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Archivio mensile:febbraio 2017

 

jackieLa storia dell’assassinio di Kennedy è per me un vero tormentone, mi perseguita fin da quando ero piccola. Non è stato l’unico presidente assassinato negli USA che ne hanno fatti fisicamente fuori quattro, ma insieme a Lincoln è il più celebre. Però Kennedy, rispetto a Lincoln che abolì la schiavitù, non si può dire che abbia fatto qualcosa di speciale, dunque perché imperitura memoria?

Il film di Pablo Lorrain offre una chiave di lettura che rimette al centro della scena (molto shakespeariana) la regina, e cioè Jacqueline, la moglie giovane colta elegantissima e glamour che seppe fare del marito un’icona, un mito americano di speranza e fiducia perdute per sempre e ben presto travolte dall’orrenda guerra in Vietnam.

Oltre alla indubbia magnifica prova d’attrice di Natalie Portman, alla ricostruzione fedele degli ambienti, dei filmati, delle giornate tragiche che vanno dall’assassinio al funerale, il film ci lascia perciò quel dubbio che nel film è Bob a insinuare e cioè che i Kennedy non abbiano fatto granché, se non risolvere una crisi cubana provocata da loro stessi. “Siamo bella gente” dice Bob, e su quell’aspetto glam, leggendario di “bella gente con ideali” Jackie seppe lavorare per offrire unl ricordo immacolato a un paese bisognoso di miti.

cognetti_140_reference-jpeMa che libro meraviglioso, questo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Einaudi)! Sono felice che sia un successo, perché non sempre la qualità si accompagna alla popolarità. Oltretutto NON è un thriller, NON è una storia sentimentale, anche se in realtà è una storia d’amore, l’amore per un ambiente aspro, che si deve conquistare, un ambiente che ha, come dice Cognetti, la “bellezza dell’inverso”.

E’ una storia di relazione tra padre e figlio, tra un uomo introverso e cupo e un ragazzino sensibile e solitario, che come tutti i figli prova a entrare nel mondo paterno, per comprenderlo e condividerlo e solo dopo tanti anni, ricostruendo una “barma” crollata e lasciata in eredità, riesce a cogliere quell’inquietudine paterna, quel bisogno di sorpassare limiti, di arrivare su cime solitarie e lasciare una frase semplice su un quadretto, il famoso “io c’ero”.

E’ anche la storia di una relazione tra due amici, il ragazzino di città e il piccolo montanaro, che sono legati dalla dimensione estiva e dell’avventura, che non spendono molte parole ma condividono avventure e da grandi si danno una mano reciprocamente, ma soltanto finché restano lì, sulla montagna.

E’ una storia che sa raccontarci un ambiente poco affascinante, non certo quello degli sciatori della domenica, ma impressionante, come ce lo raccontava Jack London. E che ci parla di contrasti, di socialità verso solitudine, di sogni e realtà che li frantumano, di chi resta perché è già su una sommità e chi si allontana alla ricerca di otto montagne nel mondo.

Soprattutto è una storia che sa scalarci, toccando i punti giusti con una narrazione sincera, profonda, carica di significato, precisa per adeguarsi a quella frase bellissima detta da Bruno: “Siete voi di città che la chiamate natura. E’ così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

Ecco, a cosa “serve” la letteratura.

lalalandBisogna che lo dica, anche se mi inimicherò orde di adoratori sia del film che dei due interpreti: La la Land è una grandissima pacchianata. Sono andata al cinema convinta di vedere un film meraviglioso e mi sono trovata davanti una parata dei più triti cliché, che fino all’ultimo ho sperato si ribaltassero con qualche trovata sorprendente. Macché.

Operazione nostalgia, che ha funzionato perfettamente visto il massimo successo. Un po’ di reminiscenze di Fred Astaire e Ginger Rogers, l’amore per il jazz che si vuole salvare nella sua purezza, l’elogio ai folli e ai sognatori, e infine il sacrificio d’amore per rispettare il talento della donna amata… Pare che questi temi portino a fiumi di lacrime, e visioni multiple del film.

Ma come sia fa a crederci? Quale jazz è quello autentico? E perché nessuno ride, soprattutto in Usa, quando lo slavato Ryan Gosling vorrebbe insegnare al fantastico John Legend, che è un vero pianista e compositore, qual è il vero jazz? Neanche fossimo a Scherzi a parte! Quanto alla storia, mi pare ultrascontata: la cameriera che vuole diventare diva e lo diventa, anche grazie alla spinta del jazzista puro, che la porta di peso al provino fatale.

Sono bravi gli attori, ma per un musical allora prendete direttamente dei cantanti e ballerini, altrimenti l’effetto è un po’ Ballando con le stelle. Che vi devo dire? A me Damien Chazelle non mi ha convinto nemmeno con Wishplash, che mi pareva tremendo. Ma con Trump al governo, ovviamente è il nuovo che avanza.

mastrangeloMi pareva un po’ strano leggere “Il sistema di Gordon” (La nave di Teseo) di Giovanni Mastrangelo mentre volavo verso il Messico. Un romanzo ambientato in California negli anni ’80, che racconta di una specie di setta raccolta intorno alla figura massiccia e catalizzante di un guru che mescola teorie (pseudo)scientifiche con discipline orientali e credenze superstiziose, un po’ come molte sette soprattutto americane.

Però il romanzo davvero cattura, sa far rivivere le atmosfere di quei decenni (70 e 80), utilizzando la strategia del racconto corale, con focalizzazione multipla. E’ perciò una lettura affascinante, almeno lo è stata per me che ho ritrovato appunto i racconti di molti amici che partivano per gli States, e di alcuni che sono rimasti coinvolti in gruppi simili. In più, il sottofondo musicale, ovvero la musica citata con versi e titoli, è di Bob Dylan.

Ho visto che nelle interviste all’autore, i giornalisti hanno cercato di trovare gli spunti autobiografici del romanzo, anche perché ci troviamo di fronte a uno scrittore che ha vissuto in Africa, in USA, che ha scritto “Il piccolo Buddha” per il film di Bertolucci, e che dunque potrebbe benissimo essere uno dei personaggi, e forse lo è. O anche tutti, perché vale la regola che chi racconta una storia lascia emergere frammenti di biografia, ma sarebbe meglio dire scaglie di vita, perché nei romanzi si narra quel che si sa e che si  sa immaginare.