Milano che fatica

educazionemilaneseMilano piovuta dal cielo, cantava Lucio Dalla, in una bellissima struggente canzone di tanti anni fa. Chissà perché piovuta dal cielo una metropoli tanto radicata in terra, industriale e legata agli affari, una città che ha sempre messo timore, non è mai stata bella, era meta di immigrati in cerca di lavoro, era il simbolo del lusso e della moda e oggi è la città del “contemporaneo” inteso come architettura, arte, cultura, turismo elitario?

Eppure nell’autobiografia di Alberto Rollo, Un’infanzia milanese (Mani editore), le parole di Lucio Dalla suonano perfette: il bambino che nasce negli anni ’50, nella Milano operaia, dove stanno sorgendo i nuovi quartieri periferici, il figlio di un metalmeccanico comunista e idealista, colto e severo, immigrato dalla Puglia, il ragazzino per cui è un’avventura andare in tram da un parte all’altra della città, e che vede il mare per la prima volta a dieci anni, il liceale che scopre con la politica il piacere dell’amicizia inossidabile e del gruppo, riconoscono in Milano qualcosa di “celeste”, che trascende la città, le sue industrie, la sua durezza, le sue contraddizioni.

E’ la Milano delle relazioni e delle occasioni soprattutto culturali che costruiscono un’educazione diversa da altre educazioni italiane, di provincia o di paese o di città assolate e vicine al mare. Per esempio, un’educazione civica rigorosa, e un bisogno di trasformazione sociale, che è passata dall’impegno politico e culturale a una necessità fisica di cambiare pelle, di farsi città europea sul serio, di dotarsi di una bellezza che non aveva.

E’ la città che non c’è più, come l’amico carissimo, l’amico migliore con cui pensi di stare per sempre insieme (perché da ragazzi tutto è per sempre o non è) scompare in un banale incidente in auto. L’educazione finisce con un’assenza, ma è come dire che la vita si costruisce su ciò che manca, sullo splendore sfiorato, sulle promesse irrealizzate. La vita non si può che raccontarla dopo, quando il paesaggio che sembrava familiare e tanto nostro non ci appartiene più.

 

 

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