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Archivio mensile:novembre 2017

Avete mai chiesto ai ragazzi cosa leggano? Io sempre, così la scorsa settimana Giulia, una partecipante al mio laboratorio di scrittura nella Biblioteca di Cassina Anna, mi ha consigliato vivamente “Una perfetta sconosciuta” di Alafair Burke  (Piemme, 2017)

Ora c’è questo aspetto: spesso i ragazzi sanno il titolo e ricordano perfettamente la copertina e pure l’incipit, ma non ricordano l’autore. Che tristezza per una scrittrice, eh? Convinta che il proprio nome resterà scolpito nella mente dei suoi lettori appassionati. Rassegniamoci: sono i nostri libri a parlare alle orecchie e al cuore delle lettrici e dei lettori, sono le nostre storie a entrare in confidenza con loro, non il nostro trascurabilissimo nome. Così, capita anche di sentirsi dire: Come? Hai scritto tu “A piedi nudi a cuore aperto”? Davvero? Ma quello l’ho letto! E ti fissano strabiliati: tu, in carne e ossa sei quella presenza evanescente che ha prodotto il libro in questione.

Ma per tornare ai consigli: vado a cercare l’autrice e il libro e siccome io mi picco di leggerli in inglese, mi ci vuole un po’ per trovare il titolo originale, “Lone gone”, del 2011. La scrittrice Alafair Burke, cinquantenne americana, è una consolidata autrice di thriller, tradotti come al solito in numerose lingue, vive a New York dove insegna Legge all’Università di Hofstra (si capisce che invece io alla biografia degli scrittori ci tenga). Ecco perché le storie hanno un forte senso di veridicità, che proviene dalla sua esperienza legale. Come questo romanzo che cattura subito (e come poteva essere altrimenti in un legal thriller scritto da una che se ne intende?) e cattura di certo una ragazza, dal momento che si comincia con un bacio che distrugge una vita intera.

Se è una quindicenne a consigliarmelo, capisco che questo tipo di mondo sia senz’altro più vicino a loro rispetto ai classici che ci spiace tanto non incontrino i loro gusti: si parla infatti di una donna in cerca di lavoro alla soglia dei 40 anni, una che ama l’arte e a cui si chiede di gestire addirittura una galleria, benché abbia un’esperienza piuttosto limitata. Quarantenne, insomma, ingenua come una teenager che non si insospettisce mai dell’irreperibilità del suo datore di lavoro e dell’artista che esporrà foto scandalose, quindi perfetta per finire in una trappola con il morto. In più, a questa storia si intrecciano altre tre vicende collegate alla galleria, un po’ come succede nelle serie tv in cui sono più fili da dipanare, anche per mantenere desta l’attenzione dello spettatore che non è più quello dell’epoca di Agatha Cristie e dell’investigazione classica alla Poirot.

Insomma, non saranno capolavori da tramandare a perpetua memoria, queste storie, ma ci aiutano a capire gusti e interessi, ci mostrano quante e di quale livello siano le donne che scrivono thriller all’estero (da noi la pattuglia di scrittori di “crime” resta essenzialmente maschile). E ci offrono una grande opportunità: condividere le letture con i nostri allievi, fidarsi di loro, essere complici attraverso le storie.

 

 

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Ninna nanna di Leila Sliman (Rizzoli 2017): mi chiedo se l’ho letta o no. Sì, mi ricordo che l’ho letta, ma ho come una botta di amnesia (e proprio ieri si parlava di amnesie temporanee, che sono il mio terrore), però non ricordo un nome, e poi che succedeva? Ed ecco riemergere il ricordo, e la paura e il disturbo provocati da questa storia che il cervello si vede ha ritenuto opportuno mettere da parte.

Perché non c’è storia peggiore dell’omicidio di due bambini piccoli ad opera di una baby sitter che all’inizio della storia appare come la perfezione assoluta: buona, allegra, bravissima, adorata dai piccoli e oltretutto ottima cuoca, che alla coppia stremata dal lavoro, lascia manicaretti addirittura da consumare in allegre cene tra amici. Del resto, è una signora di mezz’età sempre ben curata, non una ragazza nervosa e senza esperienza, quindi per Paul e Myriam quasi un dono inaspettato. Finché non cominciano a esserci segnali un po’ allarmanti di un comportamento disturbato, che i due giovani però non vogliono esaminare, perché perdere la tata significherebbe perdere la libertà di lavorare fino a tarda ora, di avere tempo per la cenetta romantica, insomma, ritornare a un periodo che soprattutto per Myriam è stato assai duro: in casa con i bambini, rinunciando alla propria carriera…

Non è un thriller questo di Leila Slimani, ma un romanzo sul genere de “L’avversario” di Carrére, dove si analizza pulsioni oscure e inspiegate, dove i personaggi mostrano facciate luminose e dentro di loro impenetrabili oscurità, che nessuno si perita di indagare. Perché i rapporti oggi sono questi: essenzialmente familiari e chi entra in casa nostra come tata, cameriera, come badante e cura i nostri figli o genitori, spesso non ci interessa fino in fondo chi sia, dove viva, cosa faccia, quali drammi serbi in sé.

Ma in più, ecco perché questo romanzo disturba, terrorizza: quale madre lavoratrice non ha dovuto lasciare i propri bambini a qualcuno per tornare al suo posto, per non perdere terreno nella professione, e tornare ad essere, oltre che una mamma, una donna con i propri interessi, il proprio talento? E questa “colpa” infine ricade sempre sulla madre, a cui una sostituta sottrae i figli quasi fosse una sorta di Angelo sterminatore.

Povero Godard! Nell’impietoso ritratto, girato ironicamente alla sua maniera, il regista che fu venerato da una generazione di cineasti e critici, un talento indubitabile del cinema, appare un artista nevrotico, geloso, meschino, invidioso dei colleghi che ipocritamente chiama “maestri” e con cui non sa condividere idee e nemmeno una bella serata in compagnia. Un borghesuccio che cerca di infiltrarsi, ormai molto fuori tempo, nelle rivolte studentesche del Maggio del 1968, per coglierne l’essenza giovanile, la purezza rivoluzionaria, ma alla fine peccando di paternalismo e di qualcosa che per un artista è irredimibile: il proprio personale punto di vista, l’io che ai rivoluzionari non piace mai, perché tutto deve essere comune, collettivo, assembleare.

Ma il film del regista dal nome che per me è un po’ uno scioglilingua, Hazanivicius (autore del bellissimo e nostalgico “The artist” ), basato sul memoir della moglie di Godard (anche lei con un cognome che non scherza, Anna Wiazemsky) si concentra più sugli aspetti privati, sulla relazione amorosa sbilanciata tra un quasi quarantenne e la diciannovenne aspirante attrice che deve pur sentirsi dire dal sarcastico Godard che gli attori non valgono nulla, sono disprezzabili perché non pensano, fanno tutti ciò che viene chiesto loro, sono senza coscienza. Come sempre, quando di un artista si raccontano gli aspetti della vita personale, intima, familiare, escono le magagne e la luminosità di certe opere risulta offuscata dalle manie, persino dalle ossessioni politiche di anni in cui tutti furono presi da furore rivoluzionario.

Se un giovane spettatore vede questo film, resta orripilato da questo egocentrico presuntuoso antipatico e maschilista. Perciò, è meglio se il giovane spettatore va a vedere “A bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro), che Godard girò a 28 anni, e inventò un nuovo modo di fare cinema, con due indimenticabili attori, e un modo affannoso, instabile, di filmarli, un occhio che rincorre la vita altrui, uno stile che poi hanno copiato tutti.