ruttiSu Repubblica l’altro ieri la giornalista Susanna Nirenstein, intervistando David Grossman, gli chiede: “Ma come mai un autore così alto, che in Caduto fuori dal tempo ha varcato l’Ade e ha incontrato il dolore per la morte del figlio Uri, in Che tu sia per me il coltello si è infilato fino alle ossa dentro i tormenti dell’amore, e fin dai primi romanzi, da ebreo israeliano, ha elaborato l’orrore della Shoah a cui il nonno era scampato, come mai ha prodotto tanti racconti per bambini?”

Grossman, che se ne intende, risponde dicendo che quando finisce un romanzo ha bisogno di “scrivere altre cose”, in pratica di cambiare genere e dunque scrive poesie o un saggio o libri per bambini, riportando dunque il dilemma all’interno della diversità letteraria che non conosce pregiudizi tra generi ma casomai giudizi applicabili all’interno di uno stesso genere. Voglio dire: all’interno della letteratura mainstream (dire per adulti agghiaccia) c’è di tutto, c’è l’impegno e la complessità come il disimpegno e la banalità. Bene, lo stesso si può dire nella letteratura per ragazzi: c’è l’intrattenimento puro come il romanzo sociale, c’è chi scrive molto bene e trova che i ragazzi si meritino buoni romanzi, e c’è chi non si sforza molto o nemmeno scrive perché è famoso e pubblica solo le sue faccione e le sue battute dette in tv. Uno scrittore “così alto” come dice la Nirenstein era anche Calvino, che ha scritto fiabe.

Si potrebbe anche ribaltare la domanda: Come mai uno scrittore “così alto” per ragazzi come Piumini ha sentito il bisogno di scrivere libri mainstream? Per misurarsi con altri personaggi e altre ambientazioni, credo. Voglio sperare che non lo abbia mai fatto per dimostrare che è uno scrittore “vero” oppure “alto”. Perché molti autori mainstream, anche assai alti, quando si cimentano con la narrativa per ragazzi sono noiosissimi, pedanti e spesso molto didascalici, come se la letteratura per i più giovani dovesse per forza essere educativa e informativa. Perdono mordente e ritmo, oppure esagerano, non sanno trovare l’equilibrio, non sono più scrittori. Perché è proprio questa la capacità di raccontare: saper camminare in bilico e non cadere (che sia da molto alto o più in basso) nell’ovvietà.

 

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