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Archivio mensile:maggio 2017

Oggi il post è scritto da una ragazza di undici anni, Livia S., che frequenta la prima media e ha redatto questo “racconto” intorno al mio libro “Voglio fare il cinema”. Leggete leggete, prima di dire che i ragazzi non leggono e stanno fissi sul cellulare…

Quando ero piccola avevo un grande sogno: fare la scrittrice. Tutti i giorni mi divertivo ad avventurarmi nelle storie che scrivevo, piccoli appunti che agli occhi di una bambina parevano passatempi e che riempivano le mie giornate noiose. Ogni difficoltà spariva, portata dalla fantasia come le foglie d’autunno trasportate dal vento. Crescendo diventai la persona che temevo più al mondo, quella che ogni giorno cresceva e con lei la sua razionalità, le sue paure, e le sue responsabilità. La persona di cui sto parlando non aveva più tempo per le sue avventure dove un lenzuolo diventava la tenda degli indiani che tutti i sabati le raccontavano storie bizzarre intorno a un fuoco, aveva dimenticato tutto e lo aveva lasciato a sua insaputa in un cassetto del suo cuore che non aveva il coraggio di riaprire.

Aspiravo ai diciotto, quando una mattina di vacanza come le altre mi svegliai con un volantino trasportato dal vento sulla faccia, la cosa mia aveva seccata perciò volli leggere l’annuncio che mi aveva fatto arrabbiare. Non ho mai creduto nel destino, ma dopo aver letto quel volantino capii che forse esisteva davvero. Infatti quell’annuncio mi fece ricordare tutta la mia infanzia; scrivere un “corto” e presentarlo davanti ai giudici di Milano con una troupe era il mio sogno, ed era la mia occasione per distinguermi dagli altri, per ritrovare la mia parte bambina persa nel mio cuore. Non so se fosse l’emozione, ma mi scordai completamente di non avere alcuna troupe che mi aiutasse a realizzare la mia storia: era in situazioni come questa che consultavo la mia migliore amica Anna.

Stetti al telefono con le per ore e arrivammo insieme alla conclusione che un caso composto da professionisti non me lo potevo permettere e poi non c’era tempo per fare audizioni a giovani talenti. Mi serviva una troupe a cui non importava troppo il lavoro in sé, ma che era disposta a farlo per vedere i loro nomi nei titoli di testa, e la troupe più appropriata era la mia classe. Così proposi il mio progetto e grazie alla mia fortuna che voleva continuassi a scrivere, tutti accettarono e io scelsi i ruoli.

(seguono i nomi e i diversi ruoli del cast)

 

Conoscete Guido Catalano? Non lo conoscete? Parlo del poeta, quello che fa accorrere folle ai suoi reading e che scrive in una sua poesia intitolata Curriculum Vitae: “Tengo letture pubbliche in tutta Italia/ in un tour infinito/ ma non sto diventando ricco”.

Amico, fratello Catalano! Ma così oggi facciamo scrittori e poeti, itineranti per città di mare e montagna, in questo nostro infinito paese dove a volte le località appaiono irraggiungibili e bisogna salire su littorine, pullman, mezzi che ci fanno tornare a quando si era ragazzi, e si viaggiava in carrozze senza aria condizionata, via all’avventura! Ma noi si va per raggiungere i nostri lettori, e molti “addetti ai lavori”, come dici tu, caro poeta, “non ci credono”: non ci credono che la gente arriva e ti abbraccia, e insieme ci confrontiamo sulla letteratura, sulla poesia e le storie. Non ci credono perché stanno chiusi nelle stanze, davanti a schermi che mostrano dati sconfortanti e stanno lì a lamentarsi che in Italia si legge poco o nulla, ed è colpa della scuola. Alé, come dice Gabbani.

E allora leggetevi la raccolta “Ogni volta che mi baci muore un nazista” (Rizzoli, 2017) del geniale Catalano, che vi fa ridere, se riuscite ancora a ridere, vi commuove (se riuscite anche a commuovervi), vi parla d’amore come faceva Neruda, senza melensaggine, perché: “Poi ci sta ‘sto fatto/ che a forza di scrivere roba zuccherosa/ mi si sta cariando il cervello”. Poesie che mi ricordano un po’ il Benni di un tempo, e anche De André, ma poi alla fine è Catalano, l’originale, il poeta di oggi, “con quarantaquattr’anni e mezzo/ sul groppone/ in fila per tre/ col resto di due”, pop, allegro, triste, solitario y final.