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Archivio mensile:marzo 2017

Simpaticissimo John Niven, l’autore di “A volte ritorno” e di “Maschio bianco etero”, soprattutto fa morire dal ridere i suoi coetanei quarantenni. A me, confesso, mi è venuta inizialmente una botta di depressione a leggere il suo “ Le solite sospette” (Einaudi 2016). Primo: perché si parla di vecchiette riferendosi in particolare a tre sessantenni. In effetti per un quarantenne, una donna di sessant’anni è quasi decrepita, che poi ci siano in giro Fiorelle Mannoie e madri di adolescenti (a causa delle crescenti gravidanze ultrattempate), non ha importanza. Passata la boa dei 50, è ufficiale: la donna è gallina vecchia.

Inganna poi la copertina, con una vera anziana che avrà come minimo ottant’anni, per imitare la copertina del “Centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonason, un libro esilarante pubblicato anni fa e che ha avuto un discreto successo. In realtà di novantenne nel gruppo delle “anziane” ribelli ce n’è una ed è la più scatenata di tutte. Le signore appunto vecchie (ma in Inghilterra ho visto che usano sempre il termine politicaly correct di “una certa età”, quindi Niven usa a proposito il termine vecchio per dissacrare), ideano e realizzano una rapina in stile classico, incappucciate e armate, ma con i colpi a salve. Fuggono poi allegramente in Francia, si danno alla pazza gioia con 4 milioni di sterline, in barba a un sistema che lucra sui più deboli ma soprattutto sulle donne, che siano borghesi o no, che siano state rivoluzionare, femministe oppure devote casalinghe, che siano vecchie o giovani.

Alla fine, anche un uomo (maschio bianco etero) la figura peggiore la riserva ai suoi simili: maniaci, sfruttatori, stupratori, vigliacchi,  bugiardi, non proprio delle aquile (neppure i detective), egoisti, che non saprebbero nemmeno lontanamente improvvisarsi rapinatori per pagare una costosa operazione al proprio nipotino. Sicché alle vecchie: chapeau!

 

 

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Le nostre anime di notte di Kent Haruf è un altro piccolo caso editoriale. Pubblicato da Enneenne editore, ha uno strano successo, considerando che non è un thriller, non è un libro che un grosso editore spinge in libreria, e non c’è più l’autore che magari vaga per tutti e 5 i continenti a promuoverlo,

Dunque? Sta a vedere che funziona ancora un po’ il passaparola e la fiducia che si ripone nei lettori. Per esempio, io mi sono fidata del giudizio della libraia Claudia della Libreria Ubik di Mestre, e l’ho letto con piacere. Mi riprometto anzi di leggere La trilogia della pianura, e guardate ne dico un’altra: senza prestare molta attenzione ai commenti negativi, sulle solite tiritere di cos’è e cosa non è letteratura.

In questo caso, si tratta di una storia dolente, di due anziani che decidono di farsi compagnia, andando a letto insieme ogni notte: a letto, mano nella mano, a parlare, punto. Quest’azione scandalizza i vicini, ma soprattutto i figli dei due protagonisti, che arrivano a imporre la rottura e poi la lontananza. Impossibile? Non direi. La vecchiaia è tabù, e gli anziani spesso sono in balia della volontà dei figli e dei nipoti, sono controllati e rimproverati e non si tollera che facciano quel che fanno tutti, cioè si prendano le loro libertà.

Sembra che Haruf lo abbia scritto con grande foga, mancano descrizioni se non quelle essenziali, è tutto affidato a dialoghi senza virgolettato, e si ha l’impressione che sia una piece. Difatti è diventato subito un film con due meravigliosi attori senza età: Robert Redford e Jane Fonda.

Confesso la mia spaventosa ignoranza dell’arte contemporanea, che mi spiace perché gli artisti non sanno soltanto interpretare gli aspetti nascosti della nostra vita, le condizioni anche più difficili dell’umano, ma sanno offrire visioni d’infinito, sanno essere di esempio per la loro ricerca di assoluto e a volte anche per la modestia com cui conducono le loro vite, indifferenti al consumismo.

Meno male che ho visitato la mostra Love a Milano! Ho scoperto così la celebre artista giapponese Yayoi Kusama e mi sono incuriosita al punto di leggere la sua autobiografia “Infinity net” (Iohan & Levi, 2013).  Negli anni ’60 dello scorso secolo, Kusama, emigrata negli Stati Uniti dal Giappone conservatore per fare l’artista, fu una specie di “sacerdotessa” della cosiddetta “rivoluzione hippie” americana, e organizzava scandalosissimi happening. Ma la sua fama è legata alle grandi opere di reti realizzate con piccolissimi puntini, reti infinite che si espandono e coprono tutta la superficie oltre il quadro, che si moltiplicano in specchi, mentre scultura i pois diventano tante piccole sfere d’acciaio che galleggiano sulla superficie di un lago o del mare.

Non soltanto pittrice e scultrice, ma anche regista, produttrice di musical, stilista, coreografa, oggi Yayoy Kusama è una signora di ultraottantenne tornata a vivere in Giappone quarant’anni fa dopo i fasti americani. Sorprendentemente, una donna dalla fama riconosciuta mondialmente, confessa in questa autobiografia: “Ho dipinto, scolpito e scritto per decenni, da quando sono in grado di ricordare, ma se devo essere sincera, non sono ancora del tutto sicura di essere diventata un’artista. Ogni opera è un passo lungo il cammino, una ricerca disperata della verità con pennelli, tele e materiali.”

Una simile dichiarazione commuove, in un mondo dove tutti sono artisti, più o meno incompresi e soprattutto artisti dopolavoristi.

Quelli che hanno più o meno mezzo secolo (forse più che meno) apprezzeranno la lettura dell’ultimo romanzo di Luìs Sepùlveda, “La fine della storia” (Guarda 2016) che oltre ad essere una storia appassionante, ha il dono dell’asciuttezza, e anche della brevità, qualità oggi passate in secondo piano a favore di romanzi verbosissimi dove si riesce a chiacchierare tanto per dire poco o nulla.

“La fine della storia” mi ha emozionato, mi ha catturato fin dall’inizio, perché ricorda il golpe del Cile del 1973, una storia che ho anche ricordato ne “Il vento di Santiago” quasi vent’anni fa. Ma è anche un omaggio ai noir americani del passato, in cui i protagonisti sono detective un po’ maledetti. E qui, il protagonista Belmonte, un po’ maledetto lo è per la sua storia di ex sniper, addestrato in Russia per essere un rivoluzionario in Cile e poi in altri paesi centro e sudamericani, un ex giovane fervente comunista, la cui compagna fu catturata e torturata, e rimasta in vita per un soffio e desolatamente muta.

Siamo alla fine della storia, cioè alla fine di quell’idealismo che fu soffocato nel sangue di una ferocissima dittatura che mai ha pagato del tutto per i suoi crimini, perché troppi erano gli interessi in gioco. Siamo alla fine di quel gruppo di rivoluzionari che, se non furono uccisi o desaparecidos, finirono poi mercenari nelle guerre mondiali, e che riemergono dal passato per tradirsi o per vendicarsi.

Una malinconia struggente attraversa un romanzo che offre un finale per nulla scontato, ma coerente con il racconto, e che si legge sentendo ridestare dentro lo sdegno, la pietà e l’orrore di quella tremenda storia vera, buia e maledetta.

marinelliIeri sera, vedere il bravo Luca Marinelli seduto nel salottino televisivo di Lilli Gruber (Otto e mezzo, su La 7), con Augias e Padellaro mi ha fatto soffrire. Soffrire per lui, che, immaginavo, è stato chiamato dall’ufficio stampa e spedito in una trasmissione di grandissima audience per presentare l’ultimo film in cui è protagonista e si è trovato tra due professori e una specie di preside a disquisire sulla morte assistita, il testamento biologico e la politica italiana, il terreno più infido che possa esserci per qualsiasi artista.

La teutonica preside infieriva: “Ma lei come la pensa, Marinelli?”, “Dei 5 stelle che ne pensa, lei che è giovane…?” E il povero giovane attore si barcamenava, ripeteva affranto che è convinto che ognuno possa cambiare qualcosa partendo da sé, mentre Augias, in auge anzi in augias da quarant’anni, a un certo punto sfoderava pure il latino, il temutissimo latino, di fronte al quale l’attore mi è parso tornare liceale terrorizzato che quel trio gli chiedesse la traduzione all’impronta, per giudicarlo impreparato. Come il povero Renzo Tramaglino, sembrava pensare: “Cosa volete che faccia con il vostro latinorum”? Ma non ci mancava che citare i Promessi Sposi per dargli la mazzata finale.

Ecco, mi pare che sia questa la considerazione, l’accoglienza, nei confronti dei giovani: ficcarli in una discussione tra pavoni, tra eruditi, metterli a disagio, loro che sono lì per parlare di un film contemporaneo, con i temi di oggi: l’amore dei nostri tempi, le relazioni, la gravidanza, sì, proprio la gravidanza mentre si disquisisce della morte! Chissà, forse era per mostrare il cerchio della vita, ma non credo che la TV abbia simili intenti metaforici.