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Archivio mensile:dicembre 2016

lapenaNon ci sono personaggi positivi, in questo thriller dell’autrice canadese Shari Lapena, una delle numerose esordienti di talento nordamericane che subito accedono al massimo successo nel mondo letterario, grazie alla potenza di fuoco di un mercato che piazza i libri in tutto il mondo (questo è il Canada, ma è simile agli USA)

La ex avvocato e ex insegnante ci racconta in La coppia della porta accanto (Mondadori) la storia del rapimento di una neonata mentre i genitori sono a cena dai vicini di casa. In più, si capisce fin dall’inizio che le cose non quadrano: la mamma della rapita soffre di depressione e ha un passato ancora più oscuro; il papà ha grossi guai economici con la sua azienda. Ci si mettono anche la vicina fatalona, cinica, antipatica, il suocero arrogante e spietato, la suocera superficiale, insomma, un gruppo di personaggi che fanno invidia a “Carnage” (la piece magnifica di Yasmina Reza, in italiano Il dio del massacro, diventato film di Polanski nel 2011 ).

La storia è scarnificata da ogni divagazione o descrizione, da altri personaggi o situazioni, procede per narrazione asciutta e attraverso il dialogo oppure domande introspettive che si pongono costantemente i personaggi tormentati dai sensi di colpa. Si capisce che è già pronta per un film, un po’ tipo “Gone Girl” dove ugualmente non c’era uno che si salvasse.

Ho come il sospetto che queste autrici (spesso donne) escano da una sorta di factory, quella di corsi di scrittura dove si realizzano storie ben congegnate grazie all’uso brillante di archetipi narrativi (per quanto riguarda Young adult gli schemi di Propp) e di quelle domande che l’insegnante spinge a porsi e che poi finiscono nella scrittura. Non è il primo romanzo che leggo, dove trovo la raffica di domande che i personaggi pongono a se stessi e dunque al lettore, partecipe della loro angoscia anche perché, in questo caso, si trova nel ruolo del genitore imperfetto e attanagliato dalla paura di sbagliare e non essere all’altezza di un ruolo non più naturale ma sociale.

writingTutti coloro che chiedono, a me e a tutti gli scrittori, come facciamo ad avere delle “idee” e come si fa a scrivere un libro, dovrebbero procurarsi “On writing”, sulla scrittura, di Stephen King (riedito a distanza di 15 anni da Frassinelli, con traduzione di Arduino e prefazione di Loredana Lipperini).

Prima di tutto perché tanto vale sentire l’opinione di uno degli scrittori di massimo successo mondiale (se proprio si vuole un modello, meglio il top), inoltre perché è divertente, non ha pretese saggistiche né didattiche, non offre ricette semplici, ma dice papale papale che: 1) bisogna leggere moltissimo 2) bisogna scrivere moltissimo, tutti i santi giorni (lui per esempio non conosce feste di nessun tipo) 3) bisogna scordarsi strategie tipo scaletta, trama, costruzione del personaggio, applicazione di tecniche narrative, come insegnano le scuole di scrittura e invece bisogna 4) affidarsi all’istinto, seguire la storia o meglio “disseppellirla”, lasciando che i personaggi se la cavino un po’ da soli di fronte alle avversità, cioè ponendosi molte domande e provando a dare risposte sensate, plausibili, umane, soprattutto facendo riferimento alla propria esperienza,. a “cioè che si sa”.

Facile, vero? Per niente. E’ come dire che per danzare come Bolle bisogna avere il suo fisico la sua disciplina la sua sensibilità il suo talento, in una parola, essere Bolle. Le strategie che si insegnano, appunto la scaletta e la trama, il lavoro sui personaggi (personalmente ho fatto anche schede descrittive per averli in mente), il contesto, sono per lo scrittore di medio livello, come me, che al massimo sono tradotta in Cina, ma mai negli Stati Uniti, paese che sa sempre insegnare al mondo più che imparare. Come grande lettrice di King, e ammiratrice del suo inesauribile talento, leggo e imparo anch’io. Mi lascio affascinare, e ingannare dal grande ammaliatore, dallo scrittore che già che c’è ci racconta molto bene l’ennesima storia: di come si racconta una storia.

 

galateoSe volete fare un bel regalo, comprate il libro della soave Elda Lanza, una meravigliosa signora di novantadue anni, che ha lavorato in televisione in gioventù e ora scrive, per esempio questo semplice manuale di buone maniere intitolato “Il tovagliolo va a sinistra”(Vallardi), che oggi più che mai mi sembra indispensabile.

Non tanto per apparire, per affettare chissà quale etichetta che peraltro è ignorata ovunque tranne che nelle ambasciate e nelle corti, non per essere blasé, ma per conoscere e ricordare quella gentilezza, quella cortesia sempre più rara, che permette a chi la possiede di muoversi con grazia e leggerezza, con sicurezza, nel mondo delle relazioni. Saper sorridere, salutare, sapersi muovere senza impaccio, senza villania, con il rispetto di chi è più anziano, con il tatto che ci vorrebbe un po’ di più. Perché non è affatto vero che è meglio chi “dice quel che pensa”, o che “parla come mangia” soprattutto se mangia e se pensa molto male. E’ meglio chi sa esprimersi con onestà e gentilezza, senza offendere e senza dissimulare.

La signora Lanza conosce il mondo di oggi e propone una sorta di galateo per cellulare, internet, per salire e scendere in ascensore, per viaggiare senza abbrutirsi, per entrare nelle relazioni contemporanee che sembrano oggi più informali e spesso lasciano le persone più tragicamente incerte e isolate, senza saper come salutare o parlare agli altri, come presentarsi, come esprimersi. Un libretto che bisogna proprio avere sempre a portata di mano, ve lo dice una che ha sulla sua scrivania il glorioso Galateo di Monsignor della Casa, cinquecento anni portati molto bene.

 

educazionemilaneseMilano piovuta dal cielo, cantava Lucio Dalla, in una bellissima struggente canzone di tanti anni fa. Chissà perché piovuta dal cielo una metropoli tanto radicata in terra, industriale e legata agli affari, una città che ha sempre messo timore, non è mai stata bella, era meta di immigrati in cerca di lavoro, era il simbolo del lusso e della moda e oggi è la città del “contemporaneo” inteso come architettura, arte, cultura, turismo elitario?

Eppure nell’autobiografia di Alberto Rollo, Un’infanzia milanese (Mani editore), le parole di Lucio Dalla suonano perfette: il bambino che nasce negli anni ’50, nella Milano operaia, dove stanno sorgendo i nuovi quartieri periferici, il figlio di un metalmeccanico comunista e idealista, colto e severo, immigrato dalla Puglia, il ragazzino per cui è un’avventura andare in tram da un parte all’altra della città, e che vede il mare per la prima volta a dieci anni, il liceale che scopre con la politica il piacere dell’amicizia inossidabile e del gruppo, riconoscono in Milano qualcosa di “celeste”, che trascende la città, le sue industrie, la sua durezza, le sue contraddizioni.

E’ la Milano delle relazioni e delle occasioni soprattutto culturali che costruiscono un’educazione diversa da altre educazioni italiane, di provincia o di paese o di città assolate e vicine al mare. Per esempio, un’educazione civica rigorosa, e un bisogno di trasformazione sociale, che è passata dall’impegno politico e culturale a una necessità fisica di cambiare pelle, di farsi città europea sul serio, di dotarsi di una bellezza che non aveva.

E’ la città che non c’è più, come l’amico carissimo, l’amico migliore con cui pensi di stare per sempre insieme (perché da ragazzi tutto è per sempre o non è) scompare in un banale incidente in auto. L’educazione finisce con un’assenza, ma è come dire che la vita si costruisce su ciò che manca, sullo splendore sfiorato, sulle promesse irrealizzate. La vita non si può che raccontarla dopo, quando il paesaggio che sembrava familiare e tanto nostro non ci appartiene più.

 

 

vegetarianaDa vegetariana imperfetta (mangio il pesce), appena ho notato sul banco della Libreria delle Donne il titolo “La vegetariana”, ho provato il moto istintivo di attrazione verso un libro che, pubblicato da Adelphi, come sanno molti lettori forse soprattutto della mia età, porta una specie di “marchio di garanzia di qualità”. Non sapevo niente dell’autrice, la coreana Han Kang, nulla del plot, se mai ci fosse, dunque ho comprato il libro come si faceva un tempo, sull’onda di un’empatia o di un’intuizione, chissà.

Perché il romanzo è bello, è originale, possiede una voce dal timbro sicuro, che sa creare un’atmosfera ammaliante, senza scomodare psicologia, criminologia, sociologia, e tutte le discipline che oggi invece gli autori sono un po’ costretti ad assemblare a volte con furia epistemologica, perché siamo sotto l’imperio del realismo e della cronaca, possibilmente nera, a meno che non decidiamo di virare verso il distopico e chi s’è visto s’è visto.

La vegetariana in effetti racconta di una donna che un giorno decide di non mangiare più carne né pesce e votarsi alla verdura, ben presto diventa vegana, ma non c’è né tragicità né umorismo in questa scelta, subìta con fastidio e poi raccapriccio dal marito, con incomprensione e rabbia dai suoi familiari, con curiosità e fascinazione dal cognato artista, con misericordia e interrogazione da parte della sorella. Una scelta estrema, dettata dal desiderio di spogliarsi dell’umanità, farsi pianta, essere incorporea e arborea, e in pratica estinguersi lentamente nel sogno di un’altra cosa.

E’ un romanzo che mi ha ricordato una grande autrice del Novecento, Anna Maria Ortese, e il suo bellissimo “L’iguana”. Anch’esso un romanzo onirico dove la realtà si frantuma nell’assurdo e incomprensibile e ne scaturisce una visione di pietà e di impossibile desiderio.