima , in auto, eravamo passati vicino alle spallette dell’Arno e il fiume ci aveva fatto paura. Gonfio, color del fango, arrivava fin sui bordi, correndo e rombando, infuriato. Mamma era già pronta, con il suo bel tailleur e le décolleté con il tacco, pronta a saltare in auto e scendere in una città asciutta e ventosa. Bussarono alla porta e nonna corse ad aprire. Era un amico di mio zio, il fratello giovane di papà che viveva in casa con nonna. Nessuno si era accorto che anche il telefono non funzionava e il ragazzo era corso di persona. “E’ successa una tragedia!” strillò, con le mani nei capelli. E’ un gesto che ho visto raramente, ma quella mattina me lo ricordo benissimo. Gli adulti confabularono tra loro. Mia sorella ed io fummo portate nella stanza di zio ad ascoltare i dischi che a me piacevano tanto, i 45 giri che zio aveva portato dall’Inghilterra. Poi papà si affrettò: “Andiamo” disse, brusco. Mamma aveva la faccia tirata, ma non ha mai contestato quel che diceva papà, si affidava completamente a lui. Salimmo in auto e papà disse: “Prendiamo la via vecchia, di là è tutto chiuso.” Mamma taceva, seduta accanto, torcendosi le mani in grembo. L’ansia si mescolava al vapore che appannava i vetri, ed era palpabile. Papà si diresse verso le colline, ma alcune strade erano interrotte, c’erano crolli di muretti, polizia che fermava le auto. Papà parlò con un poliziotto, spiegò che avrebbe preso il passo della Futa.

Con la mano, pulii il finestrino del vetro appannato. Guardai fuori, verso il basso, dove doveva esserci la mia città. Ero seduta dietro a papà, dissi: “Babbo, Firenze non c’è più.” Papà si voltò appena di lato: “Che dici?” chiese, e lanciò un’occhiata anche lui giù in basso. “C’è un lago” dissi io. Papà riprese a guardare avanti e commentò semplicemente: “Andiamo.” Il resto del viaggio è come un sogno, perché la pioggia non smetteva di cadere. Finché, dopo il Passo, e ben oltre, ci fermammo in un bar. La gente ci osservò, il barista ci chiese da dove venivamo. “Da Firenze” disse mamma. Si sollevarono esclamazioni, sguardi sorpresi e impietositi: “Siete sfollati!” disse una signora, portandosi la mano sul cuore. La televisione nel bar era accesa e fu lì che vedemmo le immagini della città allagata. Mamma dovette sedersi, le mancarono le gambe. Ci chiesero tutti se stavamo andando da parenti, e a noi bambine regalarono subito dei dolci. Ma noi andavamo in una città sconosciuta, senza amici né parenti, e a Firenze tornammo dopo anni, quando la vecchia città non c’era più, era stata spazzata via.

 

sta zittaCapita spesso di sentirselo dire, che il femminismo è roba del passato e che le femministe sono ormai acide signore di mezz’età se non addirittura anziane, che stanno lì a rimestare livore contro gli uomini. Perché insomma, oggi le donne, s’intende occidentali anzi europee e quindi anche le italiane, possono fare tutto quel che vogliono, sono libere e totalmente pari agli uomini. Che c’entra, se ne ammazza ancora un po’, ma son casi di cronaca nera…

E allora leggete un libretto snello (anche se non proprio agile, perché s’addentra nelle leggi di sessant’anni di vita repubblicana italiana) scritto da un uomo (non dalla solita femminista di cui sopra), il giornalista Filippo Maria Battaglia, che in “Stai zitta e va’ in cucina” (Bollati Boringhieri) ci racconta la storia della cosiddetta emancipazione femminile dello scorso secolo, fino ai nostri anni. Un’emancipazione ostacolata in tutti i modi dagli uomini, pur democraticissimi e pieni di premura verso i ceti più deboli, pronti a immaginare rivoluzioni e grandi rivolgimenti sociali, purché non fossero di genere, perché le donne hanno sempre infastidito, provocato, distratto, seccato i manovratori, i grandi pensatori, e anche i veri rivoluzionari.

Sono cose vecchie, si dirà, del passato remoto. Peccato che ancora oggi non si abbiano che occhi per la linea o il look della parlamentare e della ministro, si commenti “ma non ha una famiglia, quella, che sta sempre in Parlamento?”perché si sa che la vera donna si realizza in casa, con marito e bambini. Non parliamo poi delle quote rosa che fanno orrore anche alle donne che sono state elette proprio grazie a una legge che doveva semplicemente ripianare un terribile gap, altrimenti insanabile, tra la presenza femminile e quella maschile nei palazzi del potere come nelle grandi aziende. “Grazie” alle quote rosa, oggi l’Italia è soltanto 37° nella classifica mondiale sulla parità di genere in politica.