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Archivio mensile:ottobre 2017

Non so se qualche editore italiano ha in mente di tradurlo, ma questo HOME FIRE di Kamila Shamsie (Riverhead Books, 2017) è proprio un romanzo sui nostri tempi di incertezza sociale, d’indefinitezza culturale e politica. La scrittrice ha rivisitato l’Antigone di Sofocle, con il suo eterno tema della giustizia anteposta sopra la legge umana, per raccontarci le inquietudini attuali di un paese dove certo non vige la legge di un dittatore, ma una ferrea ragione di Stato democratico che si tutela dal pericolo terrorista, e per mostrarci anche le sfaccettature diverse dell’islamismo, la problematica interna alle comunità tra integrazione e differenza e il rapporto tra accoglienza e integrazione.

Ma temi così complessi passano attraverso le relazioni tra personaggi, in una storia di giovani che si conoscono, si amano, e nella storia di due famiglie, una assolutamente integrata e l’altra intaccata dall’ombra del terrorismo. Il romanzo si divide in cinque parti, tante quanti sono i protagonisti della storia: tre fratelli figli di un jihadista morto in carcere, il figlio del segretario di Stato britannico di origine pakistana e sposato con una donna inglese, e lo stesso segretario di Stato, coinvolto nello scandalo di suo figlio innamorato della figlia di un terrorista e sorella di un ragazzo che, infine, aderisce alla Jihad per emulazione con un padre mai conosciuto e idealizzato come un eroe.

E’ un romanzo corale, che si suddivide in cinque diversi punti di vista, ognuno dei quali sostiene anche un sentimento, l’amore, coniugato nei diversi modi: come accudimento per Isma, come amore fraterno per Aneeka, come passione per Eamonn, come mancanza di un padre perduto per Parvaiz che cercherà di emularne il presunto eroismo, infine come amor proprio o ambizione per il segretario di Stato che sull’altare della “patria” sacrificherà il figlio.

Tragedia, mito, sono la sottotraccia di un romanzo moderno, dalla scrittura coinvolgente, asciutta, che sa traspare con molta convinzione ciascuna visuale, Un modo per tutti noi per riflettere sull’oggi, sul nostro modo di vivere, sul confronto con un Islam diversificato, dove non c’è la posizione “giusta” di chi rifiuta una fede per abbracciarne un’altra, che sia la jihad o il consenso popolare.

 

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Ricomincio a scrivere sul blog dopo che qualche persona mi ha chiesto perché non recensisco più. Me ne sono stupita, convinta che nessuno si prendesse più la briga di leggere i miei consigli di lettura e le recensioni di libri e film. Ma per quei tre-quattro che vogliono confrontarsi su letture condivise, rieccomi, molto volentieri.

E ricomincio con un bel romanzo, appena uscito con Mondadori: Terremoto di Chiara Barzini. L’ho letto con molto interesse, appassionandomi alla storia di stampo autobiografico ambientata nella Los Angeles di vent’anni fa, l’ho letto portandomi sempre il libro con me, come in tanti facevamo una volta, prima di essere distratti da tablet e soprattutto smartphone con social che ti chiedono a cosa stai pensando e ti avvertono che migliaia di persone a cui piaci non hanno più tue notizie da un giorno!

Dunque, in epoca pre-social si colloca un romanzo di formazione femminile, in cui il terremoto è prima di tutto esistenziale con il distacco forzato di una adolescente dal suo ambiente e dai suoi amici, la Roma tutto sommato giovanilmente vivace degli anni Novanta, ma da un punto di vista lavorativo già disastrosa e annoiata dai suoi tanti artisti e aspiranti tali. La famiglia di Eugenia è composta da un padre aspirante regista di horror e una madre che lo asseconda e lo segue devota, ex ragazzi ribelli degli anni ’70 e molto idealisti, e in ritardo sul viaggio mitico negli States alla ricerca di un cinema indipendente perduto. Eugenia e suo fratello più piccolo, balzati in una tetra Los Angeles post-scontri razziali, faticano a integrarsi tra i coetanei, nelle scuole dove sono considerati né più né meno che come rifugiati armeni. Scompaiono tutti gli stereotipi (nostri) che pensano gli italiani molto “cool” e famosi per la moda o le auto di lusso.

Alienata, diversa dalle altre ragazze, Eugenia cerca di crearsi una corazza, non avendo suo padre Ettore, narcisista ed egoista, avuto la capacità e la responsabilità di proteggere la propria famiglia in un paese apparentemente accogliente, in realtà spietato e violento, prima di tutto nei confronti dei ragazzini, addirittura dei propri figli che si trovano alle dipendenze di padri-padroni, o legati a logiche di clan, tutti comunque incasellati in una società organizzata come un alveare dalle molte cellette prestabilite.

Un romanzo lucido, che, come nel caso di Teresa Ciabatti, mette al centro una ragazza nella relazione con un padre, in questo caso fragile ed egocentrico, e con una madre-bambina svaporata, un romanzo intenso e pieno di amore per l’innocenza della giovinezza, che sa trasmettere il bisogno disperato di relazioni in una Valley che più che di stelle appare davvero di lacrime.