tenerezza

Non ho capito perché questo film si intitola “La tenerezza”. Piuttosto la “tristezza” o anche la “tragedia”, perché la storia raccontata da Gianni Amelio in un film ovviamente di stampo realista, in presa diretta, senza trucco né parrucco né abbellimenti che fanno troppo “finto”, è una tragedia di cronaca che s’interseca con la vicenda di un anziano brusco, cinico e per nulla simpatico, che se ne sta molto solo rifuggendo la compagnia dei figli, ma non quella del nipotino che va a prendere a scuola di mattina, facendogli saltare le lezioni. Intorno a loro, una Napoli imbruttita e imbrattata da scritte, sporco, motorini che ti sfiorano incuranti, gente sfaccendata, nessun sorriso.

Non capisco nemmeno perché fare un film e non una rappresentazione teatrale, dal momento che certe sequenze sono girate e recitate come a teatro. Non so che dire: la critica ha incensato il film per i “dialoghi sublimi”. Mah!

Bravi gli attori, ma un buon cast non fa un buon film e poi questa tristezza cosmica li contagia: sono tutti brutti, cupi, con occhiaie livide, e anche la povera Ramazzotti, pur sforzandosi, non ce la fa a illuminare il film con il suo bel sorriso.

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