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Archivio mensile:aprile 2018

Tre scrittrici giovani, tre voci nuove nel panorama letterario, tutte e tre sostenute dai loro editori e dalla critica, ma soltanto di una di loro posso dire di aver apprezzato moltissimo l’originalità del tema, lo spessore della storia e della scrittura.

Le tre autrici sono l’irlandese Sally Rooney (27 anni), e il suo “Parlarne tra amici” (Conversations with friends), Einaudi; l’americana Katie Kitamura (39 anni) con “Una separazione” (Bollati Boringhieri) e l’italiana Letizia Pezzali (39 anni), Lealtà, Einaudi Stile Libero.

Indovinate un po’ chi mi ha tenuta attaccata alla storia?

Katie Kitamura con la sua “scrittura ipnotica”, come definisce il critico di “Kirkus” (scrittura ipnotica oggi va di moda)? Sbagliato. Il libro della Kitamura è un ragionamento persistente sul tema della separazione, matrimoniale e poi estrema (la morte), intinto nel mistero con un omicidio irrisolto che fa paragonare il suo romanzo addirittura a Patricia Highsmith, ma in realtà non riesce a raggiungerne le vette.

Forse l’irlandese Rooney, con un romanzo giovanile, dove si sviscera il continuo elucubrare di una studentessa all’inizio innamorata di una sua coetanea, poi presa da un bellissimo attore più grande di una decina di anni (sembra chissà cosa, forse perché a vent’anni le distanze sono più ampie), una ragazza dedita ogni tanto all’autolesionismo e aspirante scrittrice?

Nessuna delle due. Invece l’italiana Letizia Pezzali ha conquistato il mio completo coinvolgimento con una storia incentrata su una donna che lavora in un’importante banca di Londra, una donna sola, rimasta orfana, apprezzata nel lavoro, innamorata di un economista conosciuto da studentessa e dal cui ricordo non riesce a separarsi. Una storia contemporanea in cui ci ritroviamo tutti, per la mitologia del successo, del denaro e dei social, il cui uso richiede schermature, ossessione, bisogno di consenso. Una protagonista (intanto una donna in un ambiente normalmente coniugato al maschile in tanti film anche recenti) che non è più l’eroina “in carriera” di altre epoche, ma la melanconica figura di una ragazza che lavora duro, dentro il mondo crudele della finanza. Una storia che sa dirci molto di oggi, delle nostre relazioni così “fluide” e mai “leggere” come invece lo erano negli ultimi decenni dello scorso secolo.

Mi si scuserà la presentazione un po’ da barzelletta d’altri tempi, l’irlandese l’americana l’italiana, ma trovo che oggi si possa ben smettere di stracciarsi le vesti continuando ad affermare che la migliore narrativa è quella “straniera”, dove questa parola poi ha senso assai vago, perché contemplerebbe tutto il mondo e in realtà comprende a mala pena 3 o 4 lingue, in particolare quella inglese. A quanto pare il romanzo di Pezzali è già stato opzionato per il cinema, oltre che tradotto subito. Qualcosina vorrà dire.

 

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Mentre a Cannes sono stati inseriti i film di Garrone, Golino, Rohrwacher (un bel risultato soprattutto al femminile), nelle sale si ricominciano a vedere film belli, anche se a volte incomprensibilmente bistrattati dalla critica

E’ il caso di “Quanto basta” di Francesco Falaschi, una bella commedia che fa commuovere e divertire perché si tratta un tema delicato, come la sindrome di Asperger, sostenuto dal buonumore, da un’ambientazione incantevole come la mia bellissima Toscana (con i suoi sempre affascinanti paesaggi e ville sconosciute di antica, immanente presenza), e soprattutto condotto da un cast di tutto rispetto, con attori perfetti, misurati, perfettamente calati nei diversi ruoli, dallo straordinario Luigi Fedele che offre un lavoro attoriale superbo, al pacato, calibrassimo Alessandro Haber, alla luminosa Valeria Solarino all’ottimo Vinicio Marchioni e tutti gli altri che lavorano con calore, passione in una storia che, si capisce, ha convinto e coinvolto tutti.

Bravo Francesco Falaschi! Bravo anche nella capacità di girare un film senza strafare, in modo quieto, mi verrebbe da dire “slow”, lasciando che siano i personaggi a prendere campo, a catturare sguardo e cuore degli spettatori. Davvero un saper dosare la scrittura cinematografica “quanto basta”. Oltretutto finalmente ironizzando sugli intoccabili chef stellati, che sono chiamati oggi a dire la loro su tutto: politica, cultura, pure letteratura perché già che ci sono scrivono anche libri.

Quando ho visto le tre misere stelline attribuite da un famoso sito sul cinema, mi è venuto un gran fastidio. Ma possibile che in Italia regni sovrana una certa snobistica insoddisfazione?