scrivere la memoria

Memoria di ragazza (edizioni L’Orma, 2017) ricalca nel titolo il celebre Memorie di una ragazza per bene di Simone De Beauvoir. Credo che Annie Ernaux ne sia stata consapevole, per raccontare di un sé diciottenne, nel lontanissimo 1958, riesumando un avvenimento cruciale, che costituisce il fulcro di una lunga, profonda riflessione sulla costruzione della consapevolezza di sé e della relazione con gli altri.

In pagine di impressionante lucidità, dove l’autrice mette a nudo la propria inesperienza e il senso di disadattamento, la più che legittima voglia di libertà e di esperienza, in quegli anni intollerabili nelle ragazze, che dovevano attenersi a un rigido codice sociale, Annie Ernaux fa della propria biografia un’altissima elaborazione di scrittura e un esempio femminile pre femminista, che con appunto De Beauvoir e il suo folgorante “Il secondo sesso” prese coscienza della propria specifica condizione.

A che scopo scrivere d’altronde” riflette l’autrice “se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione – psicologica, sociologica o quant’altro – una cosa che sia il risultato del racconto stesso e non di un’idea precostituita o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere – a sopportare – ciò che accade e ciò che facciamo.

Fa molto bene leggere queste considerazioni (e ve ne sono molte sulla scrittura, sul suo percorso) proprio ora in cui scrivere sembra un atto gratuito, un hobby, il divertimento di chi fa magari un mestiere noioso o deludente o lo considera una sorta di riscatto da frustrazioni, a meno che non sia un mestiere che spesso parte proprio da un’idea precostituita (il “tema”) o da un progetto editoriale, qualcosa che non svela mai, ma casomai sopisce, che si adegua alle mode, alle esigenze del pubblico, a divertire, anzi evadere, non tanto dalle tribolazioni quotidiane, ma proprio dal pensiero.

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